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Per la cura dei rapporti umani: non c'è offesa
Lo dico a me stesso, per
educarmi,
e lo dico a chi vuol sentire: non c'è offesa, se tu non vuoi. Se
qualcuno ti vuole offendere, ferirti, toglierti una parte di te, non
ci riesce, se tu non vuoi. Tu sei invulnerabile, come Achille, e non
lo sapevi, perciò avevi paura delle offese. Zanardi, il coraggioso,
perdute la gambe, disse: «Si
fa con quel che si ha». Se anche ti tolgono qualcosa, non ti tolgono
nulla di vivo.
L'offesa
è un'ombra, non esiste.
Nessuno
ti toglie nulla di ciò che sei; ti può togliere la buona fama
presso gli altri,
ma tu sta
in pace con la tua anima!
Tolstoj
cita Epitteto, il filosofo stoico, ex-schiavo, che dice: l'anima è
una cittadella fortificata, nessuno può veramente offenderla. «Solo
l'anima umana è sicura più di qualsiasi inaccessibile fortezza.
Perché ci sforziamo continuamente di indebolire quell'unico
baluardo? Perché ci occupiamo di cose che non ci possono dare la
gioia dell'anima e non ci preoccupiamo di quell'unica cosa che ci può
dare la quiete dell'anima? Tutti dimentichiamo che se la nostra
coscienza è pura, nessuno ci può offendere e che tutti i conflitti
e le inimicizie nascono solo dalla nostra stoltezza e dal nostro
desiderio di possedere delle inezie esteriori».
Tanti
rapporti umani si guastano o si rompono per la troppa sensibiltà
alle offese, per una pelle troppo sottile.
È vero che qualcuno a volte vuole offendere, oppure ferisce senza
volerlo. Il
più delle volte si tratta di difetti,
malintesi, equivoci, che sembrano offese e sono errori di
espressione, e di comprensione. Ma purtroppo, a volte, c'è proprio
la volontà di offendere. Comunque,
non
c'è offesa se non ti lasci ferire. La tua dignità non è mai
offesa: o la perdiamo noi stessi, degradandola, oppure nessuno può
colpirla, neppure la calunnia.
Se credi che l'offesa ti
distrugga, poi ti trovi spinto alla vendetta, in parole o azioni, o
sentimenti acidi. Allora sì che sei rovinato, sei dentro
l'ingranaggio,
rischi
di
rispondere al male col male. È ben comprensibile che tu soffra, ma
il valore della persona si vede a questo punto. Soffrire non è una
perdita.
L'offesa non esiste, se non ti
sottometti, se trovi la tua vera forza.
Accetta le critiche, sono utili anche se sono severe, ma la critica
non è un'offesa (come l'offesa non è una critica, non aiuta).
La tua dignità è una corazza.
Non perché tu ti creda superiore, ma perché la dignità è in tutti
gli umani superiore ad ogni comportamento, anche al peccato. Non
perde la dignità neppure
il
delinquente,
che infatti non va "condannato", non
va "messo
a marcire" in galera, ma va aiutato a ritrovare la
dignità che ha contraddetto:
art. 27 Costituzione. Il giudice giusto
non
condanna, ma corregge e protegge. E questo vale nei
rapporti sociali come
nei rapporti personali diretti.
Le offese sono la vergogna
dell'offensore, anche se lui non lo sa. Chi
viene offeso
non si deve vergognare. Se si sente menomato, o distrutto, gli
nascono sentimenti troppo amari, un dolore eccessivo, immeritato, ma
è veramente danneggiato solo se perde la serenità e la bontà del
suo comportamento. Soffrire non è perdere.
Se l'offeso
cade nell'imitare
l'offensore,
allora sì che l'offesa davvero vince. Ma non è destino necessario:
dall'offesa c'è la grande difesa, che è la coscienza serena della
propria dignità.
