mercoledì 2 gennaio 2019

1 gennaio 2019 – Meditazione, o riflessioni di fede, sul tempo
(tempo, fede, vecchiaia, morte, gratitudine, speranza)

1 – Tempo. Il primo gennaio è una data convenzionale per scandire il tempo. Valgono di più le stagioni della natura, e le stagioni della nostra vita.
Proviamo a meditare sul tempo, con uno sguardo di fede. Il tempo passa, ma anche il tempo viene. Un anno di più è passato, un anno di meno abbiamo da vivere, prima di morire. Sì, ma un anno di più è dentro di noi, è aggiunto alla nostra vita! E un anno nuovo, davanti a noi, è da vivere! Si perde il passato ma si acquista l'av-venire, ciò che viene. Scegliamo di guardare indietro, o avanti? Sembra giusto guardare sia indietro, sia avanti.
Il tempo ci consuma o ci costruisce? Consuma il nostro corpo materiale, ma costruisce lo spirito: vivere è più che campare.
2 - Fede: se crediamo nel Padre di Gesù, lui è davanti, più vivo, e non solo dietro il nostro cammino. Sì, certo, il Padre è anche l'Origine: siamo figli di un dono; non ci siamo fatti da soli; non siamo autosufficienti. Quel dono lo abbiamo accresciuto o consumato? E non siamo abbandonati, ma chiamati in avanti: ogni giorno è un dono. Il Padre è anche davanti, ci attende. Il tempo vissuto è un cammino, non è un consumo ad esaurimento (come la sabbia di una clessidra).
3 -Vecchiaia - Viviamo la vecchiaia solo come perdita? Solo nel rimpianto? Oppure anche sentiamo che c'è un fortuna e una ricchezza nell'essere vecchi?
Che cosa rimane di quello che abbiamo perduto (persone care; momenti belli…)? I ricordi belli non sono perduti, sono dentro, sono nostra anima e nostre ossa: “Maria teneva tutto nel suo cuore”. Il nostro cuore può essere più stanco, ma è più ricco, con l'età.
Ci sono anche i ricordi amari, le sofferenze, le offese. Sentiamo cosa dice San Francesco: “L'offesa fa torto non a coloro che la ricevono, ma a coloro che la fanno". Perciò abbiamo misericordia. Impariamo a non aspettare ricompensa per ciò che diamo, e così saremo “figli dell'Altissimo” (vedi Luca 6,35)
Possiamo vedere alcune qualità e problemi dell'essere vecchi: 1) intelligenza, 2) compito, 3) peccati, 4) difficoltà:
3/1- C'è una intelligenza dell'essere vecchi: non è tanto il sapere molte cose, non è solo l'“esperienza”, ma è l'aver capito meglio la vita e le persone, l'avere superato le illusioni, l'aver riconosciuto quello che conta davvero.
3/2 – C'è un compito dei vecchi, che è anche un dovere: quando non si lavora più per necessità e si è in pensione, si può fare lavoro volontario (in famiglia, nella società), lavorare gratis, per gli altri, per i poveri, senza cedere alla pigrizia! Le donne più degli uomini, lavorano, almeno in casa, per gli altri, fino all'ultimo giorno di vita.
3/3 - Ci sono i peccati proprio dei vecchi (quando si consideravano i più gravi peccati quelli dei sensi, si diceva per scherzo ad una certa età: “o mio caro e buon Gesù, non ti posso offender più...”). Sul serio, voglio dire il pessimismo, l'ingratitudine, la pigrizia, il non fare niente per gli altri. È brutto il vecchio ingrugnito, brontolone, arrabbiato con tutto e tutti, seduto a far niente: questa figura non aiuta gli altri a vivere. E se c'è da soffrire (malattie, solitudine), dobbiamo guardare anche il bello, della natura, dell'umanità. Si porta la scusa: ”Non so fare niente, non posso fare niente”. Invece, si possono avere senza fatica relazioni attive: nelle amicizie, nella conversazione, nel visitare chi è solo o malato (con delicatezza e discrezione). “Nessuno sa fare tutto, tutti sappiamo fare qualcosa”.
¾ – Ci sono difficoltà proprie della vecchiaia. I tempi cambiano molto, ci si trova spaesati (linguaggi nuovi, usanze nuove, internet, altre mentalità,…). I tempi sono cambiati in meglio o in peggio? Forse un bilancio è impossibile: tante cose sono migliori, tante peggiori. Però dobbiamo amare il tempo presente, amare gli altri, chi è differente da noi, amare i giovani, anche quando stentiamo a capirli, per aiutarli senza pesare e giudicare.
Bisognerebbe, da vecchi, non fermarsi, continuare a imparare cose nuove. Guardiamo i bambini e impariamo da loro: il loro tempo è pieno, esplosivo! Una volta Emanuela, da piccola, mi disse: “Papà, non sai che il gioco è il lavoro dei bimbi?”. Sono continuamente attivi perché scoprono continuamente cose nuove, divorano il tempo come un cibo per crescere. Gesù dice che occorre “diventare” come bambini (non “ritornare”!) per entrare nel regno di Dio. Conserviamo la capacità di sorprenderci!
4 - Morte Verrà anche l'ora di fermarci: la morte si avvicina: è stupido non pensarci. Problema: pensarci come?
Un suggerimento è quello che diceva don Michele Do: “Diminuire consentendo – Consentire con animo sereno – Distacco appassionato”. E intanto vivere, in tutte le possibilità della vita.
Come Simeone in Luca (2, 29): "Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele".

5 – Virtù - Vedo poi due virtù tipiche della vecchiaia: la gratitudine e la speranza. È bello vedere una persona anziana sorridente di gratitudine, nonostante tutto: una persona che ringrazia la vita, tutte le persone che ha incontrato, e quindi sa insegnare coraggio, positività. La gratitudine serena e coraggiosa è una giusta risposta al dono della lunga vita, e aiuta alttri a vivere.
E poi la speranza: una speranza non passiva ma attiva, disponibile, accogliente. La nostra vita è piccola, ma siamo avvolti dalla Grande Vita, il grande seno materno protettivo, che ci nutre, che noi chiamiamo Dio. Pensare e sentire lui, ci fa guardare più in là del nostro piccolo caso. La speranza è anche la virtù dei poveri, di chi sa che tutto è grazia, tutto è dono.
Insomma, pensando al tempo, cerchiamo di amare ciò che viene più che rimpiangere ciò che passa: come Simeone e Anna accolgono il bambino Gesù: “Lascia che il tuo servo vada in pace”. “I miei occhi hanno visto la tua salvezza, ... luce per illuminare le genti” (Luca 2, 29-32).

