domenica 15 marzo 2020

Pandemia: Un tempo per pensare (15 marzo 2020)

Un tempo per pensare
E' domenica 15 marzo, chiusi in casa. Ho messo la camicia bianca, come ad ogni festa. Bisogna fare movimento, camminare, alzarsi e sedersi più volte di seguito, flessioni, qualche lavoro manuale. Io sto ancora troppo seduto. Ieri raffreddore e testa pesante: pensavo di essermelo beccato. Oggi bene.   -  Importanza delle finestre: esiste il cielo e il fuori. Là hanno messo un tricolore, e là un panno: "ce la faremo". Arriva un wh nazionalistico: "patria, Italia, tricolore, vincere!" (vincere contro il virus, s'intende). Invece il virus dimostra che il mondo è unico, senza confini, come l'ambiente, le culture, le religioni, la giustizia, ecc.:  differenti nell'unità dell'unica umanità nell'unico mondo.   -  Il punto è qui. Finora pensavamo che la differenza facesse separazione. Noi cattolici, i cinesi confuciani e/o comunisti maoisti capitalismo di stato. Da imparare subito, oggi per il domani: c'è differenza nell'unità, e unità nella differenza. Difficile? Necessario, per salvarci.   -  Telefono a qualche anziano non digitale. Tra le conoscenze vicine nessun caso, tra le lontane uno, uomo non vecchio, nei primi giorni.  -   Ho visto su vatican.va la messa di Francesco: erano in tre, dentro lo schermo. Ma davanti allo schermo, chissà quanti: lontani e però vicini, un prodigio nuovo.  -  Ci saranno effetti opposti: si imparerà la lezione; si butterà dietro la schiena l'opportunità (che sta in ogni avversità). Il virus obbliga a pensare: non è poi così malvagio. Potrebbe però essere un po' più gentile e nonviolento: non uccidere! Ma noi cosa gli abbiamo insegnato? Sù, abbiamo tempo per pensare. Ciao, Enrico

Disobbedienza ed etica (2 marzo 2020)

Disobbedienza ed etica

di Enrico Peyretti

Al prof. Leandro Limoccia per il Seminario sulla Disobbedienza civile alle leggi ingiuste presso l'Università degli Studi di Napoli Federico II. (2 marzo 2020)

Propongo alcuni semplici appunti sul tema proposto "Disobbedienza ed etica", attorno al dibattito sulla “disobbedienza civile alle leggi ingiuste”. Questa disobbedienza non per nulla è detta “civile”, cioè, non solo esercitata con atti nonviolenti, ma pubblica, dichiarata lealmente nella civitas, nell'agorà dei cittadini: non è la disobbedienza occulta, per un utile proprio opposto al bene di tutti. In quanto leale, l'atto di disobbedienza accetta la sanzione, e così rende omaggio al principio della legge, pur negando obbedienza ad una determinata prescrizione in quanto ingiusta, contraria, per la coscienza del disobbediente, ad una superiore giustizia. L'obiezione di coscienza è una obiezione di giustizia.
L'obiettore non è un fanatico, non pretende di possedere un superiore infallibile giudizio sulla ingiustizia delle legge disobbedita, ma testimonia che la propria coscienza avverte quella ingiustizia, a cui non può obbedire. L'obiettore di coscienza, che resta un cittadino leale, accetta la discussione, può venire persuaso e cambiare convinzione («Solo gli dèi e i folli non cambiano mai opinione» secondo un ripetuto aforisma). Ma può anche convincere altri che quella determinata legge deve essere modificata per renderla più giusta. Si può dire che contestare una legge con atti di resistenza senza violenza, è partecipare al più ampio lavoro di legislazione, compiuto non solo dai legislatori, ma da tutta la società, dalla cultura diffusa in continua maturazione, anche a partire dalla prassi stimolante di qualcuno più sensibile alla giustizia mancata (cfr Rodolfo Venditti, L'obiezione di coscienza al servizio militare, Terza edizione, Giuffré, Milano 1999)

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La coscienza umana robusta e formata obbedisce alla legge giusta della società, non passivamente, ma interiorizzandola, facendola propria, per rispetto e solidarietà con tutti gli altri; perciò obbedisce anche a se stessa, realizza liberamente uno scopo comune che essa riconosce buono. Per agire così, la coscienza libera vaglia le leggi, obbedisce non all'autorità in quanto tale, ma al bene comune al cui servizio l'autorità è istituita; e obbedisce perché constata che il comportamento prescritto è utile al bene comune. La coscienza libera è anche capace di non seguire pedissequamente la lettera della legge, di modificarla nell'azione, affinché realizzi meglio il suo fine, oppure di non applicarla per nulla, se la trova ingiusta o dannosa.
Invece, la coscienza debole, incerta, passiva, riceve la legge da fuori, la obbedisce per evitare la sanzione, senza farne proprie le ragioni e il fine. Si può paragonarla ad una schiena debole, rotta, che non può stare ritta da sola, a cui occorre applicare un forte rigido busto che la sostenga.
Nella società ci sono cittadini dalla coscienza forte e altri dalla coscienza debole. Come regolarsi nella loro relazione? Non si può costringere gli uni al comportamento degli altri, perché entrambi falserebbero la propria coscienza, mancherebbero al rispetto di se stessi. Troviamo un esempio antico affrontato con saggezza.
Nella comunità cristiana primitiva di Corinto, alcuni ritenevano peccato mangiare la carne che era stata sacrificata agli idoli, venduta sul mercato. San Paolo, scrivendo a questi cristiani, dice di sapere che gli idoli sono nulla e dunque egli è libero di mangiare quella carne, ma se ne astiene per non scandalizzare – far inciampare, fare agire contro coscienza - il fratello dalla coscienza debole. Questi, però, non deve giudicare la sua libertà (cfr Prima Corinzi 8 e 10, 29-30). Ecco la regola: il forte non scandalizzi il debole, e il debole non giudichi il forte nella sua libertà. Ciò vale, mi sembra, per ogni comunità umana, dove le coscienze si confrontano in modi diversi, con maggiore o minore autonomia, con la legge in vigore commisurata ad una più grande verità e giustizia, che è anzitutto il rispetto reciproco.
L'obiezione di coscienza è un moto intimo, alla radice profonda dei comportamenti esterni, che paragona la legge e la sua osservanza con istanze più grandi, che sente inviolabili. Se ne vede un esempio nel vangelo: «Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Matteo 5, 20). La coscienza che sorpassa la legge corrente non impone nulla agli altri, si impegna di persona. A maggior ragione la coscienza obietta e disobbedisce quando una legge non rispetta la giustizia fondamentale dei diritti inviolabili della persona umana. L'obiezione è obbedienza all'istanza morale più alta e più intima di quanto una legge riesca ad incarnare, ovvero è obbedienza a ciò che una legge ingiusta non rispetta.
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Ma veniamo a confrontare un atto di disobbedienza di coscienza con i principi generali dell'etica.
Obbedire alle leggi della società cui si appartiene è cosa morale, come è altrettanto morale l'epicheia, o equità, che sottrae la giustizia all'astrattezza giuridica, la applica al caso particolare, realizzandola nel modo migliore, restituendola alla coscienza morale. Scriveva Italo Mancini: «Occorre passare dall'idea di giustizia al travaglio dell'uomo giusto, al suo discernimento consapevole, alla sua azione ribollente, irta di ostacoli, di crepe, di cadute e di riprese, ma sempre sorretta da una percezione di luce che i ricordati principi non cessano di dargli, in vista di un allargamento della terra […] Partendo dall'uomo giusto è possibile delineare un éthos concreto, in vista della fedeltà alla terra, alla città degli uomini “che non è lecito abbandonare” (Agostino), in vista della pace» (L'ethos dell'Occidente, Genova 1990, pp. 24-25 , citato da G. Piana, La verità dell'azione. Introduzione all'etica, Morcelliana, Brescia 2011, p. 268).
Spesso gli obiettori di coscienza tanto al servizio militare quanto ad altri aspetti problematici della legislazione si sono ispirati alla morale cristiana. L'autore appena citato, Giannino Piana, autorevole in questo campo, scrive pagine che trovo chiarificatrici, e che cito di seguito, in forma riassunta (da In novità di vita, vol I - Morale fondamentale e generale, Cittadella editrice, Assisi 2012, pp. 418-423).
L'importanza delle norme per orientare la condotta morale è fuori discussione. La “norma” è un referente che va preso in seria considerazione come dato dal quale non è possibile prescindere. Le norme tuttavia presentano sempre un certo grado di astrattezza: tra esse e la situazione concreta vi è spesso un salto che impone al soggetto un intervento creativo, legato all'esercizio della libertà. Si tratta di uno spazio vuoto, che può essere colmato solo dalla coscienza morale del singolo, chiamato a verificare nei fatti la congruenza che la norma possiede in relazione alle esigenze della situazione e alle proprie reali possibilità di intervento su di essa. Già Aristotele rilevava che la “legge” vale nella maggior parte dei casi, ma non nella totalità: nella realtà ci sono situazioni emergenti nelle quali il giudizio ultimo va lasciato alla decisione del singolo. La tradizione del pensiero greco e medievale, per questo compito, ha introdotto la categoria dell'epikeia (in latino prudentia). Questa “virtù” (così la chiama Tommaso d'Aquino) definisce l'atteggiamento dell'uomo nei confronti della “legge”. Tale virtù non entra in gioco soltanto quando la legge comanda qualcosa di immorale, ma anche quando chiede al singolo qualcosa al di sopra delle sue possibilità, oppure quando il singolo constata seriamente che ciò che la legge richiede non corrisponde al vero bene della comunità. Quando la norma è in conflitto con le esigenze della giustizia naturale, oppure quando è incapace di interpretarne le istanze, l'uomo non solo non è tenuto ad aderirvi, ma deve anche opporsi ad essa. Se talvolta l'epikeia ingiunge di sottrarsi all'obbligo della norma, altre volte obbliga a dare più di quanto la norma chiede, cioè quando l'adesione allo spirito della legge richiede che si vada oltre ciò che la lettera chiede. Insomma, l'epikeia tende a rivendicare la superiorità della giustizia naturale su quella legale.
Ma quale rapporto deve darsi tra ordine morale e ordine legale? E con quali criteri va determinato il dovere di obbedienza o meno alle leggi positive? Sulla prima domanda si può dire: l'ordine giuridico riguarda la condotta della persona su questioni di rilevanza sociale; l'ordine morale riguarda l'intera condotta umana. Nell'ordine giuridico ha grande importanza l'efficacia; nell'ordine morale l'unico criterio è la rispondenza ai valori.
Sulla seconda domanda, sul dovere di obbedienza: è chiaro che la legge “giusta” obbliga in coscienza, come la legge “ingiusta” (immorale) non è in coscienza vincolante. La questione è più complessa nella “zona grigia”, dove occorre un attento discernimento. Sia l'imperfezione della legge, sia il pluralismo etico presente nella società, accrescono la distanza tra ordine legislativo e ordine morale. Spesso il legislatore deve valutare sia l'efficienza sia la tolleranza. Il cittadino, più che con leggi apertamente ingiuste, si confronta con leggi che, per la complessità dei casi, lasciano scoperta la tutela di alcuni valori a cui la sua coscienza tiene. Il discernimento è delicato: deve tener conto dei valori in gioco, della natura specifica della legge, del contesto sociale, dell'effetto possibile.
L'obiezione di coscienza è l'applicazione del principio dell'epikeia, in alcuni casi legittimo, in altri anche doveroso. Nella Bibbia, già nel Primo Testamento, e ancor più decisamente nel Secondo, personaggi significativi, di alto impegno spirituale, e il Cristo stesso, scelgono di dissentire nei confronti della legge della società, per obbedire a una legge superiore, che sentono venire da Dio nella loro coscienza.
Quando l'epikeia chiede disobbedienza, questa intende essere disobbedienza etica.
L'obiezione di coscienza deve essere ben ponderata nelle sue condizioni. Il motivo etico che la giustifica è l'opposizione di una legge ad un valore fondamentale per la coscienza. Naturalmente, la complessità delle situazioni, e il pluralismo delle concezioni etiche rendono difficile il giudizio sulla correttezza morale delle leggi. Questa correttezza va definita non in base ad un'etica particolare, ma tenendo conto anche della convergenza, sia pure minimale, dei diversi sistemi di valori, in vista del bene comune. Tuttavia, il riconoscimento pubblico del diritto all'obiezione di coscienza (in Italia relativo al servizio militare, all'aborto) è un'importante conquista di civiltà. Il legislatore, rinunciando a far valere a tutti i costi le esigenze della legge per rispetto della coscienza personale, non dimostra debolezza, ma piuttosto l'autorevolezza di un potere consolidato, che riconosce i limiti naturali della legge e rispetta il sentire morale autentico delle singole persone.
Considerate queste chiarificazioni di Piana, possiamo concludere che la disobbedienza dell'obiettore, dove la legge non prevede l'esenzione per motivo di coscienza, non si oppone all'etica della convivenza regolata, non disconosce la necessità della legge (non è semplice anarchia individualistica, come appare a cittadini superficiali), perciò non viola l'etica, ma contribuisce al suo possibile sviluppo. La disobbedienza di coscienza è un atto etico. Questa disobbedienza, a caro prezzo, dove non è inclusa in una legalità più evoluta, è evoluzione della legge verso una maggiore corrispondenza all'etica umana. La disobbedienza così motivata è obbedienza ad un'etica vissuta nella coscienza: questa disobbedienza obbedisce.