Dignità non è certo sentirsi
innocente, impeccabile,
infallibile: siamo tutti pecccatori, eppure
meritiamo pieno rispetto, sia noi, sia gli altri che ci urtano. Come
dice papa Francesco: «Sono un peccatore che cerca di fare del bene».
Nessuno è superiore o inferiore agli altri in dignità, se non si
abbassa da solo. La dignità umana, che è l'essenza di ogni
persona, non è mai offesa:
la perdiamo
noi stessi, se non la custodiamo, ma
poi possiamo
ritrovarla,
anche con l'aiuto degli altri.
Nessuno ti toglie nulla di ciò
che sei, se cerchi di avere la "forza della verità":
questa non
è "avere ragione" più
degli
altri, non è affatto "vincere", ma è la propria ricerca
appassionata, forte, coraggiosa, di stare
e ritornare sempre nell'autenticità
umana, nella verità della vita. Abbiamo bisogno degli altri, ma
dipendiamo soltanto dalla nostra coscienza seria, sincera, cercatrice
appassionata di verità, pronta a correggersi, a chiedere perdono, ad
accettare critiche e aiuti, a non farsi abbattere da colpi cattivi.
Si tratta di vivere aderendo sempre di più alla verità umana, in
ricerca, senza
alcuna presunzione,
in
libertà spirituale. Così, nessuno ti può offendere.
E
tu non condannare chi ti offende: è una sua povertà, una debolezza,
abbine compassione, e aiutalo, possibilmente. Soffri, ma non
condannare. Soffrire per la verità, con coscienza, è una grande
forza: questo è l'insegnamento essenziale di Gandhi, che lo visse e
lo trasmise.
Dio
non condanna: è questa la rivelazione di Gesù, il suo vangelo, che
supera le religioni dalla morale dura e punitiva, e distrugge
l'inferno. Dio è nei cuori, non è nelle gerarchie sociali, neppure
quelle sacre: semmai è coi deboli, con gli ultimi, non coi
vincitori. «La Giustizia fugge dal campo dei vincitori», dice
Simone Weil.
Neppure
Hitler è da "dannare", perché è il più miserabile degli
umani: andava tolto dal piedistallo del suo potere violento, ma senza
imitarlo. Alcuni alti ufficiali del complotto che fallì, si
rifiutavano di ucciderlo, come era possibile, «per non essere come
lui». Avevano capito bene.
Le
persone deboli, che si abbattono se ricevono uno sgarbo, una
scorrettezza, un insulto, vanno aiutate a rafforzarsi nella loro
autocoscienza: come i gatti, che cadono sempre in piedi, anche se
cadono dal tetto, e non si rompono la testa. Non farti atterrare, se
sei nello spirito giusto: questa non è arroganza, ma è resistenza
all'offesa, capacità di sentirla come correzione e non come
condanna. È ricerca di intendersi. Non è facile, per niente, ma è
da imparare.
Non
perdere la pace e la gioia di vivere solo perché qualcuno non è
gentile, giusto e rispettoso come dovrebbe essere. Il guaio è suo,
non tuo.
A
volte siamo deboli, stanchi, esausti, fragili e succede che anche
un'ombra di passaggio ci offenda, ci ferisca. Non spaventiamoci.
Rimettiamo ogni cosa nella sua giusta misura: apparenza, malinteso.
Ma a volte c'è proprio della cattiveria! Certo. L'importante è che
non sia cattivo io, e che non mi lasci contagiare. Non c'è bisogno
di una virtù eroica, basta un po' di sana furbizia e di arte di
vivere.
Lamentati
pure, quando ti fanno soffrire: è umano, è molto comprensibile, fa
bene. Lamentati con qualche amico che ti comprende, ma dopo un po'
basta, passa a discorsi più costruttivi, a pensieri belli: ne
abbiamo bisogno perché siamo fatti per il bene e per il bello, e
bisogna vivere di questo, anche nel dolore, fino all'ultima agonia:
ci servirà saper morire bene, e questo si impara adesso, quando
qualcosa ci fa soffrire.
Enrico
Peyretti, 24 settembre 2021