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lunedì 17 dicembre 2018

Assemblea il 6 aprile a Roma
 <info@chiesadituttichiesadeipoveri.it>

RIUNIRE I POPOLI FRANTUMATI
Una convocazione per “Chiesa di Tutti Chiesa dei Poveri”. Sei urgenze messianiche per i nati in questo secolo. Non solo aspettare e vedere, ma decidere e operare. Il programma dell’incontro
È convocata per il 6 aprile 2019 a Roma, presso il centro Congressi di via dei Frentani, alle 10, un’assemblea nazionale di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”, secondo il seguente programma.
I compiti dei nati in questo secolo
RIUNIRE I POPOLI  FRANTUMATI  E ALTRE URGENZE

 I beni promessi e perduti: sei emergenze messianiche

1- RIUNIRE I POPOLI FRANTUMATI
2- DEPORRE IL DENARO DAL TRONO,  INNALZARVI IL DIRITTO
3- INVERTIRE LE STATISTICHE: NON PIÙ  DIECI RICCHI E MILIONI DI POVERI
4- DISIMPARARE L’ARTE DELLA GUERRA
5- RIMETTERE IL CHIAVISTELLO ALLE ACQUE E IL TERMOSTATO ALLA TERRA
6- RESTARE UMANI DONNE E UOMINI DUE UNIVERSI IN UNA SOLA CARNE
Il programma prevede un’introduzione che enunci e motivi il problema posto all’Assemblea: una sorta di “tagliando” da fare al millennio da poco iniziato per individuare i nodi cruciali su cui se ne deciderà il destino. Una relazione del teologo Giuseppe Ruggieri offrirà criteri per una lettura dell’attuale crisi messianica. In seguito sui problemi più urgenti saranno presentati interventi intergenerazionali che li metteranno all’ordine del giorno in prospettiva di futuro, ciò di cui consisterà il dibattito dell’Assemblea. È possibile che durante la discussione venga abbozzato un documento postassembleare le cui linee generali siano approvate dalla stessa assemblea.
Quali i motivi che hanno suggerito al Comitato coordinatore di “Chiesa di Tutti Chiesa dei Poveri” questa convocazione e questo tema?
Il passaggio dal secondo al terzo millennio, a 18 anni dal suo inizio, si sta rivelando veramente cruciale. È in corso un cambiamento d’epoca in cui sono messi in gioco beni primari così importanti e anelati dagli uomini fin dall’inizio dei tempi che sono stati chiamati beni messianici e sono stati oggetto delle promesse messianiche, e sono oggi riproposti e annunciati dall’attuale pontificato:
1) L’unità nella differenza di tutti i popoli, le culture e le fedi, l’unità di tutta la famiglia umana (oggi negata dalla guerra ai migranti, allo straniero, dagli scarti, dagli apartheid, dai muri, dalle frontiere in armi, dai sovranismi antagonistici, “prima l’America”, “prima gli italiani”, ecc.).
2) Il valore dello scambio gratuito nei rapporti umani di cui il fondamento e il modello è lo “scambio” tra Dio e l’uomo nella misericordia e nella croce (oggi negato dall’assoluta sovranità del denaro come unico mediatore dello scambio tra gli uomini, onde la finanza cieca sorda e muta domina la terra e mette fuori gioco la politica e il diritto).
3) Il valore della terra data come nutrice agli uomini e a loro affidata come madre (oggi negato dall’artificio che arroventa il clima, che fa saltare il chiavistello delle acque, che converte l’Amazzonia in denaro e porta al collasso del sistema).
4) La messa al bando della guerra, invenzione della cultura che non si trova in natura, tanto che la promessa messianica è che “non si impari più l’arte della guerra” (oggi negata dal rifiuto di aderire al Trattato per l’interdizione delle armi nucleari, dal ripristino della guerra come mezzo di intimidazione e di dominio, dal mito tecnologico di una guerra in cui si muore da una parte sola).
5) L’essere due in una carne sola degli uomini e delle donne, per un’alleanza che come dice papa Francesco va ben oltre il sigillo dell’unione coniugale e alla quale sono affidati “il creato e la storia”, e anche “la regia dell’intera società” (oggi negato dalla perdita della loro “differenza benedetta” e dall’utopia del “neutro” che tende a non fare più dell’essere umano un “nato da donna”, così com’è negato dall’ “hybris” o potenza della tecnologia che costruisce l’uomo artificiale e il mondo dei robot).
Tutto ciò da un lato produce una “sofferenza messianica” per il dolore del mondo e per l’inadempimento di attese così vitali e d’altra parte invita a prendere in mano queste urgenze messianiche e a congiurare per il loro adempimento: non solo stare a guardare come andrà a finire, ma decidere e operare E questo è appunto il compito del millennio che ora comincia; ma questo compito è messo ora nelle mani dei nati in questo secolo, dei giovani che sono giunti all’età della ragione e all’età adulta in questo snodo cruciale dal secondo al terzo millennio.
E ciò quando i vecchi messianismi del ‘900 sono falliti (il nazionalismo, il messianismo proletario e quello terzomondista) e i nuovi falsi messianismi sono in campo: il populismo, la tecnologia onnipotente, il sovranismo identitario, ed è perciò importante riscoprire l’autentico senso del cristianesimo, come messianismo né politico, né sacerdotale, né regale, ma di tutti gli uomini e in particolare delle minoranze ignorate, eppure propositive e custodi e serve del destino di tutti.
Naturalmente non dovrebbe trattarsi di un cahier de doléances ma di punti di partenza dell’analisi in vista del futuro da assumere come compito, in uno scambio intergenerazionale di saperi, di esperienze e, come dice il papa parlando di anziani e di giovani, di “sogni e speranze” da una parte e di “profezia” dall’altra.
Fin da ora saranno gradite adesioni e prenotazioni per la partecipazione all’assemblea.

venerdì 7 dicembre 2018

Dossier 2015 su Resistenza armata, nonviolenta,
con De Luna, Anna Bravo, Peyretti e altri

I
Una utile conversazione sulla Resistenza (25-05-2015)

