sabato 25 settembre 2021

 

21 08 30 La guerra è fallita

La cultura politica corrente ora si piange addosso, ma nel '91 e nel 2001, giustificava le guerre Usa che coinvolgevano anche noi, per "esportare la democrazia". Questa cultura politica del sistema non ha mai rinnegato la guerra. Noi possiamo rinnegarla oggi che è fallita, perché l'abbiamo rinnegata fino da Gandhi, fino dal 1940, quando scrive: «Voi volete eliminare il nazismo, ma non riuscirete mai ad eliminarlo adottando i suoi stessi metodi» (cioè con la guerra).«La guerra non può essere vinta in altro modo» ("Appello agli Inglesi per la resistenza nonviolenta al nazismo", in Harijan, 7 luglio 1940; in "Teoria e pratica della nonviolenza", Einaudi 1973, pp. 250-251). La guerra contro la violenza è competizione imitativa: perciò fallisce. Perciò è sconfitta in partenza. Nel 1945 la vittoria militare ha sostituito il nazismo con la minaccia bellica nucleare sul mondo. Un vanto italiano: il terrorismo non è stato vinto con la violenza, ma soprattutto con la resistenza della coscienza popolare. La democrazia dei diritti umani o diventa pacifica, e rinuncia-supera la guerra, oppure fallisce. La guerra è la maggiore contraddizione dei diritti umani. La violazione dei diritti umani è inseparabile, nella guerra, tra una parte e l'altra: ogni arma offende tutta l'umanità, anche di chi la usa. Chi di spada ferisce di spada perisce. Al terrorista suicida non c'è minaccia di morte che lo possa fermare, perché la propria morte è il suo strumento: l'unica difesa è sia la giustizia universale, che gli tolga motivi di rivendicazioni, sia il dialogo amico tra le culture e religioni, che smonti l'ideologia di superiorità religiosa-culturale (questo peccato è stato ed è ancora tipico dell'Occidente, dalle crociate alle colonie, al capital-imperialismo). Viviamo oggi una svolta pericolosa: fallito l'impero Usa, come l'impero URSS nel 1989, viene il governo delle armi? No! Viene l'ora di una costituzione mondiale pluralistica del rispetto pieno dei diritti umani di tutti, la fine del sistema che crea "gli scarti" e le immense diseguaglianze. La violenza strutturale-economica e la violenza culturale-superba stimolano la violenza ribelle e poi la risposta della violenza repressiva: una catena di fallimenti e di dolori. Ma l'umanità potrà uscirne: tocca a noi tutti pensare, ritrovare e volere le vie della pace nella giustizia per tutti gli umani e tutta la terra.

Enrico Peyretti, 30 agosto 2021



 

21 09 24 Per la cura dei rapporti umani: non c'è offesa

Lo dico a me stesso, per educarmi, e lo dico a chi vuol sentire: non c'è offesa, se tu non vuoi. Se qualcuno ti vuole offendere, ferirti, toglierti una parte di te, non ci riesce, se tu non vuoi. Tu sei invulnerabile, come Achille, e non lo sapevi, perciò avevi paura delle offese. Zanardi, il coraggioso, perdute la gambe, disse: «Si fa con quel che si ha». Se anche ti tolgono qualcosa, non ti tolgono nulla di vivo.

L'offesa è un'ombra, non esiste. Nessuno ti toglie nulla di ciò che sei; ti può togliere la buona fama presso gli altri, ma tu sta in pace con la tua anima!

Tolstoj cita Epitteto, il filosofo stoico, ex-schiavo, che dice: l'anima è una cittadella fortificata, nessuno può veramente offenderla. «Solo l'anima umana è sicura più di qualsiasi inaccessibile fortezza. Perché ci sforziamo continuamente di indebolire quell'unico baluardo? Perché ci occupiamo di cose che non ci possono dare la gioia dell'anima e non ci preoccupiamo di quell'unica cosa che ci può dare la quiete dell'anima? Tutti dimentichiamo che se la nostra coscienza è pura, nessuno ci può offendere e che tutti i conflitti e le inimicizie nascono solo dalla nostra stoltezza e dal nostro desiderio di possedere delle inezie esteriori».

