lunedì 10 gennaio 2022

 Il mio nuovo libro

Enrico Peyretti

Non ho scoperto nuove terre

(con saggio introduttivo di Raniero La Valle)


Non ho scoperto nuove terre

ma ho raccolto buoni frutti

dai campi attraversati

e tutto ho cercato di rendere

ai passanti sulla mia via.

Sommario

Prefazione di Raniero La Valle pag. 7


Parte 1 - Significanti pag.15

1Libertà e incontro pag. 17

Conflitti e nonviolenza pag. 13

Utopia e Speranza pag. 47


    Parte 2 - Confronti  pag. 61

Un'Europa per l'umanità  ........................................................ ....................pag. 62

La festa della sorpresa pag. 64

Una sera si parlava pag. 67

Diminuire consentendo pag. 70

Distacco appassionato pag. 72

Non c'è più religione ...................................................................................pag. 74

Libertà senza offesa .................................................................................... pag. 77

Morte di un amico ...................................................................................... pag. 80

Se la politica è amore.................................................................................. pag. 83 

Solo il disarmo è razionale  ........................................................................ pag 86

La pace armata è guerra  ............................................................................ pag. 90

Ambiente e pace, un problema solo  .......................................................... pag .93

Elogio del punto interrogativo  ................................................................... pag. 96

Postfazione.................................................................................................. pag. 99


Edizioni MILLE, 2021

  © 2021, Edizioni mille ISBN 978-88-87780-

EuroTargeT di Labanca A. R. 10152 Torino Aurora, via Antonio Cecchi, 57 tel. 011 546076

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 « Scrivere un libro è men che niente

se il libro fatto non rifà la gente» 

(Giuseppe Giusti)


Tutti i diritti dell'autore vanno al Centro Studi Sereno Regis per pace, nonviolenza, ecologia: www.serenoregis.org

1

sabato 8 gennaio 2022

 

Libri

Filosofia di Gandhi: o potere, o amore

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Roberto Mancini, Gandhi, Al di là del principio di potere, Feltrinelli 2021, pp. 172, euro 14

Gandhi non fu solo un santone nonviolento, un "fachiro seminudo" (per Churchill), un "idealista pratico", come diceva di sé; non fu solo l'animatore della coscienza e dignità del popolo indiano, e poi di altri. Fu anche un filosofo, cercatore della sapienza, quindi un pensatore attivo e creativo della buona convivenza umana. Con Gandhi avviene un’evoluzione possibile, nella politica, dal "principio di potere" alla verità dell'amore per la realtà. Questo libro è la filosofia di Gandhi, letta da un filosofo che sa leggere le trasformazioni profonde, come Roberto Mancini. Egli ci presenta nelle sue maggiori articolazioni il pensiero operante di Gandhi, indagato su fonti ampie, dimostrate dalla veramente abbondante bibliografia.

Esperimenti con la verità

Potere, da verbo della vita, è diventato sostantivo: strumento che impone, sottomette altri, impedisce loro di esprimere delle possibilità di vita. Il filosofo Mancini legge la validità euristica dell'opera di Gandhi: «al di là del principio di potere» come scoperta di vie inedite per l'umanità. Perciò è critico della modernità, che vede come «per eccellenza la civiltà del potere». Gandhi ha l'autorità non di chi comanda, ma di chi fa crescere coscienza e umanità. La vita di Gandhi fu «esperimenti con la verità». La verità è fonte di senso della vita. Gandhi non è assolutista, ma in continuo approccio alla verità della vita. Il suo è un "realismo trasformativo". Dalla Bhagavad Gita (testo sacro induista, III sec. a. C.) è avviato alla lotta interiore tra il bene e il male. La sua etica non è un perfezionismo, ma l'essere se stessi lasciandosi trasformare dall'amore, forza cosmica alternativa al potere. Legge Ruskin, Thoreau, Tolstoj. Apprende la politica nell'opporsi all'apartheid razzista in Sudafrica. La lotta nonviolenta è tradurre in politica la verità dell'amore. In India si impegna per i contadini poveri del Champaran, prima che per l'indipendenza. Impara dai propri errori. Dalla guerra mondiale, da Hiroshima, apprende che solo la nonviolenza potrà fermare nazismo e fascismo. L'indipendenza viene insieme alla dolorosa separazione tra India e Pakistan. È ucciso da un fondamentalista indù. Esaminiamo alcuni termini essenziali del suo pensiero-azione.