Ci siamo trovati alcune decine di persone all'Istoreto, lunedì 25 maggio 2015, studiosi maturi ed anziani, giovani ricercatori, per conversare con storici di classe come Anna Bravo e Giovanni De Luna, autori entrambi di recenti importanti libri, sulla Resistenza armata, non armata e nonviolenta.
De Luna, nel suo recente La Resistenza perfetta, afferma che senza la Resistenza armata, quella civile non avrebbe avuto ragione di essere. Anna Bravo, come altri autori, da Semelin in qua, afferma che, in tutta Europa, la Resistenza civile al dominio nazista e fascista, ha avuto una sua autonomia di mezzi e di azione (posizione assolutamemte diversa dall'attendismo, ha riconosciuto Pavone) rispetto alla forma armata, pur convergenti entrambe allo stesso fine di difesa e liberazione, e nel rispetto e riconoscimento da parte dei resistenti civili della dedizione e sacrificio dei partigiani combattenti.
Avendo promosso l'incontro, io l'ho introdotto ponendo all'esame questa ipotesi: la Resistenza italiana è stata il meglio della nostra storia, superiore in valore di civiltà anche al Risorgimento elitario e nazionalista (per non dire del periodaccio recente, che ha offesa la Resistenza paragonata al terrorismo!), tanto che ha prodotto la bella Costituzione; allora, non è forse da pensare un oltrepassamento evolutivo della stessa Resistenza pensando e volendo forme di difesa dei giusti diritti, e di trasformazione dei conflitti, emancipati dall'uso delle armi omicide? Cioè: difesa popolare nonviolenta, corpi civili di pace, prevenzione, mediazione, riconciliazione nei conflitti su media o grande scala, realizzazione del diritto planetario di pace. Questa è la ricerca della cultura della nonviolenza.
Allora, sia la ricerca storica nello scoprire e valorizzare le forme e le esperienze inizialmente ignorate di resistenza non armata e nonviolenta (detta per lo più: civile), sia la ricerca etico-politica per l'oggi e il domani, non possono/devono collaborare in reciproca autonomia dei metodi, per una cultura del conflitto liberata dalla ideologia fatalistica della necessità delle armi omicide?
È venuta in discussione la presunta gerarchizzazione delle due forme di lotta, che secondo gli interpreti dell'immagine armata della Resistenza verrebbe compiuta dai ricercatori della nonviolenza nella storia e nella politica. Questi però ribadiscono: riconosciamo non solo la scelta delle armi in quel momento da parte dei partigiani, anche data la non conoscenza di esperienze nonviolente, ma riconosciamo anche che esistono tragiche situazioni estreme – ammesse anche da Gandhi, assunte anche da Bonhoeffer pacifista – in cui uccidere diventa una brutta necessità. Eppure non ci si può acquietare in ciò, e bisogna cercare, nelle esperienze storiche come nei progetti politici, lo sviluppo di mezzi di lotte giuste libere dall'uso della morte artificale aggiunta alla nostra universale mortalità naturale. Questo sarebbe una evoluzione umana, una emancipazione dalla necessità ripetitiva. Il non uccidere è un obiettivo irrinunciabile di umanizzazione, non è un di più per anime belle.
Nella bella e serena discussione è rimasta la giusta differenza tra il taglio storiografico e il taglio etico-politico, pur appoggiato su esperienze storiche da evidenziare. De Luna ha ritenuto che gli storici della Resistenza civile, negli ultimi venti anni, abbiano posto come un anatema sulla lotta armata. A me pare di no. Ho sempre sentito da parte dei primi il rispetto e il riconoscimento che ho già detto. Il problema è passare dai fatti ai progetti più avanzati. Il punto non è solo la coraggiosa decisione personale-esistenziale di passare la soglia oltre la quale c'è il morire e far morire (la soglia tracciata da Barbato ben illustrata nel libro di De Luna), ma è soprattutto lottare, anche a rischio di morire, con la forza e la volontà umana di giustizia, senza affidare il giudizio alla capacità distruttiva delle armi, che facilmente sfugge al criterio umano e facilmente si ritorce anche in effetti di disumanizzazione di chi usa le armi, pur con giuste ragioni. Ho raccontato a questo riguardo una mia esperienza vissuta all'età di nove anni, nei giorni successivi alla fine della guerra. Senza dire che l'escalation degli armamenti è arrivato alla distruttività nucleare totale, che impone alla ragione l'assoluta interruzione della logica armata, se ci preme la vita dell'umanità sulla terra.
Questi sono pochi primi appunti pro-memoria, del tutto integrabili e correggibili.
Grazie a chi ha partecipato! Enrico Peyretti, 26 maggio 2015

II
27 maggio 2015 - De Luna a Peyretti

Caro Peyretti, anch’io ti sono grato per l’opportunità che hai dato a tutti noi di avviare un confronto stimolante e proficuo. A me è spiaciuto solo che la discussione si sia sviluppata prescindendo dalla lettura del libro. Tu lo sai; quello che nei vari interventi è sembrato una sorta di ping-pong etico-politico-storiografico, nella concretezza della ricerca che alimenta il libro si presenta con caratteri molto più sfumati. Leletta, l’assoluta protagonista, non spara mai; pure il suo coinvolgimento è totale e il suo ruolo è decisivo nel disegnare la “Resistenza perfetta”. Lo stesso discorso vale per sua madre, “la baronessa dei partigiani”, come la chiamavano i fascisti. Quando si arrampica a duemila metri con la sola compagnia del parroco per andare a recuperare il corpo di un caduto, il suo gesto in quale categoria interpretativa lo collochiamo? E che dire delle altre figure femminili (la zia Barbara, “allenata” sui treni ospedali ai suoi nuovi compiti partigiani; la contadina che disattendendo gli ordini del marito rifocilla i patrioti; ecc…). E per quanto riguarda i maschi: abbiamo giustamente parlato di Giuriolo, ma il libro propone il percorso di Alberto Prunas Tola, che va in banda, si rifiuta di sparare e entra nello SMOM come infermiere soccorrendo nelle giornate insurrezionali partigiani e fascisti. Leletta, Dedo, e gli altri loro amici si interrogano a fondo sulla sua scelta e la loro discussione avrebbe meritato più attenzione nel nostro dibattito.

Insomma l’intreccio resistenza civile /resistenza armata è strettissimo e solo moltiplicando i comportamenti analizzati dagli storici se ne viene a capo. Per il resto, sai come la penso a proposito della resistenza civile; aver utilizzato questa categoria ha determinato uno scossone salutare agli studi sulla lotta partigiana, ampliando l’orizzonte della ricerca; resta per me quella che è stata definita la gerarchizzazione, il vedere la lotta armata come elemento decisivo e fondante di quello che è successo nel “venti mesi”. E’ una scelta che appartiene al mio bagaglio di storico e che propongo con convinzione. Ma la nettezza delle proprie opinioni non comporta affatto il rifiuto a priori di quelle degli altri.

Ti ringrazio ancora di tutto. E se ci fosse un’altra opportunità dopo aver letto il libro sarei molto contento.