* * *
Vorrei concludere con un esempio semplice, lasciando da parte i casi più noti di disobbedienza etica ad una norma per obbedire ad una norma superiore. Dire la verità è indubbiamente un alto dovere morale. Ma «che cosa significa dire la verità?» (Dietrich Bonhoeffer, Etica, Bompiani 1983, pp. 307 e ss.) .
«Un maestro chiede a un bambino dinanzi a tutta la classe se è vero che suo padre torni spesso a casa ubriaco. È vero, ma il bambino nega. (…) Egli dice effettivamente il falso, ma in pari tempo esprime una verità, cioè che la famiglia è un'istituzione sui generis nella quale il maestro non ha diritto di immischiarsi. La risposta del bambino è una bugia, ma una bugia che contiene più verità, ossia che è più conforme alla verità che non una risposta in cui avesse ammesso davanti a tutta la classe la debolezza paterna. In base alle capacità che aveva, il bambino ha agito bene; la colpa della bugia ricade esclusivamente sul maestro» (pp. 310-311). Quel bambino, per istinto d'amore, ha fatto obiezione addirittura ad una alta legge morale, ha disobbedito alla legge morale, ma solo perché questa legge è stata usata dal maestro in modo immorale. «Dire la verità non è dunque soltanto una questione di atteggiamento personale, ma anche di esatta valutazione e di seria riflessione sulla situazione reale» (p. 308). Quel bambino ha disobbedito alla norma astratta, grande e preziosa ma astratta, del dire la verità, per obbedire alla legge concreta dell'amore per suo padre, legge offesa dal maestro. Maestro vero, in questo caso, è il bambino disobbediente, e cattivo allievo è quel maestro senza rispetto per il bambino, rispetto che vale più di una verità puramente fattuale.

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giovedì 30 gennaio 2020

Dossier 2015 su Resistenza armata e Resistenza nonviolenta

Dossier 2015 su Resistenza armata, nonviolenta,
con De Luna, Anna Bravo, Peyretti e altri

I
Una utile conversazione sulla Resistenza (25-05-2015)

Ci siamo trovati alcune decine di persone all'Istoreto, lunedì 25 maggio 2015, studiosi maturi ed anziani, giovani ricercatori, per conversare con storici di classe come Anna Bravo e Giovanni De Luna, autori entrambi di recenti importanti libri, sulla Resistenza armata, non armata e nonviolenta.
De Luna, nel suo recente La Resistenza perfetta, afferma che senza la Resistenza armata, quella civile non avrebbe avuto ragione di essere. Anna Bravo, come altri autori, da Semelin in qua, afferma che, in tutta Europa, la Resistenza civile al dominio nazista e fascista, ha avuto una sua autonomia di mezzi e di azione (posizione assolutamemte diversa dall'attendismo, ha riconosciuto Pavone) rispetto alla forma armata, pur convergenti entrambe allo stesso fine di difesa e liberazione, e nel rispetto e riconoscimento da parte dei resistenti civili della dedizione e sacrificio dei partigiani combattenti.
Avendo promosso l'incontro, io l'ho introdotto ponendo all'esame questa ipotesi: la Resistenza italiana è stata il meglio della nostra storia, superiore in valore di civiltà anche al Risorgimento elitario e nazionalista (per non dire del periodaccio recente, che ha offesa la Resistenza paragonata al terrorismo!), tanto che ha prodotto la bella Costituzione; allora, non è forse da pensare un oltrepassamento evolutivo della stessa Resistenza pensando e volendo forme di difesa dei giusti diritti, e di trasformazione dei conflitti, emancipati dall'uso delle armi omicide? Cioè: difesa popolare nonviolenta, corpi civili di pace, prevenzione, mediazione, riconciliazione nei conflitti su media o grande scala, realizzazione del diritto planetario di pace. Questa è la ricerca della cultura della nonviolenza.
Allora, sia la ricerca storica nello scoprire e valorizzare le forme e le esperienze inizialmente ignorate di resistenza non armata e nonviolenta (detta per lo più: civile), sia la ricerca etico-politica per l'oggi e il domani, non possono/devono collaborare in reciproca autonomia dei metodi, per una cultura del conflitto liberata dalla ideologia fatalistica della necessità delle armi omicide?
È venuta in discussione la presunta gerarchizzazione delle due forme di lotta, che secondo gli interpreti dell'immagine armata della Resistenza verrebbe compiuta dai ricercatori della nonviolenza nella storia e nella politica. Questi però ribadiscono: riconosciamo non solo la scelta delle armi in quel momento da parte dei partigiani, anche data la non conoscenza di esperienze nonviolente, ma riconosciamo anche che esistono tragiche situazioni estreme – ammesse anche da Gandhi, assunte anche da Bonhoeffer pacifista – in cui uccidere diventa una brutta necessità. Eppure non ci si può acquietare in ciò, e bisogna cercare, nelle esperienze storiche come nei progetti politici, lo sviluppo di mezzi di lotte giuste libere dall'uso della morte artificale aggiunta alla nostra universale mortalità naturale. Questo sarebbe una evoluzione umana, una emancipazione dalla necessità ripetitiva. Il non uccidere è un obiettivo irrinunciabile di umanizzazione, non è un di più per anime belle.
Nella bella e serena discussione è rimasta la giusta differenza tra il taglio storiografico e il taglio etico-politico, pur appoggiato su esperienze storiche da evidenziare. De Luna ha ritenuto che gli storici della Resistenza civile, negli ultimi venti anni, abbiano posto come un anatema sulla lotta armata. A me pare di no. Ho sempre sentito da parte dei primi il rispetto e il riconoscimento che ho già detto. Il problema è passare dai fatti ai progetti più avanzati. Il punto non è solo la coraggiosa decisione personale-esistenziale di passare la soglia oltre la quale c'è il morire e far morire (la soglia tracciata da Barbato ben illustrata nel libro di De Luna), ma è soprattutto lottare, anche a rischio di morire, con la forza e la volontà umana di giustizia, senza affidare il giudizio alla capacità distruttiva delle armi, che facilmente sfugge al criterio umano e facilmente si ritorce anche in effetti di disumanizzazione di chi usa le armi, pur con giuste ragioni. Ho raccontato a questo riguardo una mia esperienza vissuta all'età di nove anni, nei giorni successivi alla fine della guerra. Senza dire che l'escalation degli armamenti è arrivato alla distruttività nucleare totale, che impone alla ragione l'assoluta interruzione della logica armata, se ci preme la vita dell'umanità sulla terra.
Questi sono pochi primi appunti pro-memoria, del tutto integrabili e correggibili.
Grazie a chi ha partecipato! Enrico Peyretti, 26 maggio 2015

II
27 maggio 2015 - De Luna a Peyretti

Caro Peyretti, anch’io ti sono grato per l’opportunità che hai dato a tutti noi di avviare un confronto stimolante e proficuo. A me è spiaciuto solo che la discussione si sia sviluppata prescindendo dalla lettura del libro. Tu lo sai; quello che nei vari interventi è sembrato una sorta di ping-pong etico-politico-storiografico, nella concretezza della ricerca che alimenta il libro si presenta con caratteri molto più sfumati. Leletta, l’assoluta protagonista, non spara mai; pure il suo coinvolgimento è totale e il suo ruolo è decisivo nel disegnare la “Resistenza perfetta”. Lo stesso discorso vale per sua madre, “la baronessa dei partigiani”, come la chiamavano i fascisti. Quando si arrampica a duemila metri con la sola compagnia del parroco per andare a recuperare il corpo di un caduto, il suo gesto in quale categoria interpretativa lo collochiamo? E che dire delle altre figure femminili (la zia Barbara, “allenata” sui treni ospedali ai suoi nuovi compiti partigiani; la contadina che disattendendo gli ordini del marito rifocilla i patrioti; ecc…). E per quanto riguarda i maschi: abbiamo giustamente parlato di Giuriolo, ma il libro propone il percorso di Alberto Prunas Tola, che va in banda, si rifiuta di sparare e entra nello SMOM come infermiere soccorrendo nelle giornate insurrezionali partigiani e fascisti. Leletta, Dedo, e gli altri loro amici si interrogano a fondo sulla sua scelta e la loro discussione avrebbe meritato più attenzione nel nostro dibattito.

Insomma l’intreccio resistenza civile /resistenza armata è strettissimo e solo moltiplicando i comportamenti analizzati dagli storici se ne viene a capo. Per il resto, sai come la penso a proposito della resistenza civile; aver utilizzato questa categoria ha determinato uno scossone salutare agli studi sulla lotta partigiana, ampliando l’orizzonte della ricerca; resta per me quella che è stata definita la gerarchizzazione, il vedere la lotta armata come elemento decisivo e fondante di quello che è successo nel “venti mesi”. E’ una scelta che appartiene al mio bagaglio di storico e che propongo con convinzione. Ma la nettezza delle proprie opinioni non comporta affatto il rifiuto a priori di quelle degli altri.

Ti ringrazio ancora di tutto. E se ci fosse un’altra opportunità dopo aver letto il libro sarei molto contento.

Un caro saluto e a presto

Giovanni De Luna


III


4 giugno 2015 - Anna Bravo a Peyretti e De Luna

Caro Enrico,
grazie di tutto, e anche per aver ribadito che nessuno studioso di resistenza civile si è mai sognato di lanciare anatemi contro la resistenza armata o di contrapporre le due realtà. Anzi, si è cercato di farle dialogare. Quante volte abbiamo fatto notare che l'inclinazione guerriera della storiografia aveva sminuito l'immagine del partigiano, perché non valorizzava il registro della mediazione e della riduzione del danno, che invece non gli era affatto estraneo - contrariamente a quel che faceva intendere Buttiglione. Io ho sempre cercato di sottolineare i comportamenti di pace in tempo di guerra - Giovanni, ricorderai le tante volte in cui ho suggerito di studiare le tregue fra partigiani e fascisti/tedeschi, che esprimono, anche, il rifiuto di considerare inevitabile l’estensione della distruttività. Il tema è ancora oggi pochissimo presente (il libro recente di Roberta Mira non è stato molto sostenuto).
Dichiarare la lotta armata l'"elemento decisivo e fondante", è una visione troppo rigida. Nelle zone dove la lotta armata non esiste oppure è esilissima, si può dire che non ci sia resistenza? O che le azioni non abbiano senso compiuto (cioè, svolazzerebbero nella storia senza trovare posto al suo interno)? penso alla protezione degli sbandati e dei prigionieri evasi, che mette in luce un contenzioso specifico fra nazisti/fascisti e settori della popolazione, e che ha l'indelicatezza di avvenire a resistenza non ancora iniziata. E la Danimarca?
Ma non mi riferisco esclusivamente ai salvataggi, nella cui esaltazione c'è se mai il rischio di far apparire la R.C. solo come la faccia umanitaria della resistenza armata. Penso alle sue altre forme, come il rifiuto di sfollare in massa (Carrara), gli onori resi ai morti, gli assalti ai treni carichi di viveri, le "strategie di isolamento" del nemico (Il Silenzio del mare). Lotte per il futuro, che puntano alla tutela materiale e simbolica delle comunità, della famiglia, della professione, della chiesa.
Certo che il contributo in armi è stato assunto come fondamento del riscatto! all'epoca era ovvio, dovunque si faceva la conta dei combattenti in armi (e dei morti), e nessun politico italiano è stato in grado di far pesare la conta dei vivi, in particolare l'aiuto ai prigionieri alleati, che nel 46 viene invece pubblicamente riconosciuto dall'ambasciatore inglese in Italia.
Dopo 70 anni non possiamo "oltrepassare" quei criteri, come chiede Enrico? La gerarchia armati/inermi ha già pesato troppo nella ricerca - senza Absalom non avremmo saputo niente dei contadini soccorritori dei prigionieri. Io resto pienamente convinta che il sangue risparmiato fa storia come il sangue versato.
E' vero, Giovanni, ho rimandato una lettura che temevo mi avrebbe colpito, ma mi sono fondata sull'autopresentazione che hai dato alla Stampa e sulla conoscenza degli altri tuoi libri. Non è il massimo, lo capisco, ma bisogna pur proteggersi un po'.

