giovedì 21 febbraio 2019

Venerdì 22 02 2019 Matteo 16,13-19

[13] Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: "La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?".
[14] Risposero: "Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti".
[15] Disse loro: "Voi chi dite che io sia?".
[16] Rispose Simon Pietro: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente".
[17] E Gesù: "Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli.
[18] E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa.
[19] A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli".
Oggi la liturgia romana festeggia la cattedra di san Pietro. Perciò si legge questo passo di Matteo.
Abbiamo letto ieri il parallelo in Marco 8, 27-33, che non ha il conferimento a Pietro delle chiavi del regno, che è qui nel v. 18 di Matteo. Queste parole si leggono in gigantesche lettere dorate sulla fascia interna della cupola di san Pietro in Vaticano: "Tu es Petrus et super hanc petram....". Si può pensare che la vera cattedra del primo degli apsotoli sia stata la sua fede, sincera e difettosa fino al triplice rinnegamento, ma poi testimoniata fino al martirio.
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mercoledì 20 febbraio 2019

19 02 21 Marco 8, 27-33 – Un Cristo dimezzato

19 02 21 Marco 8, 27-33 – Un Cristo dimezzato

[27] Poi Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo; e per via interrogava i suoi discepoli dicendo: "Chi dice la gente che io sia?".
[28] Ed essi gli risposero: "Giovanni il Battista, altri poi Elia e altri uno dei profeti".
[29] Ma egli replicò: "E voi chi dite che io sia?". Pietro gli rispose: "Tu sei il Cristo".
[30] E impose loro severamente di non parlare di lui a nessuno.
[31] E cominciò a insegnar loro che il Figlio dell'uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare.
[32] Gesù faceva questo discorso apertamente. Allora Pietro lo prese in disparte, e si mise a rimproverarlo.
[33] Ma egli, voltatosi e guardando i discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: "Lungi da me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini".

Se la persona di Gesù è il nostro riferimento per la vita, per il senso della vita, questo brano ci interroga. Gesù chiede agli amici di capire la coscienza che egli ha di sé, di essere inviato dal Padre, profeta di salvezza, messia. E perché non vuole che si sappia in giro, lasciando che la gente lo creda uno dei profeti passati, tornato vivo? Il motivo è che egli sa di dover soffrire lo scontro col sistema religioso, fino ad essere ucciso, e lo dice apertamente ai suoi amici, ma sarebbe pericoloso che lo sapessero le folle. Il fatto è che è difficile credere e accettare l'insegnamento di un messia sconfitto e schiacciato. Dev'essere vincitore! Forse per questo, per correggere le attese nazionali, Gesù annuncia sempre il regno di Dio, non la restaurazione di quello di Davide, di Israele. E a Pietro appassionato, che lo riconosce come Cristo, ma rifiuta quella sorte di dolore, Gesù rimprovera proprio di non pensare secondo Dio. Pietro ora accetta un Cristo dimezzato: tutta la luce, ma senza sofferenza. E noi? Sistemiamo Gesù nel nostro quadro religioso naturale, o riconosciamo in lui un modo inatteso di essere il Cristo? I nostri piccoli o grandi dolori trovano posto e senso nel seguire Gesù?
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martedì 19 febbraio 2019

19 02 20 - Marco 8, 22-26 - Il protocollo chirurgico
[22] Giunsero a Betsàida, dove gli condussero un cieco pregandolo di toccarlo.
[23] Allora preso il cieco per mano, lo condusse fuori del villaggio e, dopo avergli messo della saliva sugli occhi, gli impose le mani e gli chiese: "Vedi qualcosa?".
[24] Quegli, alzando gli occhi, disse: "Vedo gli uomini, poiché vedo come degli alberi che camminano".
[25] Allora gli impose di nuovo le mani sugli occhi ed egli ci vide chiaramente e fu sanato e vedeva a distanza ogni cosa.
[26] E lo rimandò a casa dicendo: "Non entrare nemmeno nel villaggio".