Un caro saluto e a presto

Giovanni De Luna


III


4 giugno 2015 - Anna Bravo a Peyretti e De Luna

Caro Enrico,
grazie di tutto, e anche per aver ribadito che nessuno studioso di resistenza civile si è mai sognato di lanciare anatemi contro la resistenza armata o di contrapporre le due realtà. Anzi, si è cercato di farle dialogare. Quante volte abbiamo fatto notare che l'inclinazione guerriera della storiografia aveva sminuito l'immagine del partigiano, perché non valorizzava il registro della mediazione e della riduzione del danno, che invece non gli era affatto estraneo - contrariamente a quel che faceva intendere Buttiglione. Io ho sempre cercato di sottolineare i comportamenti di pace in tempo di guerra - Giovanni, ricorderai le tante volte in cui ho suggerito di studiare le tregue fra partigiani e fascisti/tedeschi, che esprimono, anche, il rifiuto di considerare inevitabile l’estensione della distruttività. Il tema è ancora oggi pochissimo presente (il libro recente di Roberta Mira non è stato molto sostenuto).
Dichiarare la lotta armata l'"elemento decisivo e fondante", è una visione troppo rigida. Nelle zone dove la lotta armata non esiste oppure è esilissima, si può dire che non ci sia resistenza? O che le azioni non abbiano senso compiuto (cioè, svolazzerebbero nella storia senza trovare posto al suo interno)? penso alla protezione degli sbandati e dei prigionieri evasi, che mette in luce un contenzioso specifico fra nazisti/fascisti e settori della popolazione, e che ha l'indelicatezza di avvenire a resistenza non ancora iniziata. E la Danimarca?
Ma non mi riferisco esclusivamente ai salvataggi, nella cui esaltazione c'è se mai il rischio di far apparire la R.C. solo come la faccia umanitaria della resistenza armata. Penso alle sue altre forme, come il rifiuto di sfollare in massa (Carrara), gli onori resi ai morti, gli assalti ai treni carichi di viveri, le "strategie di isolamento" del nemico (Il Silenzio del mare). Lotte per il futuro, che puntano alla tutela materiale e simbolica delle comunità, della famiglia, della professione, della chiesa.
Certo che il contributo in armi è stato assunto come fondamento del riscatto! all'epoca era ovvio, dovunque si faceva la conta dei combattenti in armi (e dei morti), e nessun politico italiano è stato in grado di far pesare la conta dei vivi, in particolare l'aiuto ai prigionieri alleati, che nel 46 viene invece pubblicamente riconosciuto dall'ambasciatore inglese in Italia.
Dopo 70 anni non possiamo "oltrepassare" quei criteri, come chiede Enrico? La gerarchia armati/inermi ha già pesato troppo nella ricerca - senza Absalom non avremmo saputo niente dei contadini soccorritori dei prigionieri. Io resto pienamente convinta che il sangue risparmiato fa storia come il sangue versato.
E' vero, Giovanni, ho rimandato una lettura che temevo mi avrebbe colpito, ma mi sono fondata sull'autopresentazione che hai dato alla Stampa e sulla conoscenza degli altri tuoi libri. Non è il massimo, lo capisco, ma bisogna pur proteggersi un po'.

IV
Pietro Polito- Che cos’è stata la Resistenza?

newsletter 2015/14 | venerdì 8 maggio 2015 (www.serenoregis.org)

Come fenomeno europeo, la Resistenza è stata un moto di liberazione nazionale contro il nazismo: in quanto tale la nostra Resistenza non differisce da quella di altri paesi. Come fenomeno italiano, la guerra contro il nazismo è stata insieme una lotta di liberazione dalla dittatura fascista in nome dei diritti inviolabili – così li chiama la nostra Costituzione – dell’uomo. Ma la Resistenza ha avuto anche un significato universale: in quanto guerra popolare, spontanea, non comandata dall’alto, essa è stata un grande moto di emancipazione umana, che mirava molto più lontano e i cui effetti, proprio per questo, non sono ancora finiti: a una società internazionale più giusta, ispirata agli ideali di pace e di fraternità tra i popoli”. (Norberto Bobbio)
Questa definizione della Resistenza si trova in un rapido appunto scritto da Bobbio per una dichiarazione alla radio trasmessa l’8 settembre 1963. Essa fa parte delle riflessioni che Bobbio è venuto svolgendo tra il 1955 e il 1999 sul significato della Resistenza (in larga parte inedite, ma ora si possono leggere nel recente volume Eravamo ridiventati uomini, Einaudi, Torino 2015. La citazione è a p. 56).
Le pagine di Bobbio consentono di abbozzare una risposta sufficientemente chiara e definita alla domanda: “Che cosa è stata la Resistenza?”.
Bobbio si pone esplicitamente la domanda in un discorso per il 25 aprile 1961, chiarendo che è insufficiente interpretare la nostra Resistenza “soltanto” come “un movimento italiano” contro il fascismo e insistendo sul nesso tra la “nostra Resistenza” (la formula è di Bobbio) e il “grande movimento europeo di liberazione contro l’oppressione nazista”.
Riprendendo la definizione posta all’inizio, secondo Bobbio, la Resistenza è stata un movimento europeo, nazionale, universale. Così intesa essa può essere definita e valutata sotto tre aspetti: 1. le anime; 2. gli attori e gli scopi; 3. i risultati.
Le anime della Resistenza
Come movimento europeo, la Resistenza italiana è stata “un episodio, l’ultimo episodio della tragica e nobile storia della libertà europea rivendicata”; come movimento italiano, “la nostra Resistenza” si distingue dalle altre: mentre negli altri paesi è stata prevalentemente un movimento di liberazione dallo straniero, in Italia la Resistenza è stata al tempo stesso “un movimento patriottico e antifascista, contro il nemico esterno e contro il nemico interno”; come movimento universale di emancipazione sociale, la Resistenza è stata una “guerra popolare”, “un moto popolare, l’unico grande moto popolare nella storia dell’Italia moderna”.
Naturalmente l’espressione “guerra popolare” non viene usata nel senso di guerra di popolo, combattuta da un popolo, ma nel senso della lotta di una minoranza, “la lotta impari e disperata” di una minoranza che “non sarebbe stata possibile senza il consenso e la collaborazione degli operai nelle città, dei contadini nelle campagne, di intellettuali, di amministratori, di professionisti che costituirono una fitta rete protettiva delle bande armate e dei gruppi d’azione partigiana”.
Nell’animo di una parte importante e attiva dei partigiani la Resistenza è stata una guerra rivoluzionaria”: in questo terzo significato, può essere considerata “un movimento universale, che trascende l’occasione che l’ha generata e i risultati raggiunti”.
Gli attori e gli scopi.
Le finalità della Resistenza furono molteplici.
La guerra patriottica, fu combattuta da quella parte dell’esercito rimasta fedele alla Monarchia con lo scopo della restaurazione dell’indipendenza nazionale; la guerra antifascista dai partiti antifascisti riuniti nei Comitati di liberazione nazionale con l’obiettivo della riconquista della libertà politica; la guerra rivoluzionaria da un partito che preesisteva se pure di poco al fascismo, il Partito comunista, e da un partito nuovo, nato con la Resistenza, il Partito d’azione, con il fine dell’instaurazione dello stato nuovo. Il Partito d’Azione e il Partito comunista furono i partiti militarmente più organizzati, i più decisi e i più audaci, i principali organizzatori della guerra per bande.
I risultati della Resistenza.
I risultati vanno valutati in base agli scopi.
Il principale scopo della guerra patriottica, la liberazione dell’Italia dal dominio straniero, è stato raggiunto. L’Italia deve alla guerra patriottica il suo essere ridiventata una nazione libera, democratica, inserita a pieno diritto nella comunità internazionale.
Pure la guerra antifascista ha raggiunto i suoi scopi. Certo la sconfitta del fascismo non può essere ascritta a merito esclusivo dei partigiani, ma “la Resistenza italiana ebbe il merito di inserirsi nella direzione giusta della lotta al momento giusto”.
Naturalmente il giudizio è più controverso per quel che riguarda la Resistenza come rivoluzione sociale tendente alla trasformazione radicale della società italiana. Scriveva Bobbio nel lontano 25 aprile 1961: “Orbene, la democrazia che è stata attuata in Italia è soltanto quella apparente, non quella sostanziale. La democrazia sostanziale c’è, sì, negli articoli della Costituzione, ma non c’è nella realtà. L’Italia continua ad essere la nazione delle grandi sperequazioni, tra classe e classe, tra regione e regione”.
E oggi?
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Dossier 2015 su Resistenza armata, nonviolenta,
con De Luna, Anna Bravo, Peyretti e altri