IV
Pietro Polito- Che cos’è stata la Resistenza?

newsletter 2015/14 | venerdì 8 maggio 2015 (www.serenoregis.org)

Come fenomeno europeo, la Resistenza è stata un moto di liberazione nazionale contro il nazismo: in quanto tale la nostra Resistenza non differisce da quella di altri paesi. Come fenomeno italiano, la guerra contro il nazismo è stata insieme una lotta di liberazione dalla dittatura fascista in nome dei diritti inviolabili – così li chiama la nostra Costituzione – dell’uomo. Ma la Resistenza ha avuto anche un significato universale: in quanto guerra popolare, spontanea, non comandata dall’alto, essa è stata un grande moto di emancipazione umana, che mirava molto più lontano e i cui effetti, proprio per questo, non sono ancora finiti: a una società internazionale più giusta, ispirata agli ideali di pace e di fraternità tra i popoli”. (Norberto Bobbio)
Questa definizione della Resistenza si trova in un rapido appunto scritto da Bobbio per una dichiarazione alla radio trasmessa l’8 settembre 1963. Essa fa parte delle riflessioni che Bobbio è venuto svolgendo tra il 1955 e il 1999 sul significato della Resistenza (in larga parte inedite, ma ora si possono leggere nel recente volume Eravamo ridiventati uomini, Einaudi, Torino 2015. La citazione è a p. 56).
Le pagine di Bobbio consentono di abbozzare una risposta sufficientemente chiara e definita alla domanda: “Che cosa è stata la Resistenza?”.
Bobbio si pone esplicitamente la domanda in un discorso per il 25 aprile 1961, chiarendo che è insufficiente interpretare la nostra Resistenza “soltanto” come “un movimento italiano” contro il fascismo e insistendo sul nesso tra la “nostra Resistenza” (la formula è di Bobbio) e il “grande movimento europeo di liberazione contro l’oppressione nazista”.
Riprendendo la definizione posta all’inizio, secondo Bobbio, la Resistenza è stata un movimento europeo, nazionale, universale. Così intesa essa può essere definita e valutata sotto tre aspetti: 1. le anime; 2. gli attori e gli scopi; 3. i risultati.
Le anime della Resistenza
Come movimento europeo, la Resistenza italiana è stata “un episodio, l’ultimo episodio della tragica e nobile storia della libertà europea rivendicata”; come movimento italiano, “la nostra Resistenza” si distingue dalle altre: mentre negli altri paesi è stata prevalentemente un movimento di liberazione dallo straniero, in Italia la Resistenza è stata al tempo stesso “un movimento patriottico e antifascista, contro il nemico esterno e contro il nemico interno”; come movimento universale di emancipazione sociale, la Resistenza è stata una “guerra popolare”, “un moto popolare, l’unico grande moto popolare nella storia dell’Italia moderna”.
Naturalmente l’espressione “guerra popolare” non viene usata nel senso di guerra di popolo, combattuta da un popolo, ma nel senso della lotta di una minoranza, “la lotta impari e disperata” di una minoranza che “non sarebbe stata possibile senza il consenso e la collaborazione degli operai nelle città, dei contadini nelle campagne, di intellettuali, di amministratori, di professionisti che costituirono una fitta rete protettiva delle bande armate e dei gruppi d’azione partigiana”.
Nell’animo di una parte importante e attiva dei partigiani la Resistenza è stata una guerra rivoluzionaria”: in questo terzo significato, può essere considerata “un movimento universale, che trascende l’occasione che l’ha generata e i risultati raggiunti”.
Gli attori e gli scopi.
Le finalità della Resistenza furono molteplici.
La guerra patriottica, fu combattuta da quella parte dell’esercito rimasta fedele alla Monarchia con lo scopo della restaurazione dell’indipendenza nazionale; la guerra antifascista dai partiti antifascisti riuniti nei Comitati di liberazione nazionale con l’obiettivo della riconquista della libertà politica; la guerra rivoluzionaria da un partito che preesisteva se pure di poco al fascismo, il Partito comunista, e da un partito nuovo, nato con la Resistenza, il Partito d’azione, con il fine dell’instaurazione dello stato nuovo. Il Partito d’Azione e il Partito comunista furono i partiti militarmente più organizzati, i più decisi e i più audaci, i principali organizzatori della guerra per bande.
I risultati della Resistenza.
I risultati vanno valutati in base agli scopi.
Il principale scopo della guerra patriottica, la liberazione dell’Italia dal dominio straniero, è stato raggiunto. L’Italia deve alla guerra patriottica il suo essere ridiventata una nazione libera, democratica, inserita a pieno diritto nella comunità internazionale.
Pure la guerra antifascista ha raggiunto i suoi scopi. Certo la sconfitta del fascismo non può essere ascritta a merito esclusivo dei partigiani, ma “la Resistenza italiana ebbe il merito di inserirsi nella direzione giusta della lotta al momento giusto”.
Naturalmente il giudizio è più controverso per quel che riguarda la Resistenza come rivoluzione sociale tendente alla trasformazione radicale della società italiana. Scriveva Bobbio nel lontano 25 aprile 1961: “Orbene, la democrazia che è stata attuata in Italia è soltanto quella apparente, non quella sostanziale. La democrazia sostanziale c’è, sì, negli articoli della Costituzione, ma non c’è nella realtà. L’Italia continua ad essere la nazione delle grandi sperequazioni, tra classe e classe, tra regione e regione”.
E oggi?
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Pansa e la Resistenza condannata

Storia
Giampaolo Pansa e la Resistenza condannata (edizione accorciata)

Giampaolo Pansa, morto recentemente, ha cercato, nella storia della Resistenza, i fatti di violenza non giustificabile, per toglierle l'aura di eroismo, e per sottrarla al monopolio delle sinistre. Non si possono negare casi di violenza. Io stesso, all'età di nove anni (l'ho scritto una quantità di volte), a fine aprile 1945, a Bagnone, in Lunigiana, a guerra appena finita, ho visto partigiani uccidere senza alcuna necessità tre soldati tedeschi sbandati nella ritirata, rimasti per sempre senza nome. Li ho visti vivi, e subito dopo morti, gettati su un carretto tirato da un asino. Erano dalla parte sbagliata, ma sono stati i miei primi maestri di pace, della necessità di abolire la guerra omicida, mentre cominciavo ad osservare il mondo. Ho visitato, anni dopo, le loro tombe senza nome a Costermano.
Poco tempo prima, nella frazione dove eravamo sfollati, ho conosciuto il prete, don Lorenzelli, poi preso e ucciso dai partigiani, perché fascista entusiasta della bonifica pontina a beneficio di contadini poveri, e ammiratore pubblico di Mussolini. A noi bambini non insegnava male, in chiesa. Lo presero e lo uccisero. Uccisero anche un certo Lorenzino, nostro lontano parente, fascista esaltato, ma in realtà un po' scemo. Avevo forse sette anni quando gli dissi, in casa sua, sulla moneta da 50 centesimi: «Ora l'aquila porta il tuo fascio sul mare e lo fa affondare». Mi fece vedere due o tre fucili, in una stanza buia: «Se lo dici di nuovo, ti sparo». Si fucila uno scemo fascista?
Pansa abusa di simili casi per condannare tutta la Resistenza. Ma c'è invece chi evidenzia la più vasta componente della Resistenza, quella civile e non armata, che indica il vasto risveglio di coscienza umana, dopo gli anni in cui l'ideologia fascista esaltante la violenza aveva infestato gli animi. I partigiani armati non erano terroristi. Insieme a chi lottava senza le armi, volevano uscire dalla violenza bellica, come proclamerà la Costituzione del 1948 con l'articolo 11. Noi li esaltiamo non perché hanno vinto, ma per ciò che volevano, e perché erano dalla parte giusta.
C'è una vasta storiografia sulla Resistenza (italiana ed europea), seguita alla prima immagine, tutta militare, ma Pansa, e tanti altri storici, non ne hanno tenuto conto. Oggi non si può ignorare questa ricca documentazione. Anna Bravo, scomparsa recentemente, è una delle protagoniste di questa ricerca. Un'ampia bibliografia, non solo italiana, Difesa senza guerra, è anche in internet e nel mio blog. Un volume che orienta bene è Resistenza nonviolenta 1943-1945, di Ercole Ongaro (Bologna 2013), che abbiamo brevemente segnalato in il foglio n. 412, maggio 2014. Si veda anche Conversazione sulla Resistenza, n. 424, settembre 2015, un confronto serio con lo storico De Luna.

La Resistenza civile non era attendismo
Richiamo qualche dato dal libro di Ongaro. Si stima che abbiano partecipato più persone alla Resistenza civile, non armata, che a quella armata. L'appoggio non armato alla lotta armata non è da confondere con l'autonoma mobilitazione popolare in difesa dei diritti umani e civili né con la disobbedienza agli ordini nazi-fascisti. Claudio Pavone, nel numero della rivista Il Ponte dedicato al 50°, nel 1995, riconobbe che la resistenza civile, documentata da storiche come Anna Bravo ed altre, era tutt'altro che zona grigia o attendismo. Lutz Klinkhammer, il maggiore storico dell'occupazione tedesca dell'Italia, valuta che la resistenza civile in forme collettive può avere più forza di un gesto armato. Lidia Menapace ha mostrato che la Resistenza fu un movimento essenzialmente politico, dove l'aspetto militare era del tutto strumentale, non fondativo, come invece in un esercito. Una guerra è sempre violenta: una resistenza può essere violenta o nonviolenta. A Lodi partecipò alla Resistenza lo scultore Ettore Archinti, che era stato obiettore di coscienza nella prima guerra mondiale.
Tra coloro che aiutarono gli ebrei perseguitati si trovano molti preti, soprattutto del basso clero, ma anche alcuni vescovi, come il cardinale di Torino, Fossati. Vi si può vedere un riscatto dall'appoggio cattolico dato al fascismo negli anni del regime. Si può aggiungere la testimonianza del milanese don Giovanni Barbaresch, un prete “ribelle per amore”. Per salvare gli ebrei, si falsificavano abilmente le loro carte d'identità: a questa operazione partecipò anche Gino Bartali, riconosciuto “giusto tra le nazioni”. Nel momento del rastrellamento e deportazione degli ebrei di Roma, il 16 ottobre 1943, Pio XII restò in un ben discutibile silenzio, probabilmente temendo ritorsioni sui cattolici. Ma, mentre 2091 furono gli ebrei romani deportati, 4.447 furono nascosti e salvati in istituti religiosi cattolici. Gli ebrei in Italia erano 45.000: 8.566 furono deportati, 37.000 furono aiutati. Le lotte del 1943 nelle fabbriche, nelle campagne e nelle scuole, furono un vero prodromo della Resistenza attiva. A Genova due operai furono fucilati, ma un gruppo di carabinieri con il loro tenente rifiutarono di fucilare otto prigionieri politici, condannati per rappresaglia dell'uccisione di un ufficiale tedesco. Anche le donne contadine si distinguono nella lotta.
L'80-85% degli internati militari in Germania, a costo di gravi sofferenze fisiche e morali, rifiutarono di venire rimpatriati purché aderissero all'esercito della Repubblica sociale, collaborazionista dei tedeschi. Questo capitolo toccante fu solo tardivamente riconosciuto come vera eroica resistenza. Io ricordo bene la semplicità con cui, a guerra finita, questi militari tornarono a casa senza nessun vanto. Il mio giovane professore di lettere, Orlando Lecchini, in prima media, ottobre 1945, era appena rientrato e noi lo sapemmo dopo diversi anni.
La storia dei deportati politici e razziali è più nota. Anche tra loro ci furono reali azioni di Resistenza, soprattutto per “restare umani” in un sistema studiato per distruggere la dignità umana. Tra i deportati politici, i più resistenti erano quelli sostenuti specialmente da una fede religiosa o politica ideale. Ongaro, nel suo libro, indica sempre con precisione i numeri dei deportati e delle vittime (come le donne a Ravensbrück).
Nei vari lager d'Europa, e non solo in quelli di transito, si formarono comitati di resistenza che agivano, in condizioni inimmaginabili, con determinatezza e precisione. Ciò dimostra «che un sistema aberrante e disumano può assassinare i suoi “nemici”, ma non può annientare i sentimenti umani e la dignità di chi sopravvive». I renitenti alla leva imposta dalla repubblica fascista erano causa di angoscia nelle famiglie, di arresto dei loro genitori. Ci furono azioni nonviolente di donne a Crema, a Torino. C'era la pena di morte, eppure avvennero fughe e diserzioni con l'aiuto della popolazione, manifestazioni di donne, ma anche fucilazioni. Giovani reclutati esprimevano dissenso sovversivo fin dentro le caserme. Anche dei carabinieri passarono ai ribelli. Un nostro conoscente, bersagliere repubblichino, di nome Vismara, si mise in borghese, presenti noi bambini che potevamo parlarne, e passò ai partigiani. Qualcuno poi insinuò che andasse come spia. Ma dopo guerra, lo ritrovammo al mare, vivo.
«Nella storia dell'Italia unita non era mai stata scritta una pagina di così intensa mobilitazione popolare e di diffusa disobbedienza civile per dire no ad un esercito che combatteva a fianco dell'occupante nazista». Nel gennaio 1945, Mussolini passò in Lunigiana, fingendo una visita al fronte non lontano. Madre e figlia Berardi, nostre conoscenti, che dovettero ospitarlo nell'unica casa signorile di Mocrone, ci raccontavano che era anche fisicamente irriconoscibile. Ma anche in Sicilia, per un nuovo reclutamento nel contingente italiano che combatteva con gli Alleati sulla Linea Gotica, una donna, Maria Occhipinti, si ribella e solleva una rivolta popolare contro la continuazione della guerra. Mussolini non era più lo spavaldo dittatore della nazione.
Resistenza delle donne
Tutto il capitolo 9 di Ongaro è dedicato alla resistenza, armata o non armata, delle donne. Sono state nonviolente non per natura, ma per scelta morale e pratica. Una toccante testimonianza mostra la relazione misteriosa tra madri che non si conoscevano: proteggendo qui un soldato in pericolo speravano che un'altra madre proteggesse il loro figlio lontano, in guerra. A Roma, nel marzo 1944, manifestazioni di donne ottengono l'abolizione del traffico militare tedesco attraverso la “città aperta”. Due donne vengono uccise, altre dieci sono fucilate il 7 aprile.
Notevole il moto di migliaia di donne di Carrara, il 10-11 luglio 1944, che si ribellavano all'ordine di sgombero della città imposto dai tedeschi, fino a costringerli a revocarlo. Io frequentai il ginnasio e liceo a Carrara dal 1948 al 53, solo quattro anni dopo, e mi sorprende il fatto che non seppi mai nulla di questa eroica azione. La guidava Francesca Rolla. Il mio professore di filosofia si chiamava Rolla. Che fosse parente? Pur fortemente antifascista, non ci parlò mai di quella forte resistenza di donne. Ma ci raccontò un divertente aneddoto del padre e del bambino, durante il fascismo, una specie di teatro di strada: «O pa', aiò fama!». «Grida alalà, e la fama t' pasarà». (Alalà era uno slogan fascista). Quell'uomo fece dei giorni di prigione, per questa scena di opposizione. Nell'aprile 1944, a Parma, una manifestazione tumultuosa di donne ottiene la revoca o sospensione di alcune condanne a morte di partigiani. Altro si dovrebbe segnalare, sulla stampa clandestina, vera arma nonviolenta di movimento delle coscienze, e sui Comitati di Liberazione Nazionale.
Pansa ha voluto vedere solo una guerra civile, ugualmente violenta dalle due parti. Ongaro si chiede nell'ultimo capitolo: «Quale senso per la Resistenza armata?». Riconoscendo il valore innovatore della Resistenza non armata, civile, nonviolenta, noi non condanniamo i partigiani che lottarono con le armi. Ongaro mostra bene in quali condizioni molti decisero per la lotta armata. Le forme nonviolente furono quasi solo spontanee, senza tecniche organizzate. Molti partigiani usarono il meno possibile le armi, parecchi parteciparono senza mai usarle. Ci disse Norberto Bobbio in un incontro tra pochi, nel 1994: «A volte mi sono pentito di non avere ucciso un tedesco, ma so che se l'avessi fatto me ne pentirei».