Un miracolo in due tempi, laborioso, non magico. Dopo la prima applicazione di saliva, Gesù verifica il risultato con una domanda. Il cieco vede, ma piuttosto male, distingue gli uomini dagli alberi solo perché camminano. Deve avere una forte cataratta. Secondo toccamento (non chirurgico a modo nostro, ma "chirurgia" vuol dire proprio "lavoro delle mani"), e la vista è chiara, a distanza (vuol dire che è rimasto presbite?). Interessante che, all'inizio, gli amici del cieco chiedono a Gesù, non di guarrirlo, ma di toccarlo. Sanno che il suo contatto risana. Confidano (come in altri casi già visti) che il suo corpo, prima ancora della sua volontà, guarisca. E per prima cosa Gesù prende il cieco per mano, e lo conduce a parte, proprio come si fa con chi non vede il terreno. La mano supplisce agli occhi mancanti. Mano-saliva-mani-domanda-mani-dimissioni, è la sequenza delle operazioni di Gesù sul cieco, diremmo il protocollo chirurgico.
Cosa può significare per noi? Il contatto di guarigione con la persona di Gesù può essere non fulmineo, ma graduale, con mezzi risultati, con ritorni, fino ad un potere andare autonomi, con una luce propria ricevuta; andare a casa propria, al proprio compito, senza nemmeno più il bisogno di passare a Betsàida, forse perché Gesù non vuole clamore attorno al miracolo, forse perché il guarito non ha più bisogno degli amici che lo hanno condotto a Gesù.
19 02 19 martedì  + Marco 8, 14-21 + sulla barca

Marco 8, 14-21
[14] Ma i discepoli avevano dimenticato di prendere dei pani e non avevano con sé sulla barca che un pane solo.
[15] Allora egli li ammoniva dicendo: "Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode!".
[16] E quelli dicevano fra loro: "Non abbiamo pane".
[17] Ma Gesù, accortosi di questo, disse loro: "Perché discutete che non avete pane? Non intendete e non capite ancora? Avete il cuore indurito?  [18] Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate,
[19] quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quante ceste colme di pezzi avete portato via?". Gli dissero: "Dodici".
[20] "E quando ho spezzato i sette pani per i quattromila, quante sporte piene di pezzi avete portato via?". Gli dissero: "Sette". [21] E disse loro: "Non capite ancora?".


Si legge la Parola nuova per vivere in un modo nuovo. Questo episodio di preoccupazione per il pane dimenticato, di lievito non buono, e di "cuore indurito", cosa ci propone per oggi? E' un quadro di vita quotidiana, domestica (se non fosse in barca). Non solo hanno dimenticato il pane, ma anche quello che Gesù ha fatto poco prima, col pane. Cosa vuol dire? Forse che può moltiplicare quell'unico pane per il numero dei discepoli sulla barca? Che cosa non capiscono, e che cosa dobbiamo capire noi? Cerco in qualche buon commento. Il "lievito" dei farisei (un fermento, un contagio, aggiunto al pane pasquale non lievitato, ed è metafora di orgoglio, ipocrisia; cfr 1 Corinti 5,7-8) sarebbe la pretesa di credere solo con la prova materiale del miracolo (vedi subito prima, vv. 11.13). Gandhi, che conosceva la fame del suo popolo, forse non ha letto questo vangelo (ma sì, e bene, le beatitudini), ma ha detto: "nel mondo c'è abbastanza per soddisfare i bisogni di ognuno, ma non a sufficienza per saziare l'ingordigia di alcuni" (Pontara, L'antibarbarie, Ega 2006, 301; cfr Nanni Salio, Elementi di economia nonviolenta, Edizioni del Mov. Nonviolento, 2001, 9). Non è altra cosa da quel che fa Gesù col pane. Possiamo capire dal vangelo che la fraternità, la socializzazione e non la rivalità, è un principio anche economico di benessere, una economia di condivisione, di dono, di sufficienza contenta. Il regno di Dio non è sulle nuvole, dove non si mangia pane, ma è già qui, in mezzo a noi, se crediamo e pratichiamo. Qua e là c'è. Sulla barca di Gesù non capivano ancora, quel giorno, e lui lo constatava con tristezza.