I
Una utile conversazione sulla Resistenza (25-05-2015)

Ci siamo trovati alcune decine di persone all'Istoreto, lunedì 25 maggio 2015, studiosi maturi ed anziani, giovani ricercatori, per conversare con storici di classe come Anna Bravo e Giovanni De Luna, autori entrambi di recenti importanti libri, sulla Resistenza armata, non armata e nonviolenta.
De Luna, nel suo recente La Resistenza perfetta, afferma che senza la Resistenza armata, quella civile non avrebbe avuto ragione di essere. Anna Bravo, come altri autori, da Semelin in qua, afferma che, in tutta Europa, la Resistenza civile al dominio nazista e fascista, ha avuto una sua autonomia di mezzi e di azione (posizione assolutamemte diversa dall'attendismo, ha riconosciuto Pavone) rispetto alla forma armata, pur convergenti entrambe allo stesso fine di difesa e liberazione, e nel rispetto e riconoscimento da parte dei resistenti civili della dedizione e sacrificio dei partigiani combattenti.
Avendo promosso l'incontro, io l'ho introdotto ponendo all'esame questa ipotesi: la Resistenza italiana è stata il meglio della nostra storia, superiore in valore di civiltà anche al Risorgimento elitario e nazionalista (per non dire del periodaccio recente, che ha offesa la Resistenza paragonata al terrorismo!), tanto che ha prodotto la bella Costituzione; allora, non è forse da pensare un oltrepassamento evolutivo della stessa Resistenza pensando e volendo forme di difesa dei giusti diritti, e di trasformazione dei conflitti, emancipati dall'uso delle armi omicide? Cioè: difesa popolare nonviolenta, corpi civili di pace, prevenzione, mediazione, riconciliazione nei conflitti su media o grande scala, realizzazione del diritto planetario di pace. Questa è la ricerca della cultura della nonviolenza.
Allora, sia la ricerca storica nello scoprire e valorizzare le forme e le esperienze inizialmente ignorate di resistenza non armata e nonviolenta (detta per lo più: civile), sia la ricerca etico-politica per l'oggi e il domani, non possono/devono collaborare in reciproca autonomia dei metodi, per una cultura del conflitto liberata dalla ideologia fatalistica della necessità delle armi omicide?
È venuta in discussione la presunta gerarchizzazione delle due forme di lotta, che secondo gli interpreti dell'immagine armata della Resistenza verrebbe compiuta dai ricercatori della nonviolenza nella storia e nella politica. Questi però ribadiscono: riconosciamo non solo la scelta delle armi in quel momento da parte dei partigiani, anche data la non conoscenza di esperienze nonviolente, ma riconosciamo anche che esistono tragiche situazioni estreme – ammesse anche da Gandhi, assunte anche da Bonhoeffer pacifista – in cui uccidere diventa una brutta necessità. Eppure non ci si può acquietare in ciò, e bisogna cercare, nelle esperienze storiche come nei progetti politici, lo sviluppo di mezzi di lotte giuste libere dall'uso della morte artificale aggiunta alla nostra universale mortalità naturale. Questo sarebbe una evoluzione umana, una emancipazione dalla necessità ripetitiva. Il non uccidere è un obiettivo irrinunciabile di umanizzazione, non è un di più per anime belle.
Nella bella e serena discussione è rimasta la giusta differenza tra il taglio storiografico e il taglio etico-politico, pur appoggiato su esperienze storiche da evidenziare. De Luna ha ritenuto che gli storici della Resistenza civile, negli ultimi venti anni, abbiano posto come un anatema sulla lotta armata. A me pare di no. Ho sempre sentito da parte dei primi il rispetto e il riconoscimento che ho già detto. Il problema è passare dai fatti ai progetti più avanzati. Il punto non è solo la coraggiosa decisione personale-esistenziale di passare la soglia oltre la quale c'è il morire e far morire (la soglia tracciata da Barbato ben illustrata nel libro di De Luna), ma è soprattutto lottare, anche a rischio di morire, con la forza e la volontà umana di giustizia, senza affidare il giudizio alla capacità distruttiva delle armi, che facilmente sfugge al criterio umano e facilmente si ritorce anche in effetti di disumanizzazione di chi usa le armi, pur con giuste ragioni. Ho raccontato a questo riguardo una mia esperienza vissuta all'età di nove anni, nei giorni successivi alla fine della guerra. Senza dire che l'escalation degli armamenti è arrivato alla distruttività nucleare totale, che impone alla ragione l'assoluta interruzione della logica armata, se ci preme la vita dell'umanità sulla terra.
Questi sono pochi primi appunti pro-memoria, del tutto integrabili e correggibili.
Grazie a chi ha partecipato! Enrico Peyretti, 26 maggio 2015

II
27 maggio 2015 - De Luna a Peyretti

Caro Peyretti, anch’io ti sono grato per l’opportunità che hai dato a tutti noi di avviare un confronto stimolante e proficuo. A me è spiaciuto solo che la discussione si sia sviluppata prescindendo dalla lettura del libro. Tu lo sai; quello che nei vari interventi è sembrato una sorta di ping-pong etico-politico-storiografico, nella concretezza della ricerca che alimenta il libro si presenta con caratteri molto più sfumati. Leletta, l’assoluta protagonista, non spara mai; pure il suo coinvolgimento è totale e il suo ruolo è decisivo nel disegnare la “Resistenza perfetta”. Lo stesso discorso vale per sua madre, “la baronessa dei partigiani”, come la chiamavano i fascisti. Quando si arrampica a duemila metri con la sola compagnia del parroco per andare a recuperare il corpo di un caduto, il suo gesto in quale categoria interpretativa lo collochiamo? E che dire delle altre figure femminili (la zia Barbara, “allenata” sui treni ospedali ai suoi nuovi compiti partigiani; la contadina che disattendendo gli ordini del marito rifocilla i patrioti; ecc…). E per quanto riguarda i maschi: abbiamo giustamente parlato di Giuriolo, ma il libro propone il percorso di Alberto Prunas Tola, che va in banda, si rifiuta di sparare e entra nello SMOM come infermiere soccorrendo nelle giornate insurrezionali partigiani e fascisti. Leletta, Dedo, e gli altri loro amici si interrogano a fondo sulla sua scelta e la loro discussione avrebbe meritato più attenzione nel nostro dibattito.