Tanti rapporti umani si guastano o si rompono per la troppa sensibiltà alle offese, per una pelle troppo sottile. È vero che qualcuno a volte vuole offendere, oppure ferisce senza volerlo. Il più delle volte si tratta di difetti, malintesi, equivoci, che sembrano offese e sono errori di espressione, e di comprensione. Ma purtroppo, a volte, c'è proprio la volontà di offendere. Comunque, non c'è offesa se non ti lasci ferire. La tua dignità non è mai offesa: o la perdiamo noi stessi, degradandola, oppure nessuno può colpirla, neppure la calunnia.

Se credi che l'offesa ti distrugga, poi ti trovi spinto alla vendetta, in parole o azioni, o sentimenti acidi. Allora sì che sei rovinato, sei dentro l'ingranaggio, rischi di rispondere al male col male. È ben comprensibile che tu soffra, ma il valore della persona si vede a questo punto. Soffrire non è una perdita.

L'offesa non esiste, se non ti sottometti, se trovi la tua vera forza. Accetta le critiche, sono utili anche se sono severe, ma la critica non è un'offesa (come l'offesa non è una critica, non aiuta).

La tua dignità è una corazza. Non perché tu ti creda superiore, ma perché la dignità è in tutti gli umani superiore ad ogni comportamento, anche al peccato. Non perde la dignità neppure il delinquente, che infatti non va "condannato", non va "messo a marcire" in galera, ma va aiutato a ritrovare la dignità che ha contraddetto: art. 27 Costituzione. Il giudice giusto non condanna, ma corregge e protegge. E questo vale nei rapporti sociali come nei rapporti personali diretti.

Le offese sono la vergogna dell'offensore, anche se lui non lo sa. Chi viene offeso non si deve vergognare. Se si sente menomato, o distrutto, gli nascono sentimenti troppo amari, un dolore eccessivo, immeritato, ma è veramente danneggiato solo se perde la serenità e la bontà del suo comportamento. Soffrire non è perdere.

Se l'offeso cade nell'imitare l'offensore, allora sì che l'offesa davvero vince. Ma non è destino necessario: dall'offesa c'è la grande difesa, che è la coscienza serena della propria dignità.

Dignità non è certo sentirsi innocente, impeccabile, infallibile: siamo tutti pecccatori, eppure meritiamo pieno rispetto, sia noi, sia gli altri che ci urtano. Come dice papa Francesco: «Sono un peccatore che cerca di fare del bene». Nessuno è superiore o inferiore agli altri in dignità, se non si abbassa da solo. La dignità umana, che è l'essenza di ogni persona, non è mai offesa: la perdiamo noi stessi, se non la custodiamo, ma poi possiamo ritrovarla, anche con l'aiuto degli altri.

Nessuno ti toglie nulla di ciò che sei, se cerchi di avere la "forza della verità": questa non è "avere ragione" più degli altri, non è affatto "vincere", ma è la propria ricerca appassionata, forte, coraggiosa, di stare e ritornare sempre nell'autenticità umana, nella verità della vita. Abbiamo bisogno degli altri, ma dipendiamo soltanto dalla nostra coscienza seria, sincera, cercatrice appassionata di verità, pronta a correggersi, a chiedere perdono, ad accettare critiche e aiuti, a non farsi abbattere da colpi cattivi. Si tratta di vivere aderendo sempre di più alla verità umana, in ricerca, senza alcuna presunzione, in libertà spirituale. Così, nessuno ti può offendere.

E tu non condannare chi ti offende: è una sua povertà, una debolezza, abbine compassione, e aiutalo, possibilmente. Soffri, ma non condannare. Soffrire per la verità, con coscienza, è una grande forza: questo è l'insegnamento essenziale di Gandhi, che lo visse e lo trasmise.

Dio non condanna: è questa la rivelazione di Gesù, il suo vangelo, che supera le religioni dalla morale dura e punitiva, e distrugge l'inferno. Dio è nei cuori, non è nelle gerarchie sociali, neppure quelle sacre: semmai è coi deboli, con gli ultimi, non coi vincitori. «La Giustizia fugge dal campo dei vincitori», dice Simone Weil.

Neppure Hitler è da "dannare", perché è il più miserabile degli umani: andava tolto dal piedistallo del suo potere violento, ma senza imitarlo. Alcuni alti ufficiali del complotto che fallì, si rifiutavano di ucciderlo, come era possibile, «per non essere come lui». Avevano capito bene.