Enrico Peyretti

mercoledì 1 gennaio 2020

1 gennaio 2020 - Fare o pensare?

Fare o pensare?
Fare o pensare? Ovvio, non è un'alternativa. Ma, di fatto, è spesso una separazione. Oggi si vuole una scuola che insegni a lavorare, che dia competenze, il saper fare. E chi dice di no? Ma è un buon lavoro quello fatto senza saper pensare? Pensare non è solo la capacità di costruire un ponte che non crolli (il minimo per un ponte decente, onesto), ma è, oltre il ponte fatto bene, sapere e pensare in quale insieme di vita e di significati giusti e umani quel ponte entra in funzione.
Pensare è interrogarsi, un passo oltre il saper fare: "Perché lo faccio?". L'interrogativo è più importante della risposta, che può nascere solo dalla domanda, dalla fecondità del non sapere, dal travaglio dell'ignoranza viva e pregna perché curiosa. Il pensiero è interrogativo. Proibire le domande è proibire l'umano.
Fare senza pensare è come lo schiavo nell'anima, come il soldato che obbedisce, funziona, e uccide, senza coscienza di sé e degli altri. Anche pensare senza fare, non va bene. Anche il poeta e il pittore, il filosofo e l'astrofisico, devono rendersi utili, almeno dando piacere, almeno insegnando ad altri il loro sapere, la loro arte, almeno proponendo domande e misteri, tra tante certezze.
Sapere non è accumulare conoscenze, né abilità. Come ogni parola, sapere (verbo e sostantivo) ha un grappolo di significati (ogni parola è un albero con radici e rami e fiori, in una foresta di creature sonore). Oltre conoscere, sapere vuol dire anche capire, avere consapevolezza (coscienza), essere saggio, avere sapore, dare e sentire un gusto, buono o cattivo. Non si ha né si trasmette un sapere senza tutto ciò, con la mente, le mani, la lingua, gli occhi, la pelle, e tutti i sensi.
L'insegnante deve trasmettere quello che già sappiamo, ma accanto a lui ci vuole il ricercatore senza vincoli che indaga, curioso, nel grande campo di quel che non sappiamo. E ogni scolaro, ogni studente, deve imparare, ma anche almeno un po' ricercare.
Non c'è un fare umano se non è più del saper fare: cioè capire cosa faccio, farne esperienza e trarne saggezza, gustarne il sapore, pagarne liberamente il prezzo della fatica, goderne il valore e la bellezza. Senza tutto ciò, il lavoratore è uno schiavo ben allenato, e disumanizzato: ma un robot è più bravo di lui, perché non rischia di  pensare.
Certamente, la politica deve creare occasioni di lavoro e degno salario, e la scuola deve dare capacità corrispondenti, per la vita giusta di tutti. Ma, perché sia lavoro umano, deve crescere in compagnia del sapere, di tutti i significati del sapere. La scuola deve educare tutta intera la persona umana: fare cultura è coltivare tutte le dimensioni umane: dall'utile, al gratuito, al bello, al vero, al giusto, al buono. Non solo l'utile. I ragazzi che oggi si svegliano dall'imbambolamento che gli abbiano somministrato, in sostanza forse chiedono questo. Saremo capaci di rispondere?  
E. P.

venerdì 27 dicembre 2019

2006 - La Bibbia di tutti è il cuore dell'uomo

2006 12-14 agosto - La bibbia di tutti è il cuore dell’uomo

Convegno in memoria di don Michele Do, St Jacques, 12-14 agosto 2006
Enrico Peyretti

Rispetto a questa relazione del 2006 (che potrebbe essere ancora integrata come indicato qui sotto in rosso), per conoscere adeguatamente Michele Do bisogna leggere la raccolta, curata dagli amici, del suo pensiero spirituale sulla base di appunti e registrazioni delle sue conversazioni: Per un'immagine creativa del cristianesimo (pro manuscripto, pp. 359, 2008) (e. p.)


Aggiungere: - «Ecclesia ab Abel» (Calati, Sapienza Monastica, p. 322, da Gregorio; vedi)
- “Cuore dell’uomo” in Balducci, L’Altro, p. 90
-Vangelo scritto da noi: ivi, p. 73
-“Quando cerco il meglio di me, nel contrasto tra la Bibbia scritta e quella del cuore, scelgo quella del cuore” (don Michele, conversazione sulla chiesa del 1968).
- “Abbiamo un vangelo dentro di noi” in “Per un’immagine creativa…”, pp. 47, 51, 54, 64, ….
- Pier Cesare Bori, Lampada a se stessi, Marietti 2008
- Sul modernismo citare Bonomelli sulla libertà nella chiesa, senza la quale si isterilisce e soffoca


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1. Metodo 2. Un testo di riferimento 3. La prima Bibbia 4. Sulla via di Emmaus 5. Le attese dell'uomo più alte 6. Ecclesia propter homines 7. Potere spirituale e dignità della persona 8. Quei testi rispondono al cuore 9. Perché crediamo 10. Possiamo noi scrivere la bibbia 11. La bibbia delle madri 12. Per una collocazione storica di Michele Do 13.Chiesa dell'amicizia 14. Testimoni non mediatori 15. Le altre vie 16. Religentem oportet 17. Ma quale cuore? 18. Ripartire dalla sorgente

1 - Metodo

Abbiate pazienza, non giudicate severamente questo mio discorso difficile, nel tentativo di capire e raccogliere un aspetto dell’eredità di don Michele, parlando dal basso su cose alte. Esporrò un mazzetto di “schede”, senza pretesa di organica sistemazione, semplici riflessioni su parole e pensieri che abbiamo udito da don Michele.
Di una persona come lui si può parlare su due registri: il primo filologico, teso a raccogliere con precisione scrupolosa la sua parola e testimonianza; il secondo consistente nel rispondere al suo stimolo accettando l’impegno che ci trasmette. Il primo modo è quanto più possibile oggettivo, il secondo è personale, implica scelte che non sono necessariamente condivise da tutti, sebbene orientate agli stessi valori e proponibili alla considerazione di tutti, nel tentativo di accogliere responsabilmente un’eredità e continuare un cammino. Insomma, un doppio movimento: l’uno fare memoria, raccogliere, nutrirsi; l’altro elaborare, proseguire, andare, su responsabilità nostra. Don Michele diceva cose simili a queste, parlando di don Primo Mazzolari.
La fedeltà ad un maestro, come ai propri padri, non sta tanto nel ripetere. C’è fedeltà persino quando si dimentica il maestro perché si è interiorizzato il suo insegnamento e testimonianza. Dunque, non facciamo un culto della personalità, né una canonizzazione di don Michele (è una affettuosa tentazione possibile), ma cerchiamo di assumere la nostra responsabilità, registrando la grandezza chiara della sua testimonianza, e le nostre lentezze e difficoltà.

2 - Un testo di riferimento
Manca in questo convegno una relazione sulla chiesa, nel pensiero di don Michele. Al riguardo, oltre a parole e ricordi, abbiamo due testi pubblicati:
- uno del 1968, circa: La nostra appartenenza alla chiesa, pubblicato su il foglio n. 327, dicembre 2005 (www.ilfoglio.info) , col titolo Pace con la chiesa, e su "La nonviolenza è in cammino", n. 1134, del 4 dicembre 2005 (nbawac@tin.it, gli arretrati si trovano nel sito http://lists.peacelink.it/nonviolenza/maillist.html). In questo testo di don Michele c’è già un paragrafo Il cuore dell’uomo, primo vangelo.
- l’altro del 1985: La chiesa: con amore e per amore oltre don Primo, in AA.VV., Don Primo Mazzolari. L’uomo, il cristiano, il prete, Cens, Milano, 1986, pp. 129-174 (qui citato in sigla CODP) (volume ora ristampato – compresi gli errori di stampa! – dalla editrice Servitium, Sotto il Monte, 1999). [In seguito, nel 2008, questi due testi sono usciti nel volumetto delle edizioni Qiqaion, della Comunità di Bose: Michele Do, Amare la chiesa, con prefazione di Enzo Bianchi].
Questo secondo è uno dei pochi testi da lui rivisti e rifiniti, cosicché si può considerarlo un suo scritto, più unico che raro. Inoltre, i due testi vanno messi in rapporto storico tra loro: il primo, all’indomani del Concilio, è una riflessione autobiografica sulla chiesa; il secondo registra una ulteriore evoluzione del pensiero di don Michele sulla chiesa.
Farò dei riferimenti a questo secondo testo, oltre che alla memoria viva che tutti abbiamo di don Michele. Il mio tema ora non è la chiesa, ma il cuore dell’uomo come primo luogo della parola di Dio che tutti chiama e illumina: «la luce vera, che illumina ogni uomo» (Giovanni 1,9).
I due testi sono come allacciati dall’ultima parola del primo e da questa del secondo: «La chiesa è tutta l’umanità, è la creazione intera in quanto si apre alla presenza dello Spirito che la fa ascendere a divina pienezza» (CODP 158). Siamo, ovviamente, a distanza siderale, diametrale, da una colonizzazione chiesastica dell’intera umanità: si tratta invece della dispersione del lievito, incurante di sé, nella pasta, e della immersione, senza risparmio, della luce, del sole e della pioggia, in ogni terreno da fecondare.
«La chiesa è il mondo che va faticosamente trasfigurandosi nella bellezza» (CODP 167). Se la chiesa è l’umanità, allora l’umanità, in quanto aperta allo Spirito, convocata, raccolta, illuminata, è la chiesa, luogo della discesa dello Spirito e dell’ascesa del mondo a Dio. E l’umanità è presente, concentrata e riposta nel profondo di ogni cuore umano, al centro di ogni persona. Ogni persona è, come universale concreto, l’umanità, in una forma tutta particolare. Ogni cuore, nella sua nuda sincerità, nella sua condizione essenziale, riflette l’identità umana universale, che ci unisce attraverso ogni differenza, che tutti accomuna liberamente, e questo riconoscimento è la condizione della pace. Ogni cuore è visitato da Dio.