Insomma l’intreccio resistenza civile /resistenza armata è strettissimo e solo moltiplicando i comportamenti analizzati dagli storici se ne viene a capo. Per il resto, sai come la penso a proposito della resistenza civile; aver utilizzato questa categoria ha determinato uno scossone salutare agli studi sulla lotta partigiana, ampliando l’orizzonte della ricerca; resta per me quella che è stata definita la gerarchizzazione, il vedere la lotta armata come elemento decisivo e fondante di quello che è successo nel “venti mesi”. E’ una scelta che appartiene al mio bagaglio di storico e che propongo con convinzione. Ma la nettezza delle proprie opinioni non comporta affatto il rifiuto a priori di quelle degli altri.

Ti ringrazio ancora di tutto. E se ci fosse un’altra opportunità dopo aver letto il libro sarei molto contento.

Un caro saluto e a presto

Giovanni De Luna


III


4 giugno 2015 - Anna Bravo a Peyretti e De Luna

Caro Enrico,
grazie di tutto, e anche per aver ribadito che nessuno studioso di resistenza civile si è mai sognato di lanciare anatemi contro la resistenza armata o di contrapporre le due realtà. Anzi, si è cercato di farle dialogare. Quante volte abbiamo fatto notare che l'inclinazione guerriera della storiografia aveva sminuito l'immagine del partigiano, perché non valorizzava il registro della mediazione e della riduzione del danno, che invece non gli era affatto estraneo - contrariamente a quel che faceva intendere Buttiglione. Io ho sempre cercato di sottolineare i comportamenti di pace in tempo di guerra - Giovanni, ricorderai le tante volte in cui ho suggerito di studiare le tregue fra partigiani e fascisti/tedeschi, che esprimono, anche, il rifiuto di considerare inevitabile l’estensione della distruttività. Il tema è ancora oggi pochissimo presente (il libro recente di Roberta Mira non è stato molto sostenuto).
Dichiarare la lotta armata l'"elemento decisivo e fondante", è una visione troppo rigida. Nelle zone dove la lotta armata non esiste oppure è esilissima, si può dire che non ci sia resistenza? O che le azioni non abbiano senso compiuto (cioè, svolazzerebbero nella storia senza trovare posto al suo interno)? penso alla protezione degli sbandati e dei prigionieri evasi, che mette in luce un contenzioso specifico fra nazisti/fascisti e settori della popolazione, e che ha l'indelicatezza di avvenire a resistenza non ancora iniziata. E la Danimarca?
Ma non mi riferisco esclusivamente ai salvataggi, nella cui esaltazione c'è se mai il rischio di far apparire la R.C. solo come la faccia umanitaria della resistenza armata. Penso alle sue altre forme, come il rifiuto di sfollare in massa (Carrara), gli onori resi ai morti, gli assalti ai treni carichi di viveri, le "strategie di isolamento" del nemico (Il Silenzio del mare). Lotte per il futuro, che puntano alla tutela materiale e simbolica delle comunità, della famiglia, della professione, della chiesa.
Certo che il contributo in armi è stato assunto come fondamento del riscatto! all'epoca era ovvio, dovunque si faceva la conta dei combattenti in armi (e dei morti), e nessun politico italiano è stato in grado di far pesare la conta dei vivi, in particolare l'aiuto ai prigionieri alleati, che nel 46 viene invece pubblicamente riconosciuto dall'ambasciatore inglese in Italia.
Dopo 70 anni non possiamo "oltrepassare" quei criteri, come chiede Enrico? La gerarchia armati/inermi ha già pesato troppo nella ricerca - senza Absalom non avremmo saputo niente dei contadini soccorritori dei prigionieri. Io resto pienamente convinta che il sangue risparmiato fa storia come il sangue versato.
E' vero, Giovanni, ho rimandato una lettura che temevo mi avrebbe colpito, ma mi sono fondata sull'autopresentazione che hai dato alla Stampa e sulla conoscenza degli altri tuoi libri. Non è il massimo, lo capisco, ma bisogna pur proteggersi un po'.

IV
Pietro Polito- Che cos’è stata la Resistenza?

newsletter 2015/14 | venerdì 8 maggio 2015 (www.serenoregis.org)