Le persone deboli, che si abbattono se ricevono uno sgarbo, una scorrettezza, un insulto, vanno aiutate a rafforzarsi nella loro autocoscienza: come i gatti, che cadono sempre in piedi, anche se cadono dal tetto, e non si rompono la testa. Non farti atterrare, se sei nello spirito giusto: questa non è arroganza, ma è resistenza all'offesa, capacità di sentirla come correzione e non come condanna. È ricerca di intendersi. Non è facile, per niente, ma è da imparare.

Non perdere la pace e la gioia di vivere solo perché qualcuno non è gentile, giusto e rispettoso come dovrebbe essere. Il guaio è suo, non tuo.

A volte siamo deboli, stanchi, esausti, fragili e succede che anche un'ombra di passaggio ci offenda, ci ferisca. Non spaventiamoci. Rimettiamo ogni cosa nella sua giusta misura: apparenza, malinteso. Ma a volte c'è proprio della cattiveria! Certo. L'importante è che non sia cattivo io, e che non mi lasci contagiare. Non c'è bisogno di una virtù eroica, basta un po' di sana furbizia e di arte di vivere.

Lamentati pure, quando ti fanno soffrire: è umano, è molto comprensibile, fa bene. Lamentati con qualche amico che ti comprende, ma dopo un po' basta, passa a discorsi più costruttivi, a pensieri belli: ne abbiamo bisogno perché siamo fatti per il bene e per il bello, e bisogna vivere di questo, anche nel dolore, fino all'ultima agonia: ci servirà saper morire bene, e questo si impara adesso, quando qualcosa ci fa soffrire.

Enrico Peyretti, 24 settembre 2021

domenica 15 novembre 2020

20 11 15   Aprire l'animo, sentire insieme.

Queste due esperienze, quando possono avvenire, costituiscono l'amicizia.

Quando sono impedite, o quando c'è incapacità o nonvolontà di aprire e sentire, l'amicizia è impossibile. Rimane estraneità, solitudine amara, se non avversione.

Aprire e sentire sono le condizioni fondanti della relazione umana positiva, buona, felice, ad ogni scala: dai buoni rapporti personali, alla grande pace delle civiltà e delle politiche.

Aprire l'animo è possibile quando un altro animo rispetta, accoglie, ascolta, accompagna. Non si apre la propria intimità davanti ad un invasore. Ma aprire la porta di casa può anche svegliare un animo addormentato.

Ognuno sente più o meno, secondo la capacità di vibrare delle proprie corde intime. Chi sente da solo la bellezza della natura, o dell'arte, o dell'azione umana, vive un bene costruttivo. Chi sente queste bellezze insieme ad un'altra persona vive una costruzione comune, interpersonale. Sui successivi gradi di ampiezza dei rapporti, ciò fonda amicizia, amore, socialità, politica umana, civiltà planetaria. Il con-sentire sorge dalle profondità degli animi, non da regole sovrapposte o ideologie imposte.

L'antipatia è crisi di chi prova antipatia, ben più che dell'antipatico. Difetti e limiti di ciascuno chiedono ampiezza umana, capacità di tollerare e sostenere, pur senza concessioni indebite, senza dipingere di bello quel che è brutto, senza cessare di elaborare alternative.


sabato 14 novembre 2020

 Diario frammentario 20 11 14

Stare nelle cose, e gridare tutta l'insufficienza delle cose.

Stare nelle cose: politica, economia, medicina, tecnica....

Gridare tutta l'insufficienza delle cose: le domande di senso, il mistero che avvolge il prima e il dopo, le domande delle filosofie (più importanti delle risposte), quel che intravedono i profeti, quel che ascoltano i poeti, quel che creano gli artisti, quel che attendono i bambini, quel che hanno imparato i vecchi se hanno tenute accese le domande.

Una società umana ha questi due compiti, entrambi necessari: stare e gridare; lavorare e interrogarsi; essere qui, essere oltre; ottenere risultati, non quietarsi nei risultati.

Distribuirsi i lavori e i compiti, ma saper fare tutti, in qualche misura, l'uno e l'altro genere di compiti: e che nessuno dica "il mio lavoro è più importante del tuo"; e che ognuno sappia che lavora per sé solo se lavora anche per tutti.

si sono alzati in piedi.

E ci vorranno alcuni, scelti per capacità pratica e sensibilità dell'umanità incontenibile, incaricati di sovrintendere. Purché essi  sappiano anzitutto che potere è dovere, che l'incarico è un carico, e purché sappiamo tutti che avere una dote è avere un debito. Perché siamo animali terrestri verticali, a cui la terra sta stretta, che dalla terra riprendono energia, e coi piedi sulla terra  respirano e scrutano lo spazio infinito.