martedì 5 febbraio 2019

31 gennaio 2019 – Memoria di Nanni Salio
Nanni è morto troppo presto. Una delle ultime discussioni con lui, dopo la presentazione di un libro (non ricordo quale) fu sulla tesi che le religioni sono nate per paura della morte, per rimedio-opposizione-consolazione alla morte.
Io lo contestavo dicendo che sono nate anche da un  sentimento positivo della grandezza che ci avvolge, ci genera, ci  nutre, ci sprona, ci accoglie. Ma anche lui aveva ragione. La morte non deve esserci. La morte non va solo addomesticata e consolata. La morte anzitutto la respingiamo. Vogliamo vivere. Dice bene Lucilla Giagnoni (e non solo lei): "Non vincere, ma vivere!". La vera unica vittoria che vale è la vittoria sulla morte.
Ma non è solo la natura con la sua energia e col suo limite, che ci fa morire. Ci diamo noi  la morte artificiale, aggiunta, costruita, voluta, inflitta ad altri. Questa è la vera nemica di Nanni e nostra: la violenza in tutte le sue forme, che sono le forme della morte. Nanni ha combattuto la morte combattendo la violenza. Come si combatte la violenza? L'impulso più primitivo, meno intelligente ed evoluto, è combattere la violenza con una violenza più forte: distruggere chi distrugge. Ed è la dannata stolta spirale che ancora in grande parte caratterizza le azioni umane, specialmente le azioni delle organizzazioni potenti. Ma anche in troppo grande misura i sistemi legislativi e la giustizia penale, punitiva più che riparativa.
Come si combatte davvero la violenza? Con una forza più grande, perché costruttiva, creativa, e non distruttiva. Ahimsa, nonviolenza, è parola positiva (negazione di negazione) che significa forza della vita, forza dell'amore che unisce e, nei conflitti, tra le differenze, non fa contrapposizione escludente, ma composizione più alta: questa è stata la passione, lo studio, l'impegno, la missione che ha riempito la vita di Nanni di una forza che ridonda sulla fine del tempo datogli dalla natura. Questa "religione", che è anche storia effettiva, è antica come le montagne, e Gandhi è il suo profeta nel Novecento.
Ma poi la morte ha vinto su Nanni? La malattia ha stritolato dall'interno il suo corpo. Chi lo ha visto nelle ultime ore di vita soffre ancora la contraddizione inaccettabile. Ma è un fatto. Come un vaso rotto irrora la terra, così muore una vita piena. Il lavoro di Nanni è consegnato a quanti di noi sentono la sua passione e, in vari modi, la soffrono, perciò la vivono.
E' vero, come diceva Nanni in quella discussione, che c'è una religione contro la morte. Più di una religione. Con differenze di visioni e di formulazioni, ogni cura della vita e della relazione tra le vite, tra tutte le vite, è la religione della vita contro la morte. Il giorno che toglieremo la morte artificiale, la morte aggiunta, costruita dalle nostre arti omicide, costruita dalle nostre politiche di esclusione e di respingimento - politiche che accusiamo, denunciamo, a cui facciamo resistenza civile in questi stessi giorni, politiche che gettano altri nella morte - quel giorno celebreremo il felice rito continuo della vita. Noi crediamo in questa religione dai molti nomi, come la vita ha molti nomi e volti.  E anche se la morte naturale ci prenderà da questa forma di vita riconsegnandoci alla terra e all'aria, come abbiamo fatto del corpo di Nanni, quella morte sarà un compimento, un parto, un finire per ricominciare, una consegna, un'accoglienza, come il seme nella terra è l'inizio del fiore e del frutto. Noi sappiamo poco e vediamo poco, ma sappiamo che la vita vale, e sappiamo che la potenza contro la vita non vale, non deve esserci. La vita di Nanni è stata un valore che non si perde, non si è perduto, è attorno a noi, ci istruisce e ci incoraggia. Nanni è morto troppo presto, eppure, così, possiamo darci pace, e dare pace a lui.
Enrico Peyretti

mercoledì 2 gennaio 2019

1 gennaio 2019 – Meditazione, o riflessioni di fede, sul tempo
(tempo, fede, vecchiaia, morte, gratitudine, speranza)