3 - La prima Bibbia

Lo dice lui stesso: «Il cuore dell’uomo (per don Primo) era “cosa di Dio”, testo sacro. La prima Bibbia, il primo Evangelo, quello non scritto da mano d’uomo ma costruito da Dio a sua immagine e somiglianza. (…) Dio è presente in noi come domanda, prima di presentarsi come risposta. Il cuore [umano] e l’evangelo, due realtà egualmente sacre che stanno tra loro come la sete e la sorgente» (CODP 143) (Amare la chiesa, p. 55).
Ma qui sentiamo un primo problema, un interrogativo. Dice Sartre che la sete non dimostra la sorgente: «L’uomo è una passione inutile». Se il nostro cuore è questa sete di Dio, questo anelito, come la cerva “sospira” (traduzione Ravasi) all’acqua della fonte (salmo 42), ci sarà poi la sorgente che la disseta? E se c’è, la troverà? La cerva può anche morire di sete. L’interrogativo pesa. Nella relazione di Giancarlo Bruni ho ascoltato un passo di don Michele sulla scorta di Simone Weil: se anche il pane non ci fosse, la fame di pane è il grido, il diritto, la dignità del bambino, di ogni uomo. Sant’Agostino dice: «Il tuo desiderio è la tua preghiera» (Sermones 80,7; Enarrationes in psalmos 37,14), e la preghiera è già grandezza dell’uomo. È già gloria di Dio che l’uomo lo cerchi dal fondo del cuore.
Ma un interrogativo ancora precedente possiamo ascoltare. Don Michele scrive: «L’evangelo trova un consenso profondo nel cuore dell’uomo. La sua forza di seduzione è grande in ogni spirito nobile, se pur non credente» (CODP 134).
Ma è proprio vero? C’è davvero questa sete nel cuore umano? In ogni cuore umano? Vediamo persone che ne sono apparentemente immuni, esenti. Cercano e gustano cose ben più limitate, e sembrano sazi.
Tutta un’apologetica cristiana si fondava sulla necessità di Dio per l’uomo, che subito diventa necessità tua della mia religione, della mia chiesa: io ho la risposta, tu hai bisogno di me. E c’è anche una replica dell’uomo che fa a meno di Dio, pur vivendo una vita degnamente umana, né barbara né idolatrica, una «etica del finito» (come dice Rossana Rossanda).
Viene alla memoria un atteggiamento di don Michele, anche sdegnato e brusco e quasi duro: «Con chi non sente questa sete, non ho nulla da dire, nulla in comune!», anche se non ne faceva un perduto, un uomo minorato. Sentiva insieme fastidio e comprensione per i cuori sordi, ottusi. Credo che vedesse Dio alla fine abbracciare anche i cuori sordi. Ma con questi, lungo la via, occupati e distratti completamente in altro, in cose da meno, non c’era discorso, non c’era il discorso importante, della pienezza umana, e per le chiacchiere secondarie non c’è mai abbastanza tempo. Se guardiamo alto e lontano, incoraggiamo, svegliamo e invitiamo anche i cuori pigri e pesanti.
Ma dunque è proprio vero che «L’evangelo trova un consenso profondo nel cuore dell’uomo»? Quella di don Michele non è tanto una teoria sull’uomo, quanto piuttosto la testimonianza dell’esperienza che fa lui stesso, che soprattutto vede e riconosce in cuori grandi, in Gesù soprattutto – «immagine alta e pura del volto dell'uomo così come lo ha sognato il cuore di Dio» (dal suo Credo). Dunque, una proposta e una possibilità bella, più che un dato di fatto naturale e connaturato.
Il cuore dell’uomo non è sempre come lo sogna il cuore di Dio, che vorrebbe abitarvi liberamente accolto, per attuarvi la pienezza della vita donata.
Allora, il titolo di questa conversazione, «La bibbia di tutti è il cuore dell’uomo», con cui credo di poter interpretare un sentire di Michele Do, credo anche che non debba pretendere un valore quantitativo universale: non significa ogni cuore umano, nessuno escluso; non significa il cuore umano sempre, naturalisticamente. Ci sono anche cuori chiusi, rozzi, violenti, oppure dispersi fuori di sé (vedi la parabola del seminatore e dei diversi terreni). «L’uomo bruto non comprende e lo stolto non capisce» (salmo 92.7). Ci sono anche cuori malvagi. Lo sappiamo anche del nostro cuore.
Quel detto non è una constatazione statistica, che dia una vittoria alla religione nel sondaggio sulle umane aspirazioni. È piuttosto un appello, una rivelazione di sé a chi l’ascolta: «Senti, ascolta, nel tuo cuore, nel più intimo di te c’è una parola, una voce che chiama e una luce che illumina, che ti trasforma da ciò che sei alla tua verità. Vivi la tua essenza più vera». Un appello non moralistico né, tanto meno, proselitistico, ma la fraterna condivisione di un’esperienza, che risveglia e unisce: «Nel mio cuore ho sentito questa voce e questa luce, in questo centro di me io riconosco anche te e il tuo centro, e lo venero senza nulla importi».
La religione si offre come un abbraccio, un dono di luce, non una necessità, senza di cui non saresti uomo. Aldo Capitini direbbe «una libera aggiunta».
Oppure, forse meglio, mi pare che don Michele ci dica: «La religione, amico, non ti viene da fuori, estrinseca. È il centro più vivo e intimo di te, anche se non gli hai dato nome, anche se hai tanti dubbi e ti senti incapace, anche se rivolgi ancora la tua maggiore attenzione a tante cose che invano moltiplichi per tentare di saziarti».
Insomma, non credo che si potrebbe intendere il sentire di Michele Do come un puro umanesimo positivo, tutto ottimistico, un cristianesimo naturale, come se intendesse: chi non è cristiano non è umano! E tuttavia diceva di non vedere un ateo felice. Penso che, senza nulla ignorare della realtà umana, dei suoi abissi, errori e orrori, egli veda l’essere umano come aperto, non concluso, non chiuso. Semmai, potrebbe riportarsi al grande umanesimo cristiano rinascimentale, consapevole di tutto il dramma e di tutta la vocazione umana.

4 - Sulla via di Emmaus, interrogando e ascoltando il cuore

Parlando della chiesa, Michele dice ancora: «la chiesa è (…) un camminare insieme come sulla strada di Emmaus interrogando ed ascoltando ognuno il proprio cuore e il cuore del compagno di viaggio» (CODP 148). È «lo Spirito creatore [che] opera ovunque c’è un puro anelito religioso» (CODP 157).
Ma questo anelito è dappertutto? No. Occorre aspirare per respirare.
«Occorre dilatare l’anima su misura del Mistero di Dio che sempre ci trascende: “Dio è più grande del nostro cuore” (1 Giovanni 3,20). È l’illimite di Dio nel limite umano» (CODP 170). Allora, non il cuore com’è, non il cuore pigro e vivacchiante, ma il cuore che si allarga e scruta e aspira, può scoprire nel profondo di sé la parola che rivela lui a lui stesso. Quel fondo di noi, che non conosciamo, che spesso non cerchiamo, è una presenza vivente, nel cuore del cuore, è Dio.

5 - Le attese nell’uomo più alte

Vive poco il cuore che non ha attese grandi, ansima come un polmone compresso, schiacciato, ridotto. Don Michele parla di «le attese più alte del cuore», «le sue attese più vere e profonde» (CODP 131 e 137). Non semplicemente l’uomo è bibbia, ma la verità genuina dell’uomo, spesso nascosta, sepolta, ignorata. C’è un tesoro nascosto nel campo e il campo più ricco di segreti è l’uomo, ma, se non scavi, nulla vi trovi.
Quel cuore nascosto e ignorato, latente, spesso in letargo, che si sveglia alle attese, è tuttavia più grande della chiesa: «Le strutture della chiesa di Gesù sono strutture della esperienza spirituale. Sono strutture ontologiche, non strutture giuridiche: segnano l’essere di ogni discepolo» (CODP 149).
Il discorso cristiano di don Michele è un’antropologia aperta alla luce (così pensavo ascoltando il suo testo sull’eucarestia, il 29 luglio scorso, a Casa Favre); è una lettura dell’esperienza più profondamente umana. Carlo Molari, quel giorno, diceva: «Nessuna parola su Dio ha senso se non è parola sull’uomo».

6 - Ecclesia propter homines
«L’uomo è troppo grande perché si possa riconoscere pienamente in una istituzione, anche la più sacra, perciò la saggezza del detto antico: Ecclesia propter homines. (…) L’uomo è un mistero inesauribile e insondabile perché ha in sé il mistero inesauribile e insondabile di Dio» (CODP 151).
È quello che ha detto Giovanni Paolo II: «L’uomo è il fine della chiesa». Ma in quale senso? Anche il cliente è il fine – il target ! – del produttore e del venditore. La chiesa porta qualcosa all’uomo che l’uomo non ha? La chiesa salva l’uomo? La chiesa porta Dio all’uomo? Oppure il mistero dell’uomo è l’oggetto dell’ammirazione della chiesa, che vi scopre, vi legge, vi venera e vi chiarisce e illimpidisce l’immagine di Dio?
Tante volte e in tanti modi il potere si è dichiarato al servizio degli uomini, e ha servito comandando, imprimendo se stesso sull’umanità, come il volto di Cesare sulla moneta. Non è col “potere su” qualcuno che si è per lui, ma dando a colui che serviamo il “potere di”, la possibilità di essere e di svolgere le potenzialità che contiene, i frutti che può dare. Non “potere su”, ma “potere di”. E per questo ogni potere ha da essere “potere per” altri.

7 - Potere spirituale e dignità della persona

«È stato un giorno di grazia quello in cui è caduto il potere temporale della chiesa, ma giorno di grazia più grande sarà quello in cui cadrà il potere spirituale, assai più insidioso e deleterio» (CODP 168).
«Potere giuridico e potere dello Spirito. Si può ambiguamente passare dall’uno all’altro significato operando una perniciosa contaminazione. Contaminazione che si fa evidente, dolorosamente evidente, nel sacramento della penitenza, dove il sacramento può diventare tribunale e il sacerdote può farsi giudice che assolve e condanna, frugando talvolta senza pudore nella intimità sacra di una creatura già umiliata dalla sua colpa» (CODP 163).
Questo cenno preciso tocca il punto più nevralgico del rispetto che l’istituzione chiesa deve alla persona, oppure le fa mancare. Altre istituzioni possono violare o di fatto violano diritti umani. La chiesa che si fa potere giuridico, più che focolare dello Spirito, rischia di violare il tempio dello Spirito nella persona umana, fragile e sacra.
La chiesa istituzione si è fatta nei tempi recenti paladina dei diritti umani. Ma è stato osservato che, sotto vari aspetti, non li rispetta e non li realizza al proprio interno: diritti ecclesiali della donna; diritto di parola, informazione, partecipazione; diritto di ricerca teologica; diritto di difesa dalle accuse dottrinali in teologi processati a loro insaputa, ecc.
L’immagine del libro sacro scritto anzitutto nel cuore si completa con l’immagine della persona, del cuore e del corpo umano tempio dello Spirito santo (Romani 5,5; 1 Corinti 3,16; 6,19) , e con quella giovannea della inabitazione di Dio nella persona umana (Giovanni 14,23) che ama e crede.
Dio abita l’uomo anzitutto, ogni singolo, e lo chiama col suo nome unico (Apocalisse 2,17), non come un numero di una massa; e poi abita la chiesa, perché abita l’umanità. Perciò la persona ha una dignità inviolabile di fronte alla chiesa.
In questo scritto su Mazzolari, Michele Do porta un grande documento di questa fierezza santa, le parole scritte da Mazzolari al card. Montini quando fu colpito da castigo e divieto di parola nella chiesa: «Nel 1953 fui condannato senza essere interrogato né prima né poi (…). Il silenzio non mi spaventa, né mi spaventa il sine die poco umano. Ho la morte a due passi la quale mi libererà da ogni limite e da ogni potere dell’uomo. Lassù, l’adorazione in spirito e verità è così larga da compensare ogni strettezza terrena (…). Domando la grazia di darmi l’obbedienza in una forma che rispetti davanti ai miei parrocchiani di dentro e di fuori, se non l’uomo, l’ortodossia della mia fede e la dignità della mia vita sacerdotale». (CODP 136).
E riferisce pure le parole di Mazzolari al suo vescovo che gli aveva letto il decreto di condanna del S. Uffizio: «Sono più contento di essere da questa parte del tavolo a sentirmi leggere la condanna, che da quella parte a doverla leggere» (CODP 142). Senza fare paragoni forzati, sono le parole di Giordano Bruno ai suoi giudici: «Avete più paura voi di me».