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I - Diminuire consentendo

Enrico Peyretti

Pubblicato su Rocca n. 14, 15 luglio 2020

Michele Do (1918-2005), grande spirito cristiano e universalista, discepolo di Mazzolari e di Sorella Maria, era un prete vissuto per cinquant'anni a St. Jacques d'Ayas, villaggio valdostano, come rettore di quella piccola chiesa. Quando vi andò, nel 1945, non c'era ancora la strada, ma non visse affatto isolato. Attorno a lui nacque una grande rete, non solo italiana, di amicizia tra persone di ogni viva spiritualità, anche non credenti. Non scrisse nulla, ma qualcosa delle sue riflessioni e preghiere è stato raccolto dagli amici, in alcuni libri. È noto e diffuso il suo Credo (pubblicato anche su Rocca). In età avanzata, espresse la sua preparazione a morire nel motto: «Diminuire consentendo. Consentire con animo sereno. Distacco appassionato». Non dice qui la sua fede nella vita in Dio, ma una dignità umana che né resiste né cede alla fatalità del morire. «Diminuire consentendo»: chi, come me, vive il cammino di invecchiamento, trova qui una guida saggia. Consentire alla diminuzione delle forze e delle possibilità non è facile. Ma non è rinuncia a vivere né rassegnazione passiva, semmai è l'opposto della ostinazione ridicola e ribelle alla natura; non è distacco dalle buone passioni, non è rinuncia ad esprimersi (sia pure in un mondo che parla linguaggi sempre più differenti dal nostro), non è sentirsi inutili, pur lasciando spazio alle generazioni successive, anche col desiderio, senza presunzione, di dare qualcosa di vivo a chi cresce dopo di noi. Consentire al diminuire è accettare di stare al margine, di tacere un po' (se ci riesci…), di lasciar fare a chi viene, di continuare a imparare, di cambiare i propri schemi. Michele Do lo ha fatto: ogni incontro con lui, fino agli ultimi, era un ricevere vita da uno spirito vivo.

L'ultimo De senectute è quello di Bobbio, ma è pensiero di tutti. Si leggono sia elogi che disprezzi della vecchiaia, ed entrambi ci lasciano perplessi. Il timore più grande non è la morte, ma la malattia lunga e la decadenza. Il maggiore desiderio è conservare la dignità e il rispetto, tanto più in questi tempi di cambiamenti vorticosi. La sapienza popolare, in tutte le tradizioni, se ne è presa cura: «Anche se perdesse il senno, compatisci tuo padre e non disprezzarlo, mentre sei nel pieno vigore» (Bibbia, Siracide 3,13). Quando l'evoluzione culturale era lenta o lentissima, il vecchio era un tesoro di esperienza a favore di tutti. Oggi resta indietro, come il ciclista che ha bucato. La vita è velocità, e la lentezza è condannata. Se è anche un po' sordo, per lui è solitudine. In alcuni casi si è lasciato che la pandemia ripulisse la società dai più vecchi e deboli. Giustamente si segnala l'emarginazione sociale di chi non ha saputo o voluto imparare l'uso della rete. Fino al cellulare arrivano molti, ma a internet non tutti. Magari l'escluso ne ostenta disprezzo, ma si sente più analfabeta del nipotino alle elementari. È una più grande pena vedere persone intelligenti, colte, a volte anche studiosi e docenti, perdere la memoria e la comunicazione. Il rischio è di tutti ed è sempre molto penoso: troppo difficile consentire interiormente! Conosco un tale che prega Dio contro la propria decadenza chiedendo «vita lunga e morte breve». Lo sa anche lui che è una preghiera un po' pretenziosa.... Ho letto che Jacques Maritain scrisse sulla porta della sua stanza: «Se la sua testa non funziona più lasciatelo ai suoi sogni». L'ho scritto anch'io sulla mia porta. Almeno sognare… Si fa con quel che ci resta, come dice Zanardi.

Ma quel motto di don Michele è triplice: «Diminuire consentendo. Consentire con animo sereno. Distacco appassionato». L'ho incollato sul mio computer. Non solo consentire, ma «con animo sereno». Non da vinti, non con rabbia. Cosa vuol dire mantenere serenità dell'animo acconsentendo a diminuire? Qui finisce lo spazio della pagina. Ci sarebbe anche da intendere «distacco appassionato». Cosa può significare? Chi per caso legge, rifletta, e semmai ne riparleremo.

