lunedì 9 novembre 2020

 

La guerra a papa Francesco   19 09 12

Quale dio


C'è un dio inventato da noi, che somiglia troppo a noi. Domina, comanda, sceglie e scarta a suo capriccio. Ingiudicabile, giudica e condanna. Oppure premia e beatifica chi piace a lui. Forse è un altro nome del destino cieco, del caso oscuro. Dà la vita e dà la morte. Padre-padrone, così alto e lontano, che non sai se è protettore o nemico. Averne paura, è la prima convenienza. Così, l'abbiamo adorato, l'abbiamo servito e pagato. Per lui ci siamo svenati, abbiamo tradito per lui il valore della nostra vita, fino a distruggerla per piacere a lui: sacrifici di sangue, prima dei nostri primogeniti, vita nostra, poi di animali, poi della gioia di vivere. Ma era il dio che volevamo, adatto a noi, che, per paura di vivere, ci disprezzavamo per esser nati (infatti, - tiè! - sei nato colpevole del peccato di Adamo!). Così, o uccidevamo gli altri (odio privato o guerra santa, è la stessa cosa, in nome dell'assoluto), oppure umiliavamo noi stessi per farci servi del Potentissimo, ipostasi delle oscure forze ctonie, o astrali.

C'era pure un mistero tralucente nuova luce, ma abbiamo trovato più sicuro consegnarci a servire la forza di quel dio sicuro e oscuro. Uomini fieri, donne ribelli, ci hanno deriso. Noi li abbiamo compatiti, o condannati, o commiserati, come perduti, fuori dall'ombra di quel nostro dio. Del quale siamo anche andati superbi.

Ma c'è un altro Dio, che ci sorprende, perché troppo imprevisto, troppo diverso da noi, troppo nuovo, irregolare. Un Dio che ama ingrati e cattivi: «Prestate senza sperare restituzione, e allora sarete figli di Dio, che è buono anche verso gli ingrati e i cattivi» (vangelo di Luca). Un Dio che gioca in perdita: preferisce che ci amiamo tra noi al ricevere culto da noi (Isaia 58); si fa solidale a noi nel dolore; non solo avvicina, ma si immerge carnalmente nella nostra umanità, e sfida le religioni di quell'altro dio. Al contrario di costui, questo Dio-sorpresa sceglie gli scartati del mondo. Se per un attimo ci apriamo all'ascolto della sua parola sconcertante, che filtra dovunque tra gli spiriti umani più fini, una cosa nuova cresce in noi. Il nostro male, la nostra malvagità meschina non ci spaventa più, perché l'Innocente si è fatto solidale con noi colpevoli: sulla croce della nostra condanna, scopriamo che lui è inchiodato nella croce accanto, e ci dice parole di vita pura e liberata.

Il suo profeta, tra altri profeti, che, nella nostra esperienza, ce lo porta più vicino, più incredibilmente intimo, è per noi Gesù di Nazareth. «Quando al “tu devi” corrisponde un “non posso” creaturale, questo diventa un appello irresistibile di cui il Dio vivente si fa carico, e “la giustizia diventa grazia, l'inesorabile misericordia”. Allora, il Regno è già qui e ora, il banchetto è “per tutti”. La parola profetica si fa carne: entrare nel Regno diventa aderire quasi fisicamente a questa persona» (Pier Cesare Bori). Per altre vie spirituali, nella “pluralità delle vie”, il Dio vivente arriva a tanti altri.

Questo altro Dio emerge lentamente nella coscienza che generazioni e generazioni hanno registrata nella Bibbia e in altri testi venerati. La sua immagine rimane a lungo confusa col dio padrone duro, e se ne libera lentamente, anche attraverso profondi conflitti spirituali, evoluzioni faticose, rischiose. Conflitti che durano anche oggi, anche dentro la tradizione aperta da Gesù: tra i suoi discepoli c'è ancora il virus del vecchio dio, perché credere al Dio di Gesù dà troppa libertà e troppa responsabilità. Obbedire è più comodo che creare, dare inizio, assumere iniziative.

Nelle chiese che si richiamano a Gesù c'è questa battaglia, ci sarà a lungo, perché camminare stanca, viene la voglia di fermarsi, tornare indietro al sicuro.

La “guerra” a papa Francesco, la guerra alla riforma evangelica e teologica del Concilio, guerra che cardinaloni e politiconi e ricconi e paurosoni (guardiamoli con pietà e misericordia, ma combattiamoli) fanno al papa evangelico, nasce tutta dal dilemma interiore, che si combatte, a ben guardare, anche nell'intimo di ognuno di noi, tra quel dio di morte, immobile, marmoreo, e questo Dio di vita, che sfugge alla presa, come la vita vera; «più intimo a noi della vena giugulare».

e. p.


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