Come fenomeno europeo, la Resistenza è stata un moto di liberazione nazionale contro il nazismo: in quanto tale la nostra Resistenza non differisce da quella di altri paesi. Come fenomeno italiano, la guerra contro il nazismo è stata insieme una lotta di liberazione dalla dittatura fascista in nome dei diritti inviolabili – così li chiama la nostra Costituzione – dell’uomo. Ma la Resistenza ha avuto anche un significato universale: in quanto guerra popolare, spontanea, non comandata dall’alto, essa è stata un grande moto di emancipazione umana, che mirava molto più lontano e i cui effetti, proprio per questo, non sono ancora finiti: a una società internazionale più giusta, ispirata agli ideali di pace e di fraternità tra i popoli”. (Norberto Bobbio)
Questa definizione della Resistenza si trova in un rapido appunto scritto da Bobbio per una dichiarazione alla radio trasmessa l’8 settembre 1963. Essa fa parte delle riflessioni che Bobbio è venuto svolgendo tra il 1955 e il 1999 sul significato della Resistenza (in larga parte inedite, ma ora si possono leggere nel recente volume Eravamo ridiventati uomini, Einaudi, Torino 2015. La citazione è a p. 56).
Le pagine di Bobbio consentono di abbozzare una risposta sufficientemente chiara e definita alla domanda: “Che cosa è stata la Resistenza?”.
Bobbio si pone esplicitamente la domanda in un discorso per il 25 aprile 1961, chiarendo che è insufficiente interpretare la nostra Resistenza “soltanto” come “un movimento italiano” contro il fascismo e insistendo sul nesso tra la “nostra Resistenza” (la formula è di Bobbio) e il “grande movimento europeo di liberazione contro l’oppressione nazista”.
Riprendendo la definizione posta all’inizio, secondo Bobbio, la Resistenza è stata un movimento europeo, nazionale, universale. Così intesa essa può essere definita e valutata sotto tre aspetti: 1. le anime; 2. gli attori e gli scopi; 3. i risultati.
Le anime della Resistenza
Come movimento europeo, la Resistenza italiana è stata “un episodio, l’ultimo episodio della tragica e nobile storia della libertà europea rivendicata”; come movimento italiano, “la nostra Resistenza” si distingue dalle altre: mentre negli altri paesi è stata prevalentemente un movimento di liberazione dallo straniero, in Italia la Resistenza è stata al tempo stesso “un movimento patriottico e antifascista, contro il nemico esterno e contro il nemico interno”; come movimento universale di emancipazione sociale, la Resistenza è stata una “guerra popolare”, “un moto popolare, l’unico grande moto popolare nella storia dell’Italia moderna”.
Naturalmente l’espressione “guerra popolare” non viene usata nel senso di guerra di popolo, combattuta da un popolo, ma nel senso della lotta di una minoranza, “la lotta impari e disperata” di una minoranza che “non sarebbe stata possibile senza il consenso e la collaborazione degli operai nelle città, dei contadini nelle campagne, di intellettuali, di amministratori, di professionisti che costituirono una fitta rete protettiva delle bande armate e dei gruppi d’azione partigiana”.
Nell’animo di una parte importante e attiva dei partigiani la Resistenza è stata una guerra rivoluzionaria”: in questo terzo significato, può essere considerata “un movimento universale, che trascende l’occasione che l’ha generata e i risultati raggiunti”.
Gli attori e gli scopi.
Le finalità della Resistenza furono molteplici.
La guerra patriottica, fu combattuta da quella parte dell’esercito rimasta fedele alla Monarchia con lo scopo della restaurazione dell’indipendenza nazionale; la guerra antifascista dai partiti antifascisti riuniti nei Comitati di liberazione nazionale con l’obiettivo della riconquista della libertà politica; la guerra rivoluzionaria da un partito che preesisteva se pure di poco al fascismo, il Partito comunista, e da un partito nuovo, nato con la Resistenza, il Partito d’azione, con il fine dell’instaurazione dello stato nuovo. Il Partito d’Azione e il Partito comunista furono i partiti militarmente più organizzati, i più decisi e i più audaci, i principali organizzatori della guerra per bande.
I risultati della Resistenza.
I risultati vanno valutati in base agli scopi.
Il principale scopo della guerra patriottica, la liberazione dell’Italia dal dominio straniero, è stato raggiunto. L’Italia deve alla guerra patriottica il suo essere ridiventata una nazione libera, democratica, inserita a pieno diritto nella comunità internazionale.
Pure la guerra antifascista ha raggiunto i suoi scopi. Certo la sconfitta del fascismo non può essere ascritta a merito esclusivo dei partigiani, ma “la Resistenza italiana ebbe il merito di inserirsi nella direzione giusta della lotta al momento giusto”.
Naturalmente il giudizio è più controverso per quel che riguarda la Resistenza come rivoluzione sociale tendente alla trasformazione radicale della società italiana. Scriveva Bobbio nel lontano 25 aprile 1961: “Orbene, la democrazia che è stata attuata in Italia è soltanto quella apparente, non quella sostanziale. La democrazia sostanziale c’è, sì, negli articoli della Costituzione, ma non c’è nella realtà. L’Italia continua ad essere la nazione delle grandi sperequazioni, tra classe e classe, tra regione e regione”.
E oggi?
oooooo


sabato 20 ottobre 2018

Noterella su Dio
Forse la realtà di Dio ci appare quando vediamo in altri, o sperimentiamo in noi, anche solo per un momento, la capacità di dare più di quanto riceviamo. E' questo un cuore del vangelo: p. es. Luca 6,35. Sembra solo un grande esigente precetto, ma è una rivelazione: voi siete questo. A volte, nella povera umanità, compare la capacità di creare bene, che supera il male. E' la rivelazione che l'amore creativo esiste. Noi chiamiamo ancora Dio, secondo un linguaggio diffuso in antiche culture, un ente superiore, dalle formidabili virtù e potenze. E lo invochiamo, se crediamo che esista da qualche parte, in aiuto alla nostra debolezza, ai nostri peccati, al destino avverso. Quando, anche solo in una scintilla, appare tra noi ciò che le religioni chiedono a lui, cioè la presenza del buono, del giusto, non abbiamo più bisogno di scalate metafisiche a dimostrare un "Essere perfettissimo" ecc. ecc. Quella apparizione rivelatrice mette in dubbio il pessimismo metafisico - cioè la legge imponente per cui solo la forza e la sopraffazione regnano nei rapporti umani ("O si domina o si è dominati"), e che l'uomo è egoista (dogma del capitalismo: niente si fa per niente)  - e ci persuade dolcemente che in noi agisce anche uno Spirito più largo del nostro animale (e rispettabile) istinto di conservazione. Se non viviamo sempre solo per noi stessi, ma anche per altri, è segno che in noi c'è una realtà vivente e creatrice, che non è la stretta conservazione, accanita quando si sente minacciata. Già il prodigio della dedizione materna, del soccorso gratuito ad un bisognoso, della generosità, del dono, della compassione, sono suggerimenti di ciò che filosofie e teologie e religioni teorizzano a modo loro, nel tentativo, sempre insufficiente e discusso, ma non vano e inutile, di interpretare la vita. In pratica - dio o non dio -  se siamo capaci a volte di favorire la vita, perché non lo facciamo sempre, in giustizia e amore? Non ne siamo sempre capaci, se non coltiviamo e ascoltiamo lo Spirito buono, chiamandolo e pensandolo come meglio crediamo. Le persone migliori e più illuminate della nostra specie umana lo hanno immaginato o chiamato come realmente Vivente, più di noi, in noi.

lunedì 8 ottobre 2018

Domenica 15 Maggio 2016 10:52

È troppo poco (di Enrico Peyretti)