1 – Tempo. Il primo gennaio è una data convenzionale per scandire il tempo. Valgono di più le stagioni della natura, e le stagioni della nostra vita.
Proviamo a meditare sul tempo, con uno sguardo di fede. Il tempo passa, ma anche il tempo viene. Un anno di più è passato, un anno di meno abbiamo da vivere, prima di morire. Sì, ma un anno di più è dentro di noi, è aggiunto alla nostra vita! E un anno nuovo, davanti a noi, è da vivere! Si perde il passato ma si acquista l'av-venire, ciò che viene. Scegliamo di guardare indietro, o avanti? Sembra giusto guardare sia indietro, sia avanti.
Il tempo ci consuma o ci costruisce? Consuma il nostro corpo materiale, ma costruisce lo spirito: vivere è più che campare.
2 - Fede: se crediamo nel Padre di Gesù, lui è davanti, più vivo, e non solo dietro il nostro cammino. Sì, certo, il Padre è anche l'Origine: siamo figli di un dono; non ci siamo fatti da soli; non siamo autosufficienti. Quel dono lo abbiamo accresciuto o consumato? E non siamo abbandonati, ma chiamati in avanti: ogni giorno è un dono. Il Padre è anche davanti, ci attende. Il tempo vissuto è un cammino, non è un consumo ad esaurimento (come la sabbia di una clessidra).
3 -Vecchiaia - Viviamo la vecchiaia solo come perdita? Solo nel rimpianto? Oppure anche sentiamo che c'è un fortuna e una ricchezza nell'essere vecchi?
Che cosa rimane di quello che abbiamo perduto (persone care; momenti belli…)? I ricordi belli non sono perduti, sono dentro, sono nostra anima e nostre ossa: “Maria teneva tutto nel suo cuore”. Il nostro cuore può essere più stanco, ma è più ricco, con l'età.
Ci sono anche i ricordi amari, le sofferenze, le offese. Sentiamo cosa dice San Francesco: “L'offesa fa torto non a coloro che la ricevono, ma a coloro che la fanno". Perciò abbiamo misericordia. Impariamo a non aspettare ricompensa per ciò che diamo, e così saremo “figli dell'Altissimo” (vedi Luca 6,35)
Possiamo vedere alcune qualità e problemi dell'essere vecchi: 1) intelligenza, 2) compito, 3) peccati, 4) difficoltà:
3/1- C'è una intelligenza dell'essere vecchi: non è tanto il sapere molte cose, non è solo l'“esperienza”, ma è l'aver capito meglio la vita e le persone, l'avere superato le illusioni, l'aver riconosciuto quello che conta davvero.
3/2 – C'è un compito dei vecchi, che è anche un dovere: quando non si lavora più per necessità e si è in pensione, si può fare lavoro volontario (in famiglia, nella società), lavorare gratis, per gli altri, per i poveri, senza cedere alla pigrizia! Le donne più degli uomini, lavorano, almeno in casa, per gli altri, fino all'ultimo giorno di vita.
3/3 - Ci sono i peccati proprio dei vecchi (quando si consideravano i più gravi peccati quelli dei sensi, si diceva per scherzo ad una certa età: “o mio caro e buon Gesù, non ti posso offender più...”). Sul serio, voglio dire il pessimismo, l'ingratitudine, la pigrizia, il non fare niente per gli altri. È brutto il vecchio ingrugnito, brontolone, arrabbiato con tutto e tutti, seduto a far niente: questa figura non aiuta gli altri a vivere. E se c'è da soffrire (malattie, solitudine), dobbiamo guardare anche il bello, della natura, dell'umanità. Si porta la scusa: ”Non so fare niente, non posso fare niente”. Invece, si possono avere senza fatica relazioni attive: nelle amicizie, nella conversazione, nel visitare chi è solo o malato (con delicatezza e discrezione). “Nessuno sa fare tutto, tutti sappiamo fare qualcosa”.
¾ – Ci sono difficoltà proprie della vecchiaia. I tempi cambiano molto, ci si trova spaesati (linguaggi nuovi, usanze nuove, internet, altre mentalità,…). I tempi sono cambiati in meglio o in peggio? Forse un bilancio è impossibile: tante cose sono migliori, tante peggiori. Però dobbiamo amare il tempo presente, amare gli altri, chi è differente da noi, amare i giovani, anche quando stentiamo a capirli, per aiutarli senza pesare e giudicare.
Bisognerebbe, da vecchi, non fermarsi, continuare a imparare cose nuove. Guardiamo i bambini e impariamo da loro: il loro tempo è pieno, esplosivo! Una volta Emanuela, da piccola, mi disse: “Papà, non sai che il gioco è il lavoro dei bimbi?”. Sono continuamente attivi perché scoprono continuamente cose nuove, divorano il tempo come un cibo per crescere. Gesù dice che occorre “diventare” come bambini (non “ritornare”!) per entrare nel regno di Dio. Conserviamo la capacità di sorprenderci!
4 - Morte Verrà anche l'ora di fermarci: la morte si avvicina: è stupido non pensarci. Problema: pensarci come?
Un suggerimento è quello che diceva don Michele Do: “Diminuire consentendo – Consentire con animo sereno – Distacco appassionato”. E intanto vivere, in tutte le possibilità della vita.
Come Simeone in Luca (2, 29): "Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele".