Attaccamento alla verità

Satyagraha è l'attaccamento alla verità, che dà vera forza: non la nostra forza di volontà, ma la forza della verità dell'amore. La verità è amore, e l'amore è verità. A noi "amore" suona quasi svenevolezza, invece è forza. Ed è anche capacità di soffrire, piuttosto che infliggere sofferenza. Gandhi crede nell'adwaita (non dualismo), l'unità essenziale di tutto ciò che ha vita: non una integrità personale ma una realtà di relazione. Mancini vede anche i limiti dell'idea della corporeità in Gandhi, che chiede castità come autocontrollo, ma ciò vale in lui come primato dell'amore politico per il bene comune. Il Satyagraha è l'arma di chi è davvero il più forte, e per questo esclude l'uso di ogni violenza. Dall'ateismo giovanile, Gandhi arriva a concepire Dio come verità, la forza dei deboli, al di sopra di ogni esclusivismo religioso. Dio non ha figura né concetto, ma è Voce interiore, che l'autodisciplina e l'estrema umiltà possono cogliere, e Gandhi ne ha fatto reale esperienza: «Per me quella Voce fu più reale della mia stessa esistenza» (p. 51). Fede e politica convergono nel servire la giustizia: il potere non aiuta, solo la verità aiuta, la forza metafisica che sostiene la vita del mondo. Oggi, per noi, è questo orizzonte che manca alla politica.

Nonviolenza, amore politico

Ahimsa, nonviolenza, è la forza amorevole della verità che spegne la violenza, è la forza della pazienza attiva, tenace. Ahimsa è il mezzo, la verità è il fine. Pazienza non è remissività ma forza che sostiene gli effetti della violenza, cambia la sofferenza in forza. Ahimsa cambia il terreno del confronto rispetto alla violenza, è generativa di una realtà inedita. Resistere è più che arginare o contrastare, è inaugurare una via diversa: non è ascetismo, ma trasforma situazioni sociali e processi storici. Ahimsa è il cuore della politica, è amore politico, e scaturisce dalla giustizia risanatrice, opposta alla logica di potere. La nonviolenza è alternativa non solo alla violenza, ma al potere; passa dalla logica individualista alla sapienza della coralità. Non è mera astensione dal fare violenza, ma dispiegamento della capacità di amare. Questa capacità si impara dai sofferenti, che sono i nostri maestri. L'appello della sofferenza genera in noi una forza inedita per agire. Non è idealizzazione statica, ma movimento a fare tutti i passi possibili. Ogni passo è in sé la presenza anticipata della meta.

Fini (intenzioni) e mezzi (responsabilità, efficacia) non sono separabili, come fa Weber, perché il risultato avrà la qualità dei mezzi usati, come avviene tra seme e pianta. I mezzi d'azione nonviolenti ottengono risultati di giustizia. I mezzi non sono altro che i fini stessi nel loro maturare. I fini sono già contenuti nei mezzi. L'etica della politica è l'etica della relazione di verità con tutta la comunità dei viventi. La politica è trasformata, da concorrenza per il potere, a swaraj, libertà dal male che si intromette nella relazione. La politica non è più un contrasto meccanico di forze fisiche, ma un sentimento giusto di sé per l'azione giusta per tutti. Non è una vetta irraggiungibile, ma la via per ritrovarsi nella comunione cosmica. In ciò vale anche il compromesso, non come svendita degli ideali, ma come dar tempo al tempo.

La nonviolenza dà significato alla religione, che non è una certa tradizione, ma la relazione personale con la verità viva dell'amore divino. Le religioni tradizionali, autoreferenziali, si appropriano indebitamente dell'universalità di Dio.

Indipendenza dal potere

Swaraj è la libertà dal male, l'indipendenza dal dominio, dal potere che opprime, dal consenso passivo dei dominati. Non è un altro potere indipendente, ma l'indipendenza dal potere. Gandhi vuole l'indipendenza dell'India (più di quanto l'India seppe capirlo) dalle contrapposizioni arcaico-moderno, Oriente-Occidente, verso una civiltà spirituale corale. «C'è Swaraj quando impariamo a governare noi stessi». Gandhi, conosciuto nelle fonti autentiche, non è un leader nazionalista: l'India è sorella tra le nazioni umane. Però giudica l'Occidente come «una civiltà costruita in modo da giungere all'autodistruzione». Concepisce per l'India un nuovo paradigma della democrazia, di portata potenzialmente universale. Per lui «lo spirito della democrazia richiede di interiorizzare lo spirito della fraternità». Più che il principio della maggioranza, una vera democrazia ha il criterio della protezione del più piccolo e povero membro della nazione. Ma l'Occidente ha detto “fraternité” nella Rivoluzione francese, poi l'ha dimenticata. Democrazia non è la vittoria legale di una parte, ma la maturazione etica e civile del popolo. Occorre il massimo possibile di autogoverno dei cittadini, degli organismi vicini alla vita quotidiana, delle singole nazioni, per evitare la concentrazione del potere. Ci possiamo chiedere come attuare questo principio oggi che tutto il mondo è di fatto vicino e a ridosso della vita quotidiana dei singoli. Eppure, proprio per questo dobbiamo esseri liberi dai grandi poteri concentrati.