8 - Quei testi rispondono al cuore

Se l’attenzione alle religioni e la loro conoscenza diventa fede è perché qualcosa e qualcuno lì, attraverso quei testi e quelle tradizioni, ci tocca ben più intimamente che nell’intelletto speculativo, o nelle regole di vita, o nella conoscenza delle tradizioni, o nell’appartenenza a un cammino spirituale, cioè ci tocca nel “cuore”, nel centro dell’essere. E se qualcosa di vivo e vero ci tocca lì, è perché ci tocca anche in tanti modi nella vita quotidiana più comune: desiderio di bene, dolore e scandalo del male, indignazione per le violenze, bisogno di amore, volontà di giustizia, nostalgia di pace, gioia della bellezza, coscienza della colpa, alterità dell’altro, voglia di far piacere, sentimento di pietà e compassione, caducità e speranza della vita, ecc. In simili momenti di vita piena, o di sete di vita, qualcosa di vivo e di vero ci tocca nell’intimo.
Allora nei testi “rivelati” di ogni religione noi riconosciamo - quei testi ci rivelano - che lì c’è della verità, perché esprimono - anche rimproverandoci, accusandoci, correggendoci, stupendoci, e consolandoci (a volte anche lasciandoci perplessi) - quelle apparizioni più incerte o più chiare di mistero, che si affacciano nelle esperienze quotidiane; dunque ci chiariscono l’esistenza, rispondono al “cuore inquieto” (detto così bene da Agostino, ma anche da Manzoni e da quanti altri, persino da chiunque tra noi!... ) che non ha pace fin quando non dimora in Dio. È la vita, è l’esperienza profonda della persona che verifica il carattere rivelativo dei testi sacri.

9 - Perché crediamo
In definitiva, crediamo a quei messaggi religiosi perché ci permettono di vivere, cioè danno un senso al bello e al brutto della vita, ai giorni e alle notti, al vivere e al morire. La verifica delle religioni è la vita. Il criterio per credere o no, per riconoscere o no un valore di verità ad un messaggio e ad un annunciatore, non è l’autorità della tradizione, ma è lo sperimentare se aiuta o no a trovare un senso della vita. Il dio di cui mi parlano, o la sapienza di vita che mi propongono, rispondono o no a ciò che la mia vita grida e invoca? «Tu solo hai parole di vita» è la risposta della fede (anche se quel “solo” oggi forse lo attenuiamo, senza negarlo, perché riceviamo più di un raggio di quella «luce che illumina ogni uomo» su una “pluralità di vie”, come evidenzia Pier Cesare Bori: Pluralità delle vie. Alle origini del Discorso sulla dignità umana di Pico della Mirandola, Feltrinelli 2000; Universalismo come pluralità delle vie, Marietti 2004).
Insomma, sentire che la prima bibbia di tutti è il cuore umano, non è mica chiudere le altre bibbie, non è perdere la ricca varietà delle scritture sacre e sapienti! Senza le domande di quel cuore, tutte le bibbie sarebbero mute, non darebbero risposte. Il limite dei bravi biblisti specialisti, che aiutano a fare una lettura più esatta, a volte è il biblicismo: stare dentro il recinto del libro, girarlo e citarlo per ogni verso, senza abbastanza metterlo in contatto col discorso quotidiano della vita, del cuore, dentro le vicende del mondo.
La bibbia – e ogni grande libro sacro - veramente insegna a vivere, ma se non c’è domanda e bisogno di imparare – il “cuore inquieto” che cerca e interroga – , se non c’è un’attrazione sulla via della vita, non insegna niente di vivo, resta un fenomeno letterario o storico.

10 - Possiamo noi scrivere la bibbia
La grande maggioranza dei credenti in Dio, lungo la storia, non ha certamente “letto” tutti i testi sacri da cima a fondo, ma ha ricevuto la loro sostanza attraverso l’educazione materna, le testimonianze di vita, la pre-dicazione (cioè il “dire” le esperienze interpretate), le “storie” (fino agli affreschi nelle cattedrali; quando ero bimbo la bibbia si chiamava “storia sacra” e si leggeva nelle figure dei libri). Parlando dei libri sacri non ne parliamo in senso “colto”, da alfabetizzati, ma appunto come trasmissione di depositi narrativi e sapienziali che interpretano l’esistenza. Michele Do aveva presenti come testimoni del vangelo gli «indotti intelligenti»: quelli che hanno compreso e accolto lo Spirito pur senza costruire o ripetere dottrine.
Così nasceva quell’affermazione audace di san Gregorio Magno (papa, 590-604), ripetuta con gioia da padre Benedetto Calati, che se la bibbia non ci fosse potremmo scriverla noi (cfr. Benedetto Calati, Sapienza monastica, Studia Anselmiana, Roma 1994, pp. 57, 189-190, 319. Il testo di Gregorio è: In Librum I Regum, III; PL LXXIX, 216 C). Calati commenta: «Se le Scritture non fossero state scritte, questa esperienza vitale, vissuta dal credente oggi, sarebbe essa stessa Sacra Scrittura» (op. cit., p. 190). Innocenzo Gargano interpreta: «I Santi, ma in fondo tutti i battezzati, sono pagina aggiunta alle Scritture ispirate. La stessa attenzione richiesta nella lettura delle Scritture Sante occorre averla dunque anche nella lettura degli eventi storici che si sviluppano nel tempo fino alla consumazione dei secoli» (Introduzione a Calati, op. cit., p. 56).
Potremmo scrivere la Scrittura, spiegano questi padri, perché abbiamo ricevuto in cuore lo stesso Spirito che ispirò gli agiografi, non importa se in misura assai più piccola, ma uguale nella sostanza viva. Lo spiega con uguali parole don Michele: «Lo stesso Spirito che è all’opera nel cuore del Maestro è all’opera nel cuore dei discepoli» (CODP 155).
Va bene un canone di riferimento, ma perché vedere la bibbia come un libro finito e chiuso, se narra un’avventura sempre in corso nel cuore dell’umanità e di ogni persona umana? Il vangelo è sempre quello, eppure, come tutta la Scrittura, «cresce con chi lo legge» (Gregorio Magno, in Calati, op. cit., pp. 57, 72, 337-343, e passim); allora si tratta di essere vangelo che vive, e dunque anche si esprime, dialoga e comunica in pensiero e parole. Ogni persona è vangelo o attesa di vangelo, come il vecchio calabrese, compagno di camera in ospedale di don Michele, a Ivrea, che gli dice «Bisogna vivere secondo il vero», e lui si annota le parole di quel vecchio come un «quinto vangelo» (lo racconta nell’omelia del 31 dicembre 1985). Un giorno, sul prato davanti a Casa Favre, mi diceva: «Se si scrivesse oggi, la bibbia comprenderebbe anche, per esempio, le pagine sulla notte dell’Innominato».

11 - La bibbia delle madri
Pier Cesare Bori indica alcuni convincimenti morali fondamentali, «che la parte migliore dell’umanità ha posto a base del suo vivere in società, ha espresso in una straordinaria varietà di culture popolari tra loro non isolate e ha trasmesso soprattutto attraverso la sapienza della donna, sino al momento presente: il diritto non si attua senza il sentimento dell’obbligo verso ogni essere umano; il rispetto, privilegio e onore riconosciuti ai deboli; la superiorità di chi sa non rispondere al male col male, ma con la forza persuasiva della parola indifesa; il valore dell’agire secondo coscienza, a prescindere dai frutti; l’idea che occorra saper governare se stessi e la propria casa per governare anche gli altri; l’idea che la maggior guerra sia quella contro se stessi; l’esistenza assunta come somma di benefici che occorre restituire; il rispetto e la pietà per ogni vivente; la vita che si acquista perdendola; la tranquillità e la pace che vengono dalla certezza di una giustizia non affidata alla storia» (Per un consenso etico fra culture, Marietti 1995, p. 106-108).
Questi sono princìpi morali universali, in qualunque modo siano detti, e sono stati fino ad oggi trasmessi da una generazione umana all’altra, sì, tramite i libri sacri, tramite maestri riconosciuti, tramite tradizioni e costumi, ma soprattutto, nella vita quotidiana nelle case, comunicate ai bambini col latte materno, tramite la sapienza di vita delle madri. Perciò parlerei di una “bibbia delle madri”, più ancora che dei padri – compresi i “padri della chiesa” e i ministeri ecclesiali, tutti maschili (eccetto le chiese evangeliche) - che insegnano più con le parole che con gli atti continui della vita.
C’è la voce interiore alle coscienze – quella «legge non scritta» che Antigone, come ogni obiettore di fronte al potere, opponeva all’arbitrio di Creonte; il «demone» di Socrate; la «piccola voce» di Gandhi; il «cuore di carne» che Ezechiele (cap. 36) vede trapiantato in noi in luogo del «cuore di pietra»; la legge che Geremia profetizza posta nell’animo e scritta nel cuore (cap. 31,33); lo Spirito, legge interiore che ci libera dalla legge del peccato (Romani 8,2); la sapienza di vita in tanti modi nominata nelle diverse culture e tradizioni spirituali – e c’è, a conferma e sostegno delle coscienze, l’esempio quotidiano, umile e concreto, delle vite buone e giuste, esempio incancellabile e fondamentale (che pone le fondamenta dell’esistenza), pur in mezzo ai tanti mali e difetti umani.