5 – Virtù - Vedo poi due virtù tipiche della vecchiaia: la gratitudine e la speranza. È bello vedere una persona anziana sorridente di gratitudine, nonostante tutto: una persona che ringrazia la vita, tutte le persone che ha incontrato, e quindi sa insegnare coraggio, positività. La gratitudine serena e coraggiosa è una giusta risposta al dono della lunga vita, e aiuta alttri a vivere.
E poi la speranza: una speranza non passiva ma attiva, disponibile, accogliente. La nostra vita è piccola, ma siamo avvolti dalla Grande Vita, il grande seno materno protettivo, che ci nutre, che noi chiamiamo Dio. Pensare e sentire lui, ci fa guardare più in là del nostro piccolo caso. La speranza è anche la virtù dei poveri, di chi sa che tutto è grazia, tutto è dono.
Insomma, pensando al tempo, cerchiamo di amare ciò che viene più che rimpiangere ciò che passa: come Simeone e Anna accolgono il bambino Gesù: “Lascia che il tuo servo vada in pace”. “I miei occhi hanno visto la tua salvezza, ... luce per illuminare le genti” (Luca 2, 29-32).

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lunedì 17 dicembre 2018

Assemblea il 6 aprile a Roma
 <info@chiesadituttichiesadeipoveri.it>

RIUNIRE I POPOLI FRANTUMATI
Una convocazione per “Chiesa di Tutti Chiesa dei Poveri”. Sei urgenze messianiche per i nati in questo secolo. Non solo aspettare e vedere, ma decidere e operare. Il programma dell’incontro
È convocata per il 6 aprile 2019 a Roma, presso il centro Congressi di via dei Frentani, alle 10, un’assemblea nazionale di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”, secondo il seguente programma.
I compiti dei nati in questo secolo
RIUNIRE I POPOLI  FRANTUMATI  E ALTRE URGENZE