L'umanità si fonda sulla verità o sul potere? La pratica del non-attaccamento permette di venire alla luce dello swaraj, liberi dal culto dei risultati, nel respiro dell’azione feconda. «Il governo ideale, per Gandhi, è quello che governa il minimo» e ciò non è il liberalismo, ma l'autogoverno delle persone educate allo swaraj. La giustizia giudicante ha un approccio riparativo, non punitivo.

Servizio al bene comune

Swadeshi significa servizio al bene comune, emancipazione da ciò che impedisce di servire la comunità. «Chi vuole essere amico di Dio deve restare solo, oppure deve farsi amico il mondo intero», osa dire Gandhi. La comunità non è definita da una località, ma è relazione universale, inclusiva, è un modo d'essere che non esclude nessuno. La democrazia del villaggio ha il respiro di un progetto federale cosmopolita: cerchi successivi entro un cerchio oceanico, non una piramide. La nonviolenza è incompatibile col nazionalismo. Aderire alla verità dell'amore è aderire alla vita comune universale. «Chi è dedito allo swadeshi cerca di identificarsi con il creato intero».

«L’Occidente è troppo materialista, autocentrato e ottusamente nazionalista. Noi vogliamo una coscienza internazionale che abbracci il benessere e il progresso spirituale dell’umanità intera». Democrazia è organizzare la collettività non col potere, ma col prendersi cura e col servizio, in spirito di gioia. Non basta l’indipendenza dallo straniero: occorre il non-attaccamento per aderire alla verità. L’essere umano viene alla luce quando scopre la sua libertà, e ha per madre la verità dell’amore. Il progresso umano individuale e quello collettivo sono interdipendenti. Agli occhi del potere, Gandhi sembra fallito: in realtà ha avviato una delle più alte imprese dell’umanità.

Il passaggio decisivo, nel cammino con Gandhi, è da quando pensiamo impossibile la nascita di una umanità nonviolenta, a quando non vi rinunciamo, e quindi nasciamo noi a tale umanità. Maria Zambrano: «Solo ciò che resiste alla propria distruzione è davvero vivo». Vero fallimento è la rinuncia. In Gandhi avviene il paradosso del fallimento innegabile e del successo: persiste un seme di futuro che non cede a potere e violenza. Siamo liberi dal male non solo quando lo sradichiamo da noi, ma quando non desistiamo dalla via del bene. Così è pure nella vita della società.

La vita semplice

Sarwodaya è il nome e il valore della “vita semplice”. Nanni Salio aveva fatto suo quel motto di Gandhi: «Vivere semplicemente perché tutti possano semplicemente vivere». Non è un’idea sacrificale, ma il bene comune della salvezza e felicità. Il bene di ciascuno sta nel bene di tutti. Il sarwodaya anticipa una vita libera da violenza. Chi è libero dal male, nello swaraj , e nella presenza di Dio, è nella vita semplice. Ogni persona ha un suo percorso di elevazione spirituale: «Ci sono tante religioni quanti sono gli individui». Nella società attuale, complessa e sollecitata da mille stimoli, l’ideale del sarwodaya è più difficile, ma la coscienza sveglia ci può orientare ad una felicità semplice. Pur attraverso cadute e fallimenti c’è una via di armonizzazione, purché ci immedesimiamo negli scarti umani della società. Gandhi combatté il sistema delle caste: «Un Harijana [fuori casta] è realmente un figlio di Dio», abbandonato dalla società. «Dio è Dio proprio perché difende chi è privo di ogni aiuto». Gandhi pensa la nostra filialità divina, ed è per questo che critica ogni pretesa di superiorità di una religione a danno della relazione vivente di tutti gli esseri umani con la verità divina: non il potere, ma l’amore è il principio. Il fatto che un’economia e una politica di potere producano scarti umani, è fallimento anche della religione. La nonviolenza richiede questa positiva giustizia dell’amore.