12 - Per una collocazione storica di Michele Do

Ricordo una battuta di don Michele su Michele Pellegrino, grande vescovo di Torino: «È ancora troppo “teologo”». (Si veda, sulla teologia, la citazione di Guardini a p. 147 di CODP). Pellegrino non era un teologo speculativo, aveva il senso storico, perché conosceva il pensiero della chiesa delle origini, aveva una grande apertura ai tempi, era un uomo spirituale, eppure a don Michele appariva ancora troppo legato alla chiesa struttura giuridica. Anche Montini era un nomo spirituale, ma molto timoroso di scostarsi dal ripetere la tradizione (il Credo di Paolo VI, compreso l’inferno, che era oggetto di scandalo per don Michele; la Humanae vitae) e di toccare la struttura (la sua resistenza alla collegialità episcopale).
Gli uomini di chiesa sentiti più vicini da don Michele erano altri. Se vogliamo collocarlo storicamente (ripeto ora alcune cose dette qui due anni fa per Umberto Vivarelli), lo vediamo in quella linea storica di cristiani, preti e laici, risalente al movimento del modernismo, represso poliziescamente da Pio X (anche Angelo Roncalli fu tra i sospettati), ma proseguito come fiume carsico, emerso serenamente nel Concilio di 40 anni fa. Don Michele osserva con piacere che termini centrali del Concilio – comunione, mistero, sacramento – erano tre parole al centro della meditazione di Giorgio Tyrrell, nell’opera postuma Cristianesimo al bivio, del 1910, subito messa all’Indice (CODP 172). Altri autori suoi, in questa linea, furono Loisy, von Hügel, Berdiaev, da cui coglieva doni spirituali con gratitudine pari allo spirito critico.
Attraverso Mazzolari, padre Acchiappati, e vari altri spiriti vivi, don Michele Do, come altri della sua generazione, attingeva a radici antiche e recenti, purché ben vive. Maurilio Guasco è uno degli storici che hanno meglio lavorato su questa storia della spiritualità in Italia (a cura sua e di Rasello è uscito nel 2004 Mazzolari e la spiritualità del clero diocesano, Morcelliana).
Un mantello di Elia è passato sulle spalle di vari Elisei. Don Michele, tramite sorella Maria dell’eremo di Campello - della quale egli possedeva preziosa viva memoria e documenti, che prima o poi sarà bene che siano messi a disposizione degli storici della spiritualità, perché appartengono a tutti – riceveva e ritrasmetteva, in dialogo fervente, lo spirito e la passione di Ernesto Buonaiuti, del quale parlava con profonda gratitudine, anche se di lui non apprezzava tutto allo stesso modo.
Il modernismo non era solo reazione alla decadenza teologica dell’Ottocento, al giuridicismo e razionalismo esasperato del Concilio Vaticano I, al totale assorbimento della chiesa nel papa, al temporalismo papale, all’annullamento del laicato nel clero, ma aveva obiettivi più alti e vasti. Per cercare un rinnovamento della chiesa e uno svecchiamento della cultura ecclesiastica, che potessero incontrare e parlare al mondo contemporaneo, era portato a cercare e ripensare le fonti del cristianesimo. Settori più critici e radicali, piuttosto aristocratici ed elitari, furono anche spericolati nella dottrina e generarono allarme e condanna sommaria e sproporzionata, in quel clima cattolico chiuso e statico, stretto in difesa impaurita e tutto riassunto nella figura sovrana e sovrumana del papa. Ma altri settori, specialmente italiani, si dedicavano a rinnovare gli studi biblici, la predicazione, la pastorale, con sensibilità più religiosa e sociale, più spirituale, e non soltanto scientifica. Perciò investivano cerchie più larghe nella chiesa (e forse per questo preoccuparono la gerarchia), privilegiando l’esperienza liturgica, coltivando una ecclesiologia mistico-sacramentale più che giuridico-istituzionale, ritornando alla Bibbia, impegnandosi nell’azione caritativa-assistenziale, ed anche anticipando aperture ecumeniche e soprattutto, direi, la svolta antropologica della filosofia e della teologia nel Novecento. Molti di questi motivi saranno finalmente assunti dal Concilio Vaticano II. Mi pare (contrariamente all'opinione di Enzo Bianchi, che ricordo bene da lui espressa in un incontro pubblico, probabilmente qui a St. Jacques) che questo modernismo più profondamente spirituale sia la tradizione spirituale e operativa, nel suo sviluppo storico, a cui Michele Do, come Umberto Vivarelli, come gli altri suoi amici e compagni di cammino, attinge e liberamente appartiene.
Don Michele, più che i problemi della conciliazione con la modernità (scienza, diritti, socialità, politica, tecniche) sentiva fortemente il bisogno di ri-leggere e ri-esprimere le fonti e la scaturigine profonda dell’essere cristiano, perché la forma corrente, divulgata, istituita, di presentazione del cristianesimo non rispondeva davvero al meglio del cuore umano.
Questa sua ricerca – di cui ci lascia in eredità la traccia e lo schema condensato nei famosi “otto punti” – non parte da un concetto di Dio, dalla teologia, non pretende di discendere da quell’altezza a noi, ma parte da una profonda lettura interrogativa dell’essere umano, nel cui nucleo inamovibile e perenne, centrale e profondo, vario ma comune e universalmente caratteristico della sostanza umana di ognuno, vede la parola appellante di Dio: parola deposta nel terreno umano, come il seme, secondo la sua continua parabola della zolla e della luce, attirato a crescere fino alla piena fioritura di bellezza.
Se questo è modernismo – parola che credo lui non usasse affatto - , non è assolutamente nel senso di inseguimento dell’ultima “moda”, di una volubile svolta dei gusti, né di adattamento tattico per farsi meglio accettare, né di avanguardia elitaria culturale. Possiamo forse usare noi la parola modernismo per fare riferimento a quel filone ecclesiale, nel suo versante più seriamente spirituale, e per dire la perenne attualità (modernità, in questo senso) delle domande sull’uomo che don Michele poneva a se stesso e a noi, nel cercare la traccia di Dio nel profondo umano.


13 - Chiesa dell’amicizia

Un ripensamento a fondo del cristianesimo può avvenire con diversi atteggiamenti verso la tradizione ecclesiale. Don Michele lo ha fatto senza alcun disprezzo della religione tradizionale, e senza alcun sussiego intellettuale. Egli dice che Mazzolari «non ha messo in discussione la tradizione» (CODP 138), e così è di lui. Con le parole di Mazzolari dice che la chiesa reale «ci ha dato Cristo e ci ha conservato il suo Vangelo, anche se si sente flagellata dall’evangelo stesso che custodisce» (CODP 143). Abbiamo tutti l’esperienza, nelle nostre famiglie, che quella religione, colta nell’essenziale, pur con le sue scorie accidentali e le sue chiusure, ha aiutato a vivere con giustizia e a morire con coraggio e fiducia tante generazioni, fino ai nostri cari che abbiamo visto precederci nel vivere e nel morire in modi che ancora ci ammaestrano. Anche nella chiesa stretta non è mai mancato un filo forte di vero vangelo.
Nella giornata del 29 luglio, Mario Demarchi diceva che don Michele, nella sua dialettica con l’autorità, è stato, nonostante tutto, «debitore a questa istituzione che ha trasmesso la memoria»; non ha chiesto imprimatur né ha cercato l’isolamento.
A questo riguardo, io scrivevo, nel farne la prima memoria: «Appartato, ma senza polemiche superficiali, rispetto alle strutture ecclesiastiche, è stato un centro vivissimo di aperte amicizie e accoglienze, che ha attirato una quantità di cuori vivi in ricerca, da tutte le condizioni umane. È stato (…) un cercatore instancabile di Dio» (il foglio n. 326, novembre 2005, www.ilfoglio.info), e come tale è stato un vero centro di chiesa, focolare acceso col minimo di struttura esterna, ma con la calda e forte struttura dei volti, del colloquio, dell’amicizia, dell’ospitalità a Casa Favre, dell’ascolto e della preghiera. Non ha fatto chiese alternative, né rivendicazionismi – lo dico senza giudicare queste esperienze – ma ha fatto chiesa con la novità e l’innovazione forte, persino rivoluzionaria, che sempre si realizza quando si va, o si ritorna, all’essenziale.
Ha fatto la chiesa dell’amicizia, che è la fraternità più larga e più calda e attenta. Non certo la chiesuola delle simpatie, non l’amicizia del compiacimento, ma dell’accoglienza, del rispetto, dal valore di tutti, dell’elevazione reciproca.
Diceva che l’amicizia è l’ottavo sacramento. Forse David Turoldo diceva ancora meglio: l’amicizia è il sacramento dei sacramenti, è la sostanza di tutti i sacramenti.
Amicizia, anche nella fatica condivisa: nell’accogliere i tribolati, aiutarli a sollevare lo sguardo. Quando troviamo una simile “intel-ligenza” – il dono di leggere dentro, in profondità, senza intrusione, ma con rispetto e vicinanza – troviamo la chiesa, ci sentiamo riuniti (ek-klesia) in una amicizia-pace, che anticipa la realizzazione del Regno di Dio.
Il cuore umano è bibbia, libro sacro, perché in esso c’è sia l’attesa umana, sia l’appello e risposta di Dio. Ma è bibbia per noi - rivelazione, promessa, consolazione, speranza – specialmente quel cuore umano che sa regalare agli altri il dono dell’amicizia, forma concreta dell’amore di Dio circolante tra noi.

14 - Testimoni non mediatori

Specialmente (se non sbaglio) nell’ultimo periodo don Michele usava una espressione significativa: «testimoni, non mediatori». Credo che fosse una critica essenziale e diretta alla concezione cattolica del sacerdozio. Egli chiede: «Qual è il significato della mediazione della chiesa e del sacerdozio cristiano?». Quindi distingue «una mediazione che è essenziale alla esperienza religiosa», perché «Dio si esprime e manifesta attraverso il segno», da una «visione giuridica ed estrinseca» nella quale «la realtà mediatrice si configura come una realtà che si interpone, che sta in mezzo, che riceve e trasmette». Interponendosi così, «la chiesa sta tra Cristo e il fedele». La realtà mediatrice «è un involucro che contiene e custodisce realtà di grazia; è un segno del tutto estrinseco che indica la realtà santa. Indica ma non manifesta» (CODP 164).
Ricordo quando, incontrandoci a Casa Favre in preparazione di quel convegno di Sotto il Monte su Mazzolari, egli trovò la parola “interposizione”, soddisfatto perché esprimeva bene ciò che voleva dire della chiesa nella visione giuridica ed estrinseca: «Ciò che è simbolo si trasforma in una realtà conchiusa in sé e su di sé. Una realtà che si interpone, che prende il posto della realtà divina, in nome della quale opera e agisce, in prima persona» (CODP 169).
E invece «il segno religioso per essere vero e pieno deve avere la sua forza di segno, deve avere una trasparenza, come nell’opera d’arte. Se no, non è un segno. (…) Tutto il valore del segno è nella sua trasparenza: è la visibilità dell’invisibile» (CODP 164). Dunque: testimoni, non mediatori.
Scrive ancora: «Gesù è mediatore e sacerdote sommo e unico, ma non il solo. Ogni battezzato nello Spirito è mediatore e sacerdote nella misura della sua trasfigurazione interiore. L’essenziale del sacerdozio non è nel potere di amministrare e distribuire sacramenti, ma nel diventare sacramento, (…) attraverso la luminosità dell’essere trasfigurato in Dio. Se così è, dovrebbe essere capovolta la prospettiva consueta del sacerdozio: non è il sacerdozio universale dei battezzati che è all’interno del sacerdozio ministeriale, ma il sacerdozio ministeriale che è all’interno del sacerdozio universale». «Il sacerdozio dei fedeli è la radice del sacerdozio ministeriale», e non viceversa, come solitamente appare (CODP 165-166).
Problema: se il sacerdozio dei battezzati è nel «diventare sacramento», nella «luminosità dell’essere trasfigurato in Dio», è forse possibile sospettare qui un’inclinazione donatista, l’eresia antica della chiesa fatta di soli santi, dei sacramenti invalidi se amministrati da peccatori? Non credo. Michele sa bene che la chiesa è anche casa di poveri mendicanti dello Spirito, e che chi opera è lo Spirito e non la nostra virtù.
Piuttosto, egli riprendeva qui una chiarificazione assolutamente importante compiuta nei concetti e nel linguaggio del Concilio, ma poi lasciata cadere successivamente, a favore del giuridicismo dei “duo genera christianorum” del monaco medievale Graziano (fondatore del diritto canonico tra 1139 e 1150): visione che divide la chiesa in classi separate e sovrapposte, che definisce negativamente il laicato, cioè il popolo, che allontana Cristo dai fedeli, e lo sequestra nelle mani della classe sacerdotale.
Col Concilio abbiamo riscoperto nelle origini cristiane i ministeri non sacralizzati, non separati dal popolo credente. Nel Nuovo Testamento, la bibbia cristiana, il termine “iereus”, sacerdote, è detto in senso nuovo solo di Cristo e del popolo, e, nel vecchio significato, dei sacerdoti che non credono in Gesù e lo condannano. I primi fratelli incaricati di un servizio nella chiesa sono denominati, nel Nuovo Testamento, con termini profani, laici: inviati (apostoli), supervisori (episcopi), anziani (presbiteri), servitori (diaconi). Nella chiesa, tutti sono sacerdoti per la partecipazione al sacerdozio di Cristo, e nessuno è più sacerdote e più sacro degli altri. Severino Dianich parla di «sacerdozio esistenziale». Ciò non toglie affatto che nella chiesa siano utili e necessari specifici ruoli e ministeri riconosciuti, senza una differenza essenziale nelle persone, senza il “carattere” discriminante.
Il Concilio era tornato, quasi in tutti i suoi documenti, al linguaggio neotestamentario, ma poi è prevalsa la ri-sacralizzazione dei concetti e del linguaggio. Don Michele è preciso: «testimoni non mediatori», non “interposizione” sacerdotale tra l’umanità e Dio, perché Dio è venuto nell’umanità, Dio scrive la sua parola e la sua vicinanza nel cuore di ogni uomo. «Testimoni, non mediatori. Il concetto di mediazione e redenzione è pagano» (parole di don Michele, dai miei appunti dell’incontro con lui, l’ultimo, l’11 luglio 2005).