 




III - Distacco appassionato

Enrico Peyretti

(pubblicato su Rocca 15 settembre 2020)


Di fronte al nostro morire, abbiamo sentito che Michele Do proponeva: «Diminuire consentendo. Consentire con animo sereno. Distacco appassionato». Già lette, in questa rubrica, le prime due espressioni, provo ora, timidamente, ad ascoltare la terza. Che cosa può voler dire “distacco appassionato”? Sarà un distacco, anche uno strappo, forse tragico, forse lungo e penoso. Non illudiamoci che sia sempre un passaggio liscio. Eppure, diciamo no ad una religione che esalti il distacco, la rinuncia sacrificale, il culto del dolore, l’abbandono di questa vita come un rottame. Questa vita mortale ci piace e ha valore. Prima di ogni prodigio, la vita stessa è un miracolo. La sopravvivenza è il primo lavoro continuo di ogni vita. Difendere la vita, in tutte le sue espressioni, è il primo compito morale, culturale, politico. Non sarà facile morire: ne soffriremo. «Mi dispiace tanto morire!», diceva negli ultimi anni Benedetto Calati, grande monaco, che alla fine mormorava: «Andiamo in pace». Svalutare la vita non è una buona accoglienza della morte, ma un falso coraggio per un passaggio difficile. Non sarebbe gratitudine e rispetto per la vita ricevuta. Si dice che la madre di Leopardi quasi si rallegrasse per i bambini che le erano morti piccoli: «Ho un altro angioletto in cielo per me!». Così, è un’indecenza osare di abbellire la morte come atto di conquista autodistruttiva: la “bella morte” fascista e guerriera. Invece, il distacco ci costerà. E quando la morte è inflitta, è il massimo orrore. Nella mia città c’è un bellissimo grande parco della Rimembranza, dal 1925, a celebrare la disastrosa vittoria del 1918. Su piccoli cippi di legno si leggono i nomi dei 4.800 caduti torinesi, fatti morire per superbia statale e poi “onorati”, cioè ulteriormente offesi, con l’oscena retorica dannunziana nel monumento alla Vittoria. Morire può essere un generoso fare spazio ad altri, ma ci costerà. Cerchiamo che il nostro morire non sia un freddo lasciare ciò che finisce, ma senta la sofferenza di una perdita, insieme a una tensione appassionata verso ciò che può venire. Che cosa può venire? Sempre, in tanti modi, l'umanità ha pensato (immaginato, sperato, anche disperato o negato) la nostra vita come avvolta in una più grande vita, di cui siamo parte: le energie dell'universo, i regni minerale, vegetale, animale, l'intero cammino dell'umanità, il mondo spirituale: prima e dopo di noi. Possiamo in tanti modi coltivare una passione per l'ignoto che supponiamo, una tensione in ascolto e desiderio se mai ci sia un paesaggio mai visto, di là dal colle, una patria sconosciuta. Che il distacco sia dunque appassionato, e non rinunciatario. Ogni passione è patire una mancanza e desiderare una bellezza. Se questa vita non ha passioni è già morta. Che la vita arrivi ricca di passioni a quel limite: ogni passione è viva, attiva, pur nella sua povertà. Se la vita fosse ricca senza limite non avrebbe desiderio di nulla (il progetto transumanista rischia questo): poiché è povera e finita, desidera ogni bene. Platone ha parlato così di Eros, che non è opposto al Bene, ma cresce fino a cercarlo, oltre se stesso. Il desiderio vede una porta nel muro. Chi ascolta l'evangelo di Cristo sente che la vita eterna, senza caduta, è già nel seno di questa vita caduca, e nascerà in un distacco, come avviene nel parto: perdita e inizio, caduta e nuovo cammino, uscita da un tempo chiuso ed entrata in una via aperta. Siamo nati perdendo nostra madre, in una specie di morte feconda. Molto perderemo, e la verità della vita emergerà, come nel grido del neonato, il primo di tanti respiri. Un respiro che un giorno cesserà, ma avrà alimentato vita, col perdere e col trovare. «Facciamo cose che meritino di non morire», diceva Michele Do, e forse così lasciamo nascere in noi, oltre noi, cose vive, più vive di noi ora. Se un Vivente-più-vivo-di-noi avvolge come una madre questa nostra vita nel tempo, staccarsi da questo tempo non sarà un cadere nel vuoto.