Gandhi superò progressivamente i pregiudizi della cultura del suo tempo: razzismo in Sudafrica, nazionalismo, sessismo. Lo spirito religioso dell’amore è indissolubile dalla giustizia politica: «Non potrei avere alcuna vita religiosa senza identificarmi con tutta l’umanità e questo mi è impossibile senza partecipare alla politica». La via della nonviolenza al di là del principio di potere non è per eroi eccezionali, ma per chiunque vuole risollevarsi da una crisi della propria vita.

L’economia attuale è una guerra

Oggi l’istituzione centrale della violenza è l’economia. Il mercato obbliga alla competizione, che ha il modello della guerra. La nonviolenza esige la radicale trasformazione del sistema economico e la liberazione delle sue vittime. «La legge spirituale si esprime proprio nelle comuni attività della vita, quindi coinvolge l’ambito economico, sociale e politico», scrive Gandhi. Egli prefigura un socialismo alternativo al marxismo. Marx vede l’alternativa al capitalismo come contraddizione anche violenta, per Gandhi conta la comunione e l’azione giusta ottenuta vincendo il male dentro di sé: levatrice della storia è la verità dell’amore, quindi la nonviolenza. Marx è figlio della modernità europea e non supera la logica del potere, ma solo quella del capitale. Gandhi è figlio della sapienza dell’India, in dialogo con le altre fedi e col diritto occidentale, e non è attratto dal potere. Nel socialismo gandhiano la proprietà dei mezzi di produzione è sostituita dall'amministrazione fiduciaria, il lavoro è servizio, non c’è competitività ma cura e generatività. L’economia è incentrata nella comunità locale pluralista, ogni proprietà è responsabilità, il fine di ogni impresa non è più il profitto, ma il bene comune.

La critica della proprietà è tutt’uno con la critica del potere, dato che si alimentano a vicenda. Mantenendo la propria individualità nazionale, i popoli umani formeranno una democrazia mondiale, nella libertà dal male (swaraj), perciò senza farsi violenza. Il lavoro e le tecniche non devono sfigurare l’umanità e la natura, come fa il potere violento.

Il non-possesso

Aparigraha è il non-possesso, che sradica l’identificazione tra essere e avere. Invece: uso, custodia, manutenzione dei beni per la condivisione. L’economia non è una sfera autonoma: è un’attività sociale per il servizio alla vita e al bene comune: «La vera economia è l’economia della giustizia». L’economia è da trasformare in questo senso, senza violenza od oppressione, ma col tessere la convivenza. Così è da salvare tutta la vita, che non è solo «corsa verso la morte», come pensa il nichilismo occidentale. La salvezza (moksha) non è solo dopo la morte, ma già nella trasformazione della persona, nella vita aperta alla libertà da tutti i vincoli, alla eliminazione dell’ego, a liberare il divino in noi. Il solo modo per trovare Dio, ben prima della morte, è il servizio verso tutti. «Per vedere faccia a faccia lo Spirito universale della Verità bisogna saper amare come se stessi chi è il peggiore in tutto il creato». Questo impegna in ogni ambito: «Non esito a dire che quanti dicono che la religione non ha niente a che fare con la politica, non sanno cosa sia la religione». «Superare il proprio ego è ciò che permette agli altri di vivere».

L’esperimento di Gandhi non ha dimostrazioni, salvo questa: se una persona si apre davvero all’amore che la umanizza, la sua vita diventa immensa e trova tutta la sua dignità. La salvezza esistenziale è quando viviamo non invano, ma contribuendo alla salvezza dell’umanità, alla vita, che è più del potere.

Epilogo

Nell'Epilogo, Mancini richiama i sistemi che regolano la politica: il codice Hobbes (il potere è la passione fondamentale di tutta l'umanità), il codice Mandeville (il potere è diventato sistema onnicomprensivo, inglobante), e li confronta con il codice Gandhi: egli ha reso obsoleta la lingua del potere, cominciando a parlare la lingua che nasce dall'esperienza della verità. Per lui l'autorità è la qualità di chi promuove lo sviluppo delle persone e del bene comune, l'integrità è il superamento delle scissioni nelle persone, la trasformazione etica e democratica è quando la convivenza prende forma diversa da quella del potere. È notevole che, mentre le virtù morali e civili sono oggi all'incirca quelle classiche, in politica, da Machiavelli in poi, virtù è considerata qualsiasi abilità a prendere e mantenere, di fatto, il potere. La forza è equiparata al giusto. Oppure - direi- non c'è più giusto, ma solo forza: il fatto è il valore, quindi non c'è più valore a regola dei fatti.