Pubblicato da Fausto Ferrari


Contrariamente alla religione diventata costume sociale, la festa più grande non è il Natale, e neppure la Pasqua ebraica o cristiana, ma la cosiddetta Pentecoste, perché è festa non di una o due religioni, ma festa universale e quotidiana dello Spirito, che riempie la terra.
«È troppo poco che tu sia mio servo per rialzare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti d’Israele, perciò ti farò luce delle nazioni, perché la mia salvezza raggiunga l’estremità della terra» (Isaia 49,6 dal secondo carme del Servo)
È troppo poco l’elezione di Israele: deve essere per tutti i popoli, e non per una terra, ma per tutta l’estensione della terra; non basta la prima alleanza e l’elezione nazionale; non basta la rivelazione ad un popolo, né una religione che prende il nome di quel solo popolo. Non basta che Dio parli e sia ascoltato in una lingua, in una cultura e una storia particolare. O la sua parola è udibile da tutti, o chi parla non è il Dio di tutti. Se Dio non è di tutti, diventa l’arma più potente di alcuni contro altri. Se è di tutti, è il fondamento e l’appello della pace.
Quella prima parola è solo l’inizio di un discorso.
«Nella relazione con Israele, la chiesa è come l’Israele escatologico. Gesù non pensa di fondare un’altra religione, non pensa una chiesa come realtà altra da Israele, ma come il compimento di Israele. Perciò c’è ben più che una relazione: Israele è costitutivo della chiesa e la chiesa è il compimento di Isarele, il superamento del suo limite (vedi in Romani 11,18: radice e rami)» (riflessione raccolta dalla presentazione del libro di Roberto Repole, Il pensiero umile, Ed. Città Nuova, il cui ultimo capitolo è intitolato Una chiesa umile).
A loro volta, il cristianesimo, la chiesa, sono da superare nel loro limite storico e culturale, limite che può essere stato necessario (come per Israele) per avviare il cammino concreto, ma che diventa ostacolo e arresto al cammino stesso quando troppo si consolida: accade così quando papa Ratzinger insiste sulla lingua filosofica greca necessaria per dire il messaggio cristiano; accade così quando la garanzia del messaggio è identificata in una struttura gerarchica.
I cristiani guardano a Gesù il Cristo, ma non basta neppure una religione che prenda il suo nome: è troppo poco. Gesù rinvia allo Spirito, che è dappertutto e non sai donde viene né dove va; i suoi discepoli sono avvertiti che il peccato maggiore non è contro Cristo ma contro lo Spirito; e quando Cristo si assenta, ucciso, resta presente con la sua vita, comunicando lo Spirito che ha spinto e animato lui stesso; e i veri adoratori del Padre non lo adorano in questo o quel tempio, ma in Spirito e verità; cioè, la «vera religione» (tema ampio nella Bibbia) è il soccorso al prossimo bisognoso, chiunque esso sia, di qualunque nazione, religione e idea, perché su questo, non sulla religione e neppure sulla fede esplicita, saremo giudicati, alla fine. La «vera religione» è spirituale, interculturale, interreligiosa, è amore operante, anche se ciascuno di noi, giustamente, esprime questa verità in una sua lingua materna e domestica, purché intimamente comunicante con ogni altro linguaggio ed esperienza dell’unico Spirito.
Perciò, contrariamente alla religione diventata costume sociale, la festa più grande non è il Natale, e neppure la Pasqua ebraica o cristiana, ma la cosiddetta Pentecoste, perché è festa non di una o due religioni, ma festa universale e quotidiana dello Spirito, che riempie la terra, pur contrastato dalle tenebre, ed è effuso in tutti i cuori aperti e anelanti, comunque lo chiamino. Lo Spirito è il non-ancora-detto, dopo tutto il detto delle religioni.

Enrico Peyretti

Enrico Peyretti ha fondato con altri, nel 1971, il mensile torinese Il foglio; è ricercatore per la pace nel Centro Studi Domenico Sereno Regis di Torino e membro del Movimento Nonviolento e del Movimento Internazionale della Riconciliazione.
(Testo pubblicato sul n. 7-8 di Interdipendenza, settembre-dicembre 2007)

venerdì 14 settembre 2018

Abbecedario della democrazia

Democrazia sì o no? Democrazia del Capitano, o della piattaforma Rousseau? O quella dei leader e segreterie?
La democrazia è il sistema di decidere contando le teste favorevoli o contrarie, senza tagliare quelle contrarie. Diremo dunque che maggioranza è giustizia? Oppure la democrazia è anche un sistema di valori non decisi dai semplici numeri?
Perché, avendone la possibilità, non decidiamo come piace a noi, che sappiamo con certezza quel che è giusto, mettendo a tacere (o peggio) chi vuole il contrario? Così la chiesa ha sempre pensato, nel tempo della cristianità (reale o immaginata), e così hanno pensato e fatto le ideologie totalitarie, e gli interessi forti, incarnazione della forza-verità storica, che dicono: verità e giustizia e realtà siamo noi, non la maggioranza. Questa semmai verrà dopo, convinta da noi. No, l'idea della verità politica incarnata, più decisiva dei numeri, l'abbiamo superata, con dolorose fatiche storiche. Siamo democratici, decidono i numeri.
Ma decidono tutto? Ci sono valori che non si identificano né con la forza, né col consenso maggioritario. Un valore così è la coscienza libera di ciascuno: nessuno può essere costretto a volere o ad avallare ciò che non trova giusto secondo la propria coscienza. La democrazia che conta le teste deve contare teste libere, rispettate e aiutate nella loro libertà. Legalità non è necessariamente giustizia. Alla legge regolarmente stabilita, una coscienza può sentire il dovere di disobbedire, per giustizia, accettando la sanzione.
Perciò la maggioranza deve rispettare e anche favorire la libera convinzione ed espressione di volontà differenti e alternative. Il metodo democratico e la democrazia come valore politico consistono in due cose: si decide come vuole la maggioranza; si rispetta e si ascolta, nel continuo cammino di umanizzazione, la volontà alternativa delle libere minoranze. Democrazia è azione, ma prima è dialogo, senza imposizioni. Per questo si basa sul “parlamento”, non solo sul lancio della parola istantanea (twitter), senza le mediazioni del “dis-correre”, che si svolge e si corregge nel tempo. La democrazia è la forma primaria e più elementare di nonviolenza. Ogni maggioranza che si crede in diritto di tutto, rovina la conquista storica della democrazia sull'assolutismo.
Il principio umanistico della dignità inviolabile di ogni persona è superiore al principio tecnico della maggioranza, perché ne è la vera ragione sostanziale. Si suppone, con fiducia nella ragione umana, che i più riescano mediamente a vedere e decidere meglio. Ma non è una sicurezza: la maggioranza è legittima, ma può sbagliare, può essere ingiusta, eccome! C'è una cosa che non deve fare: conculcare le minoranze. Cuore più vero della democrazia non è il principio di maggioranza, ma il principio di rispetto delle minoranze. Qualunque opinione che critica ma rispetta le altre, non può essere conculcata. E se c'è un'opinione che non rispetta le altre si spera che la maggioranza delle persone ragionevoli la giudichi e la isoli.
La democrazia non è verità, ma metodo. E non è solo un metodo tecnico, ma una civiltà etica. Il risultato tecnico non è sempre etico. Il valore etico sociale non si attua se non col metodo del consenso di maggioranza. Il consenso può produrre un effetto non etico. Dobbiamo custodire le procedure, e dobbiamo educare il civismo. Sono come il corpo e l'anima della democrazia vivente: reciprocamente necessari.
La democrazia è una scommessa sulla ragionevolezza umana, sul senso della giustizia, sul rispetto dell'altro. Preziosi beni mai conquistati per sempre. La storia cammina, ma l'umanità – bambini e vecchi - è sempre di nuovo a frequentare la prima elementare, ad aprire l'antico abbecedario, insostituibile.
e. p.