 

II - … con animo sereno

Enrico Peyretti

(pubblicato su Rocca 15 agosto e 1 settembre 2020)


Seguendo quel trinomio che Michele Do proponeva a se stesso, in età avanzata, nell'avvicinarsi della morte, abbiamo già cercato di intendere “diminuire consentendo”. Proviamo ora ad ascoltare il “consentire con animo sereno”, cioè non passivo e ostile. (Poi verrà “distacco appassionato”). Serenità o turbamento dicono stati del nostro animo con immagini del cielo, limpido e luminoso, oppure oscurato, minaccioso. Siamo parte della natura, e in essa ci riflettiamo per esprimere l'intimo nostro. L'animo è sereno quando può guardare alla realtà, al tempo che scorre, anche alla morte che verrà, senza essere oppresso dalla mancanza di luce. La luce è il primo respiro sia degli occhi nostri sul mondo, sia delle più profonde condizioni del nostro essere, sia dell'esistenza stessa dell'universo che ci contiene. È un grande bene la serenità intima di un animo che gode di una luce sufficiente. Ci affanniamo per mille cose, ma più di ogni bene e della stessa salute fisica, desideriamo serenità: l'animo come un lago vivo e tranquillo, un prato luminoso, abitato da buone compagnie, da relazioni positive, un ambiente in discreta pace. Quel che più ci turba, e ci sembra una morte, è l'agitazione profonda, le ferite intime, il deserto attorno, la solitudine non scelta, il futuro oscuro. Ora, ci chiediamo se si può essere sereni pensando al nostro inevitabile morire. Sappiamo solo che verrà, ma non quando (il tempo lo avvicina) né come. È un bene la lunga vita, ma la pretesa di rimuovere indefinitamente la nostra mortalità, come fa il paradigma tecnicistico del trans-umanesimo, è probabilmente stoltezza. Di tutto, anche della pandemia, possiamo farci una facile immagine ottimistica: “andrà tutto bene”. Ma del morire? È desiderio molto profondo immaginare le condizioni migliori per riconsegnarci alla natura: senza dolore, col conforto di cura e affetti, in pace con la vita vissuta. Ma temiamo la morte angosciosa. Da sempre, nell'umanità, le religioni e la saggezza hanno soccorso gli umani in questo timore, proponendo una visione del nostro morire almeno sopportabile, verso una quiete senza pena. La morte è vista come momento naturale della vita, sensata nella sua limitatezza, specialmente se lascia qualche buona traccia. Oppure può essere l'ultimo lavoro (travaglio), come il nascere, come la fatica di valicare un colle. Quando la tempesta batte qui, una linea di sereno può aprirsi all'orizzonte. Le religioni discese da Abramo osano accogliere la morte come un passaggio ad un'altra forma di esistenza, come incontro con un Vivente-più vivo-di-noi, che ci accoglie, come all'inizio ci ha dato vita. Più come severo giudice, secondo alcune immagini, più come padre accogliente secondo altri accenti: in entrambi i casi, la morte non è una caduta nel nulla. Si intuisce questa nostra vita come un tale miracolo, una realtà così nuova, chiamata ad essere unica, che non può scomparire. Purtroppo, per secoli, il discorso religioso sulla morte (mi limito ora al cattolicesimo) è stato più pauroso che fiducioso. Con l'arma della paura, la minaccia dell'inferno, la chiesa ha dominato le coscienze. Vendeva cara la serenità, da comprare con la sottomissione alle sue regole e al suo potere salvifico. In una spiritualità cristiana più seria, più umana, più evangelica, il pensiero della morte non suscita paura di Dio e del suo giudizio, chiede certamente vigilanza e serietà, ma soprattutto fede nella promessa di un Vivente che ci accoglie in un respiro totale. Gesù, l'uomo che più di tutti ha vissuto in se stesso la presenza piena dello Spirito divino vitale, ha promesso «vita eterna» a chi s'incammina sulla sua via buona. Egli è stato colpito da un rifiuto feroce e mortale, ma possiamo sentirlo presente, più vivo del male potente. In ogni caso, il nostro animo, pur sospeso su quel passo che ci attende, può invocare e sperare una serenità non banale da chi ci consegna una vita di luce.