Gandhi mostra come la prerogativa umana è la indipendenza come libertà dal male, e l'autogoverno come adesione alla verità dell'amore. Nel codice Gandhi il metodo è dialogo, prendersi cura, partecipazione, giustizia risanatrice, amministrazione fiduciaria: non conquistare il potere, ma coltivare le possibilità di vita buona. Alternativa alla forza del potere è la forza, fragile ma irriducibile, dell'umano. Il potere occupa il vuoto lasciato dalla mancata fioritura dell'umano. L'individualismo tende al potere, l'anima alla comunione con la verità e con ogni vivente. Non possiamo dimostrare Dio o l'amore-verità con cui Gandhi ha dialogato, ma neppure possiamo concludere che nulla è tra noi se non il potere. La "prova" paradossale è che, nonostante la potenza del male, persiste il mondo e la ricerca del suo significato: «Percepisco che vi è una forza vivente che tiene tutto assieme... Questa forza o spirito informatore è Dio. Poiché niente altro di quello che vedo semplicemente coi sensi può persistere o persisterà, Egli solo è. E questa forza è benevola o malevola? La vedo esclusivamente benevola, perché vedo che in mezzo alla morte persiste la vita, in mezzo alla menzogna persiste la verità, in mezzo alle tenebre persiste la luce». (Gandhi, Antiche come le montagne, Edizioni di Comunità, Milano 1965, p. 100). Il male offende il bene ma non lo può distruggere. «La forza dell'amore, dell'anima o della verità sono la stessa cosa. Abbiamo prove dell'azione di questa forza in ogni momento. Se non ci fosse questa forza l'universo scomparirebbe». «L'unica prova possibile della verità è nella trasformazione della persona che ad essa aderisce».

Non è trionfalismo né idealizzazione. Gandhi conosce con lucidità e benevolenza, ed anche con umorismo, la debolezza umana. Vede il paradosso per cui, anche se l’uomo rinuncia alla propria dignità, la verità persiste a stargli vicina, invisibile e disarmata. È importante l'educazione dei piccoli alla bellezza della nonviolenza. Finché politica ed economia sono vincere sugli altri, si lacera il tessuto della vita. Si tratta di vincere sé stessi, l'esistere per sé, e allora si può custodire tutti i valori viventi. La storia ha senso come divenire solidale della comunità umana e della natura.

La competitività lacera l'umanità fino alla sua eliminazione. Noi, dopo Gandhi, lo vediamo. Se è la lotta per il potere che modella economia e politica, il risultato è la disgregazione. La chiave del futuro è la generatività che inaugura dinamiche di vita armonica.

Enrico Peyretti, 7 gennaio 2022

PS – Ho voluto interpellare Roberto Mancini, amico da tanti anni. Mi dice: «L’intento del libro era duplice: non solo presentare la filosofia di Gandhi, ma anche mostrare che la nonviolenza è basata sul non potere, sul rifiuto del potere che lascia il posto alla scelta della forza dell’amore. O potere o amore. Ma per i figli della cultura occidentale questo è quasi impossibile da capire». (e.p.)  (8 gennaio 2022)

lunedì 3 gennaio 2022

 Ricordando Pier Cesare Bori

Quest'anno 2022, il 4 novembre, saranno dieci anni dalla morte di Pier Cesare Bori. Ne scriverò di nuovo e pubblicherò pensieri suoi inediti, ma intanto deposito nel mio blog un articolo di dieci anni fa, che fa conoscere la sua anima e il suo lavoro. Lo ricordo e lo ripresento, con immensa gratitudine. Enrico Peyretti, 3 gennaio 2022

"Il filo interiore che lega tutte le cose"

(pubblicato in Testimonianze, n. 486-487 (novembre 2012-febbraio 2013), “Immagini della Resurrezione per gli uomini e le donne degli anni duemila”, pp. 103-106

 

Pier Cesare Bori, riformatore radicale, studioso universalista

Non so, per limite mio, se Pier Cesare Bori ha scritto specificamente sulla resurrezione. Ho letto molto di lui, ma certo non tutto. Egli è stato un riformatore radicale, nel senso che è andato alla radice comune della "pluralità delle vie" religiose e sapienziali, che ha studiato profondamente, in modo non sincretistico, ma seriamente ecumenico, universalista. Oltrepassando le parole (pur necessarie) nel silenzio intenso dei quaccheri (ai quali aveva aderito senza rinnegare il cattolicesimo), ha superato religiosamente le religioni, rispettandone i differenti valori: come auspicava Bonhoeffer, è entrato in un "cristianesimo non religioso". Per Pier Cesare il riferimento più grande era «la luce che illumina ogni uomo» e «l'adorare Dio in spirito e verità» (vangelo di Giovanni 1,9; 4,24).