15 - Le altre vie

Don Michele parla, nel testo del 1985, di «sacerdozio universale dei battezzati», ma noi ci chiediamo, e lui stesso si è chiesto in seguito, almeno implicitamente: soltanto dei battezzati ? e di quale battesimo? nell’acqua o nel fuoco dello Spirito?
Oggi abbiamo la necessità e l’opportunità di interrogarci sulle altre religioni, di conoscerle come vie di rivelazione e di salvezza. Il problema, nella teologia cristiana, «non è ancora giunto a maturazione», scrive Carlo Molari (Rocca, 15 agosto – 1 settembre 2006, p. 54), ma certo abbiamo compreso che i “semina Verbi” e l’effusione dello Spirito di Dio vanno ben al di là, nell’umanità intera, della conoscenza del messaggio di Gesù di Nazareth e dell’incontro con lui. Qualcuno dice che lo Spirito è “il non-detto dopo il detto”, dopo il Logos. Don Michele si riferisce spesso al Logos, la Parola in cui Dio si esprime, ma sa che questa Parola continua e si allarga nella effusione dello Spirito: «Ancora molte cose ho da dirvi, ma non le potete portare ora. Quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà in tutta la verità» (Giovanni 16, 12-13).
Gandhi distingue tra le religioni storiche, positive, e la «vera religione» che le trascende e le comprende tutte. «Come un albero ha un solo tronco, ma molti rami e molte foglie, così vi è un’unica vera e perfetta religione, la quale, passando attraverso lo strumento dell’uomo, si diversifica in molte» (Gandhi, nel 1935, citato da Giuliano Pontara nella Introduzione a Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi 1996, p. CXLI).
Gandhi passa dal dire «Dio è la verità» (ma ci sono diversi concetti di Dio), al dire «la verità è Dio»: la verità che tutti attira e trascende, e nessuno può impugnare come propria e de-finire, inquadrare definitivamente, nessuno può nominare in modo perfetto ed esclusivo. Forse potremmo dire, analogamente a Gandhi, ascoltando don Michele: la vita è Dio; la presenza che pulsa nel più intimo di ogni cuore umano, che non si identifica e non si riduce all’uomo biologico e psichico, ma lo chiama oltre immedesimandosi in esso, come la luce fa col fiore: questa presenza più sperimentabile che definibile, è Dio. Il quale non è chissà dove, nei cieli o nei templi, ma nella vita. Già nel Deuteronomio (30, 13-14): la sua parola non è in cielo, dove non puoi salire, non è al di là del mare, ma «ti è molto vicina: è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica».
Non possiamo più opporre religione vera e religioni false – almeno tra le religioni non inventate ora, ma vissute nella sincera esperienza di tante generazioni - perché, come ha scritto Arturo Paoli su Rocca, questa contrapposizione è «una dichiarazione di guerra». Piuttosto, l’espressione “religione vera” deve evocare in noi l’opposizione, dai profeti fino al Nuovo Testamento (bastino Isaia 58; Matteo 15, 1-9; Marco 12,33; Giacomo 1,27), tra formalismo cultuale ipocrita e vita giusta in soccorso al prossimo bisognoso.
Ci sono tanti libri sacri dell’umanità, depositi densi di sapienza e sempre fecondi di nuove luci, perché «la Scrittura cresce con chi la legge» (idea centrale in Gregorio Magno, raccolta dal Concilio nella Dei Verbum, n. 8, per la gioia esultante di padre Calati). Tanti sono i libri, parole, tradizioni, esperienze, linguaggi, ma un libro aperto e vivo, dalle tante pagine quanti sono i volti umani, è il cuore profondo che, con analoga sete e tensione, pulsa e scruta il mistero in ogni persona che coltiva lo spazio interiore. Come Gandhi, don Michele ritiene che, salvo necessità spirituale assoluta, nessuno debba abbandonare la via religiosa che sta percorrendo, ma approfondirla e, nel profondo, incontrare i pellegrini delle altre vie.
Il cuore umano è il libro sacro di tutte le religioni, di tutte le ricerche di vita serie, anche non religiose, il libro dei credenti e dei “diversamente credenti”, il libro dei persuasi e dei perplessi (come si riconoscevano reciprocamente Aldo Capitini e Norberto Bobbio); il libro che abbiamo tutti insieme da leggere e capire, da interpretare senza fine nel colloquio teso alla verità della vita. Il cuore umano legge in modo vivo le antiche varie sapienze sacre, perché in esse si riconosce e si specchia.
Il libro scritto, posato nello scaffale, è come lampada spenta che attende la corrente viva del cuore illuminato per emettere luce. Il libro scritto è come le ossa morte e silenziose che, scosse dallo spirito, riprendono carne e nervi (Ezechiele 37): così avviene quando un cuore vivo legge, interroga e ascolta il libro, lo comprende e assimila. I grandi libri prendono voce nei cuori che li scrutano. La Scrittura vive e cresce con chi la legge.
Il cuore umano è il crocevia sul quale le diverse vie religiose dell’umanità si incontrano, si riconoscono, si salutano, percorrono insieme qualche tratto di strada, si istruiscono reciprocamente sull’orientamento, proseguono anche per diversi cammini verso lo stesso orizzonte, che è la vita vera e buona.
Il dialogo tra le religioni, necessario alla pace e alla vita dell’umanità, procederà se si porrà a questi livelli interiori, e non sul solo piano della diplomazia di chiese o del dibattito dottrinale. Come è stata impostata, da Hans Küng e da alcuni altri autori, la ricerca sull’etica universale, così lo spunto che stiamo raccogliendo da Michele Do – il cuore di ogni uomo come luogo dell’appello di Dio – può impostare il senso unitario, non certo nella fusione o nella supremazia, delle religioni dell’umanità.

16 - Religentem oportet
Nel linguaggio di Michele Do, denso e sempre legato all’esperienza profonda, “religione” ha un significato positivo e ricco. Non è sminuito nell’opposizione a “fede”, come fa il filone teologico barthiano. Supera d’un balzo i sospetti psicanalitici e sociologici, perché è tutt’altro che una cosa rigida e piatta, obbligante e repressiva, non è obbedienza nel senso deteriore (CODP 132). Religione per lui è ascolto, sensibilità, interrogativo, relazione, vibrazione, profondo contatto con una presenza che chiama avanti, verso la luce. Nello slancio, egli non si lascia invischiare nei significati negativi e riduttivi.
Mi aiuta spesso un antico verso riferito da Aulo Gellio, nelle Noctes Atticae (XX, 4, 9), con il quale credo che si possa interpretare il senso di “religione” per don Michele: «Religentem esse oportet, religiosus nefas»: è cosa nefasta essere “religioso”, cioè ritenere di rapportarsi, in senso dipendente e passivo, ad un originario resosi ormai disponibile, come ad un oggetto, una cosa; ma bisogna essere “religente”, cioè di quelli che attivamente sempre di nuovo, in atto, si collegano all’originario, e così anche collegano, congiungono le cose e gli esseri (cfr M. C. Bartolomei, Intersezioni tra scrittura e interpretazione: la Bibbia, Libreria Cuem, Milano 1990, p. 85-86).
Dunque, una religione che sempre ritorna alla scaturigine più genuina, dove si libera e si autentica, e là trova anche il punto d’incontro dell’amicizia universale profonda, nel cuore di Dio.
Cose simili, con uso diverso dei termini fede, credenze, religioni, diceva proprio qui a St Jacques, Raimon Panikkar, nell'ottobre 1992 (dai miei appunti, pubblicati col titolo Dopo il cristianesimo, Cristo, in il foglio n. 195, dicembre 1992; www.ilfoglio.info): «La fede è la costitutiva apertura dell'uomo verso la trascendenza. È la consapevolezza di essere in/finito, non/già/finito, e dunque di poter crescere. Ogni uomo è aperto a questo "più". È un'apertura esistenziale, di cui ogni uomo è capace. L'atto di fede, che salva, è l'atto con cui l'uomo si riconosce non/finito, non perfetto. Ogni uomo, poi, cerca di far cristallizzare questa visione in proposizioni, in formulazioni. Queste sono le credenze, diverse dalla fede, anche se la fede che non si esprime in credenze può restare vaga, inefficace».

17 - Ma quale cuore?

Ma quale cuore umano è il libro universale in cui Dio scrive e parla? Il cuore dell’uomo è un «guazzabuglio», dice Manzoni. «Un baratro è l’uomo e il suo cuore un abisso» (Salmo 64,7, traduzione Lancellotti). Lo stesso versetto nella traduzione di Turoldo: «È l’interno dell’uomo un enigma, è un abisso insondabile il cuore».
Nel cuore dell’uomo c’è il bene come il male. Ci sono cuori in cui vediamo prevalere il lato rozzo, violento, duro.
Possiamo dire che Michele Do non pone in primo piano nel suo pensiero e nella sua comunicazione il problema morale, del male da togliere, del bene da fare, della giustizia, del dovere, dell’azione nella storia. Non si sofferma sul grave interrogativo del male, che tormenta Giobbe: il male non si risolve, lo si attraversa con la forza dell’anima. Non dà precetti e regole di vita e di azione. Egli vede, rivela e incoraggia la tensione a Dio del cuore umano, pur debole e fallace, peccatore, e l’attrazione profonda di Dio che si avvicina e si immedesima all’uomo. La vita buona e l’azione giusta sarà il frutto dell’unione con Dio, della trasparenza alla sua luce, che produce comunione e amicizia tra noi. Suoi amici come Balducci, come Turoldo, entreranno di più, con lo stesso spirito, nell’agone storico, nella lotta per l’umanità e per la pace. Ad ognuno il suo compito, ad ognuno di noi la sua parte di eredità da questi fratelli e maestri.
Certo, il male c’è. Anche nella bibbia-libro c’è la violenza e la malvagità dell’uomo, e c’è anche una concezione violenta di Dio. Non si può leggerla senza discernimento spirituale, alla luce del cammino che Dio ha fatto e sta facendo insieme all’umanità, e del suo paziente rivelarsi. La luce di Dio illumina anche il male, ne attenua la minaccia scura, gli oppone la tenace speranza, lo abbraccia nella vita liberata.
La bibbia, ogni bibbia, dà luce, se comprendiamo che sorge da cuori umani toccati da Dio e dalla sua ricerca, e se la decodifichiamo sciogliendola, come lievito nel pane, o zucchero nel latte, negli atti vissuti della nostra esistenza.
La lezione di don Michele demitizza la bibbia, non ne perde certamente alcuna ricchezza, ma si libera e ci libera dal biblicismo angusto: quello che venera il libro, lo percorre continuamente, nella lettera e nello spirito, ma senza vederne bene e indicarne gli sbocchi sulla vita, in entrata e in uscita. Un giorno, alla tavola di don Michele, un teologo ospite disse: «Vale a volte per i biblisti quello che Gesù disse degli scribi: fanno una siepe intorno alla bibbia, non ne escono e non lasciano entrare».

18 - Ripartire dalla sorgente

Il primo degli otto punti per ripensare il cristianesimo, chiede: «Da dove parte il cammino religioso dell'uomo? a quali profondità si accende la domanda religiosa?».
Don Michele proponeva, con inesausta nostalgia di aperto e profondo colloquio con gli amici, di incontrarsi, di dare ciascuno la propria risposta personale, di interrogare i grandi testi significativi, e questo «sempre solo sul filo dell’amicizia», e tutto secondo il «principio ispiratore», che è «il partire dalle persone, non da sistemi di verità».
Quelle sue otto domande sono consegnate a noi, sono lavoro continuo da fare. Ma sono anche indicazioni, direzioni di ricerca: cammino, profondità, domanda.
La religione è «un cammino». L’attesa religiosa si accende nella «profondità» dell’uomo, non al margine della vita, non dove l’uomo viene meno e si aggrappa a un dio tappabuchi. La ricerca è una «domanda», cioè l’apertura di un colloquio, orizzontale e ascendente, perciò l’apertura ad accogliere una risposta.
Allora, qui mi ricordo quelle parole di Norberto Bobbio, che il cardinale Martini citava condividendole con ammirazione: «Non è tanto importante la differenza tra credenti e non credenti, quanto tra coloro che si interrogano sui grandi problemi della vita, e coloro che non si fanno domande». Ecco, la «domanda», come momento sorgivo. Nessuna paura delle domande! Sono porte e finestre nei muri, ponti audaci sugli abissi.
La «profondità» umana è il cuore dell’uomo. Non luogo di sentimenti tremuli, ma il centro, la sostanza di ciò che siamo, l’abisso che conteniamo, che ci può inghiottire nell’assurdo, oppure può rivelarsi un passaggio a scoprire il mistero vivo e presente, altro da noi, verità di noi. Il nostro centro profondo ci porta oltre noi stessi. L’uomo sorpassa se stesso, «l’homme dépasse l’homme» (Pascal).
Nell’omelia della festa di Tutti i santi, 1 novembre 1993, don Michele si chiedeva: «Chi è il santo?», e, poco oltre, diceva: «L’uomo è il solo sacramento di Dio. L’uomo, quando ha trasfigurato e interiorizzato Dio, è l’unica, sola, alta e grande parola di Dio». Proprio “unica” parola di Dio? Sappiamo che don Michele leggeva l’opera fecondante di Dio sul mondo nella parabola sua tipica della zolla, del fiore e della luce. Ma l’uomo è la zolla più fonda che riceve la luce più intima e può germinare nel fiore più bello: in questo senso unica parola di Dio.
Prosegue quell’omelia: «Vedete come è universale il senso religioso, alto: ovunque si trovano questi momenti fondamentali dell’esperienza religiosa; e allora, reverenti, come gli indù che portando le mani dal capo al cuore, nell’inchino dicono la parola sacra “namaste”, diciamo anche noi questa sacra parola: “Saluto reverente il Dio che è in te”».
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