 I beni promessi e perduti: sei emergenze messianiche

1- RIUNIRE I POPOLI FRANTUMATI
2- DEPORRE IL DENARO DAL TRONO,  INNALZARVI IL DIRITTO
3- INVERTIRE LE STATISTICHE: NON PIÙ  DIECI RICCHI E MILIONI DI POVERI
4- DISIMPARARE L’ARTE DELLA GUERRA
5- RIMETTERE IL CHIAVISTELLO ALLE ACQUE E IL TERMOSTATO ALLA TERRA
6- RESTARE UMANI DONNE E UOMINI DUE UNIVERSI IN UNA SOLA CARNE
Il programma prevede un’introduzione che enunci e motivi il problema posto all’Assemblea: una sorta di “tagliando” da fare al millennio da poco iniziato per individuare i nodi cruciali su cui se ne deciderà il destino. Una relazione del teologo Giuseppe Ruggieri offrirà criteri per una lettura dell’attuale crisi messianica. In seguito sui problemi più urgenti saranno presentati interventi intergenerazionali che li metteranno all’ordine del giorno in prospettiva di futuro, ciò di cui consisterà il dibattito dell’Assemblea. È possibile che durante la discussione venga abbozzato un documento postassembleare le cui linee generali siano approvate dalla stessa assemblea.
Quali i motivi che hanno suggerito al Comitato coordinatore di “Chiesa di Tutti Chiesa dei Poveri” questa convocazione e questo tema?
Il passaggio dal secondo al terzo millennio, a 18 anni dal suo inizio, si sta rivelando veramente cruciale. È in corso un cambiamento d’epoca in cui sono messi in gioco beni primari così importanti e anelati dagli uomini fin dall’inizio dei tempi che sono stati chiamati beni messianici e sono stati oggetto delle promesse messianiche, e sono oggi riproposti e annunciati dall’attuale pontificato:
1) L’unità nella differenza di tutti i popoli, le culture e le fedi, l’unità di tutta la famiglia umana (oggi negata dalla guerra ai migranti, allo straniero, dagli scarti, dagli apartheid, dai muri, dalle frontiere in armi, dai sovranismi antagonistici, “prima l’America”, “prima gli italiani”, ecc.).
2) Il valore dello scambio gratuito nei rapporti umani di cui il fondamento e il modello è lo “scambio” tra Dio e l’uomo nella misericordia e nella croce (oggi negato dall’assoluta sovranità del denaro come unico mediatore dello scambio tra gli uomini, onde la finanza cieca sorda e muta domina la terra e mette fuori gioco la politica e il diritto).
3) Il valore della terra data come nutrice agli uomini e a loro affidata come madre (oggi negato dall’artificio che arroventa il clima, che fa saltare il chiavistello delle acque, che converte l’Amazzonia in denaro e porta al collasso del sistema).
4) La messa al bando della guerra, invenzione della cultura che non si trova in natura, tanto che la promessa messianica è che “non si impari più l’arte della guerra” (oggi negata dal rifiuto di aderire al Trattato per l’interdizione delle armi nucleari, dal ripristino della guerra come mezzo di intimidazione e di dominio, dal mito tecnologico di una guerra in cui si muore da una parte sola).
5) L’essere due in una carne sola degli uomini e delle donne, per un’alleanza che come dice papa Francesco va ben oltre il sigillo dell’unione coniugale e alla quale sono affidati “il creato e la storia”, e anche “la regia dell’intera società” (oggi negato dalla perdita della loro “differenza benedetta” e dall’utopia del “neutro” che tende a non fare più dell’essere umano un “nato da donna”, così com’è negato dall’ “hybris” o potenza della tecnologia che costruisce l’uomo artificiale e il mondo dei robot).
Tutto ciò da un lato produce una “sofferenza messianica” per il dolore del mondo e per l’inadempimento di attese così vitali e d’altra parte invita a prendere in mano queste urgenze messianiche e a congiurare per il loro adempimento: non solo stare a guardare come andrà a finire, ma decidere e operare E questo è appunto il compito del millennio che ora comincia; ma questo compito è messo ora nelle mani dei nati in questo secolo, dei giovani che sono giunti all’età della ragione e all’età adulta in questo snodo cruciale dal secondo al terzo millennio.
E ciò quando i vecchi messianismi del ‘900 sono falliti (il nazionalismo, il messianismo proletario e quello terzomondista) e i nuovi falsi messianismi sono in campo: il populismo, la tecnologia onnipotente, il sovranismo identitario, ed è perciò importante riscoprire l’autentico senso del cristianesimo, come messianismo né politico, né sacerdotale, né regale, ma di tutti gli uomini e in particolare delle minoranze ignorate, eppure propositive e custodi e serve del destino di tutti.
Naturalmente non dovrebbe trattarsi di un cahier de doléances ma di punti di partenza dell’analisi in vista del futuro da assumere come compito, in uno scambio intergenerazionale di saperi, di esperienze e, come dice il papa parlando di anziani e di giovani, di “sogni e speranze” da una parte e di “profezia” dall’altra.
Fin da ora saranno gradite adesioni e prenotazioni per la partecipazione all’assemblea.