L'ho conosciuto in una amicizia durata oltre cinquant'anni, dal 1958, in un rapporto intenso dal quale credo di avere ricevuto molto e imparato qualcosa. Per sei anni, dal '94 al '99, ci siamo scambiati il diario. Sono uno dei molti amici ai quali egli ha comunicato la sua intensa esperienza della malattia, della preparazione consapevole e limpida alla morte, anche inviando in anticipo il libro CV, (curriculum vitae), scritto negli ultimi mesi, che uscirà prossimamente da Il Mulino [uscito nello stesso 2012 della morte di Bori]. Malattia e funerale

Il grande senso dell'amicizia

Ha vissuto la malattia in spirito umile e alto, sereno. Il suo funerale, il 7 novembre 2012 nell'Archiginnasio di Bologna, che aveva voluto senza alcun segno religioso «per non escludere nessuno», è stato altamente religioso (io intendo religione non sempre in opposizione a fede, ma come universale collegamento di tutte le realtà: «religiosus esse nefas, religentes oportet», diceva Aulo Gellio). Tra i desideri di Pier Cesare per il suo commiato c'è anche che i suoi amici cattolici, se vogliono, possono ricordarlo in un'eucaristia, in una preghiera. L'amicizia, al suo funerale, è stata la preghiera che ha unito tutti, chi prega e chi non prega, chi prega in un modo e chi in un altro. In un altro recente funerale cattolico, visto che oggi sempre più sono presenti non cristiani e non credenti, mi chiedevo: Quale parola per loro? Forse il segno grande dell'amicizia. Siamo lì come amici di chi è morto. L'amicizia – pur con tutti i nostri limiti – è un essere gli uni per gli altri, è un volere il bene altrui, superando il proprio interesse. È qualcosa che ci porta oltre noi stessi, ci trascende. C'è nella vita qualcosa che è dono, creatività, che oltrepassa i limiti delle cose, delle posizioni, degli interessi e bisogni. Già in questa vita mortale viviamo cose superiori al limite chiuso, anche se in piccola misura. La morte è nella vita, ma la vita abbraccia la morte, l'avvolge, è invisibilmente più grande. Quando non ci è data una fede chiara, davanti alla morte ci aiuta l'esperienza dell'amicizia. Essa si rinsalda nel dolore come nella gioia. Non è solo un cercare per sé, ma un desiderio di donare. Il morto ci ha dato del bene, noi lo diamo a lui, come ai suoi cari. C'è un bene che resiste alla morte. La morte non vince tutto. Non si tratta solo di una memoria mentale, ma di una dimensione reale di vita. L'amicizia si affaccia sul mistero vivo. Pier Cesare Bori ha scritto agli amici il 24 ottobre, dieci giorni prima di morire, l'ultima lettera che terminava così: «Non mi mancano le risorse spirituali per affrontare queste difficoltà: la semplice preghiera di invocazione, la meditazione che ti aiuta a sorridere delle cose che passano. Ma ci sono e ci saranno momenti di angoscia e o di paura o di dolore fisico in cui è difficile attingere a quelle risorse, mentre vorrei vivere al meglio anche quei momenti. Forse qualcuno di voi ha dei suggerimenti da darmi... Comunque, forza a noi tutti!  Un saluto caro a tutti, Pier Cesare».

La forma più decente di cristianesimo

Tra i suoi studi, ha curato la pubblicazione in italiano dei testi fondativi della tradizione quacchera, che considerava la forma più decente di cristianesimo. Bisognerebbe cercare in quelle fonti il pensiero sulla morte e l'oltre-morte nel quale egli meglio si poteva riconoscere. Per ora riporto queste righe da un suo appunto del 1993: «Il tratto distintivo dell'esperienza degli Amici (“Quaccheri”) consiste nell'incontro silenzioso, che può essere oggi inteso e vissuto nel senso più ampio: come ricerca della luce, come adorazione, come preghiera, come meditazione, come speranza di poter discernere la propria via, come momento generativo di parole nuove. La premessa di questo è la consapevolezza della presenza della luce interiore in ogni persona, che induce sia all'attenzione e all'ascolto reciproco, sia all'impegno sociale». Immagino – salvo migliore verifica nei suoi scritti e testimonianze - che il suo atteggiamento interiore nell'interrogarsi sul dopo-morte e nello stare con fiducia nella luce universale, sia stato il silenzio. Il silenzio non è mutismo, non è astinenza dal pensare e comunicare. Il silenzio è anzitutto rispetto del mistero, umiltà delle nostre parole sobrie e delle nostre convinzioni sempre vigilanti in attesa sulla soglia della verità più grande. Ci sono ricerche e riflessioni importanti di Bori sul silenzio, nutrite di ascolti profondi. Egli distingue, in latino, «tacere» negativo e «silère» positivo. «Il silenzio di fronte alla Realtà ultima, sia esso all'interno o sia all'infuori della rivelazione, contiene sia un aspetto negativo, il tacere, sia uno positivo, l'aver parte a questa indicibile Realtà» (Tipi di silenzio, in Universalismo come pluralità delle vie, Ed. Marietti 1820, Genova-Milano 2004, p. 105; ma si veda da p. 103 a p. 118). Nella Bibbia, «il “tacere” come avvicinarsi alla realtà divina è soprattutto il silenzio dell'ascolto, è una invocazione affinché Dio parli (…). Dunque il silenzio è anzitutto un tacere. E tuttavia (…) nella comunione con il Messia, nel dimorare in lui si intravede una unione che va oltre ogni dire» (p. 106). E poi, Bori cita George Fox (1624-1691) il mistico iniziatore del cristianesimo quacchero: «Dimorando nella luce, non vi sarà occasione di inciampo, perché tutte le cose con la luce sono svelate. (…) Qui la verità sconosciuta al mondo è manifestata, essa vi trae fuori dalla prigione e vi vivifica nel tempo, verso quel Dio che è fuori del tempo» (p. 111). Questa luce silenziosa è una «fiducia» (cfr Lampada a se stessi. Lettere tra università e carcere, Marietti 1820, Milano 2008, pp. 10-11). La fiducia è più di una constatazione, è più aperta di una affermazione dottrinale. La fiducia tace e ascolta più che pronunciarsi, e tanto meno definire. Al termine del suo libro Per un consenso etico tra culture (Marietti, Genova, edizione riveduta e aumentata, 1995), Bori raccoglie alcuni «convincimenti etici fondamentali che molta parte dell'umanità ha posto e pone a fondamento del vivere sociale», convincimenti trasmessi «in una straordinaria varietà di culture popolari soprattutto attraverso la sapienza della donna» (pp. 106-108). Tra questi, «il rispetto e la pietà per ogni vivente; la vita che si acquista perdendola; la tranquillità e la pace che vengono dalla certezza di una giustizia non affidata alla storia». Mi sembrano accenni a valori che la vita umana sa pure riconoscere, e che sono così intimi e alti da poter affrontare e premere sui limiti mortali della nostra esistenza dentro il tempo storico.

Vivere morendo

Mi sembra, da quanto ho capito di lui e da qualche suo cenno, che Bori si sia sentito piuttosto estraneo al dibattito tra una esegesi più realista e una più simbolica dei passi neotestamentari sulla resurrezione (cfr, per esempio, Giuseppe Barbaglio e Aldo Bodrato, Quale storia a partire da Gesù? II parte. Della risurrezione. Il dibattito, Ed. Esodo-Servitium, 2008; Giorgio Bouchard, Il Signore è veramente risorto. Testimonianze tra rivelazione e storia, Effatà editrice, Cantalupa, 2011). Forse poteva sembrargli un troppo abbondante parlare, sia pure con differenti letture, e un troppo scarso tacere-ascoltare, quel silenzio attivo che pare da lui preferito nei brani sopra citati. Resurrezione, glorificazione, esaltazione, ascensione, giustificazione, signoria, pienezza di vita: ogni termine neotestamentario su questa verità relativizza e completa gli altri termini. Tutte queste parole, anche se la tradizione ha privilegiato “resurrezione”, sembrano insufficienti a dire il mistero, tutte sono un dire e un tacere ascoltante. Del resto, la resurrezione di Gesù non è un'esplosione trionfale di vita imposta ai suoi uccisori, ma una delicata e forte presenza viva affidata alla fede. Morire vivendo Dopo aver letto il suo CV, da lui inviato in pdf a pochi amici in ottobre, scrivevo a Pier Cesare: «Qual è il tuo filo interiore tra tutte le cose? La sensibilità alle luci varie, plurali, convergenti o irradianti dalla luce interiore (Gv 1,9), seguita con affidamento, senza sicumera, in pace attraverso i travagli. Mi pare che il tema della luce interiore sia la tua idea-guida. Questa tua praeparatio ora ci ammaestra. Non ti faccio un elogio, non tutto capisco, ma ricevo e ti ringrazio. L'espressione “universalismo sapienziale” rende bene la tua ottica (...) Parli di “desperatio fiducialis”, riguardo agli anni 2000 difficili. Proponi “ricomporre le spaccature”, anche dolorose, in una superiore armonia. E ancora dici: “dall'invocazione alla contemplazione”. (…). Vedo nel tuo CV un colmare la vita (Gv 19,30: consummatum est), oppure affidarla (in manus tuas... Lc 22,46), e ciò nell'abbandono (Eloì, Eloì... Mt e Mc). Appunto: “desperatio fiducialis”. Vorrei imparare io a vivere morendo e morire vivendo».

Enrico Peyretti, 23 novembre 2012

mercoledì 22 dicembre 2021

 Umanità

NUOVO IMPEGNO PER IL DISARMO TOTALE

Cari lettori sensibili all'impegno per la pace giusta e disarmata, mi sto convincendo sempre di più che il nostro lungo lavoro epocale deve, sì, puntare alla neutralità, alla riduzione e controllo delle armi più micidiali e totali, alla riduzione delle spese militari, ma deve sempre più esplicitamente dichiarare e volere il disarmo totale delle società e delle istituzioni.

E' vero che soltanto il cuore mite e nonviolento disarma la mano armata  e l'organizzazione dell'uccidere. Ma è pure vero che alla pace è necessaria la cultura politica della convivenza invece della competizione mortale, invece della geopolitica della minaccia e contro-minaccia mortale, invece del controllo principalmente armato delle tensioni sociali e criminali. Tutte queste sono mete alternative di politica umana, di progresso civile, e sono sempre più da evidenziare, nel tempo i cui gli strumenti di morte scappano persino di mano a chi li possiede, e sono mandati a funzionare da soli, come autonomi meccanismi a scatto (killer robots e simili).

Mettere ogni arma fuori legge, fuori dalla legge del vivere insieme. Possiamo volere di meno? Riprendiamo il pensiero, mai mancato, ma oggi da accentuare, di Gandhi, di Capitini, di Csssola, di tutti gli obiettori: l'uomo non è degno di avere in mano, nell'arma, la vita e la morte di un altro essere umano. O le armi, o l'umanità.

Se ci sono le armi, ci sarà la guerra. Lo stato armato non è pacifico. Non si investono tanti soldi per niente! Per niente non si fa nulla (dogma del capitalismo). Si investono miliardi per uccidere esseri umani: non per altro! Minacciare di morte è uguale all'uccidere.

Se non si vuole la guerra, bisogna non volere le armi. Bisogna non fabbricare le armi. Bisogna non vendere le armi: commercio di sangue umano.

Vogliamo pace, e perciò disarmo. I movimenti per la pace dovranno arrivare a vietare non solo le armi atomiche, sempre puntate sul genere umano, ma tutte le armi.

Come è vietato uccidere, è vietato possedere una pistola. A che serve? A uccidere. Non sa fare altro. Si fa pagare per uccidere.

Noi disarmati rischiamo meno di chi è armato. Lo stato disarmato rischia meno dello stato armato, e superarmato.

Da una invasione (finanziaria? territoriale?) un popolo intelligente e addestrato si difende meglio, con meno dolore e meno vittime, con la resistenza nonarmata e nonviolenta, che con l'esercito. Conoscere la storia vera delle resistenze nonarmate e nonviolente, ci libera dall'immagine della guerra regina della storia.

L'esercito è pericoloso per chi ce l'ha. Ed è uno spreco enorme, a danno della vita e della dignità di tutti.

Non licenziare i militari, ma addestrarli alla difesa civile: per esempio distribuire i vaccini (se vi piace, con la piuma sul cappello).

L'umanità soffre il travaglio del parto, della propria realizzazione vera. Noi anticipiamo col desiderio, con la ragione, con  l'azione, col dialogo tra le culture, con l'ascolto delle vittime, la realizzazione umana.

Come sarà una società e una politica nonviolenta? Gandhi dice di non poterlo prevedere nei dettagli: <<Ad una persona che non ha mai visto le regioni artiche, una loro descrizione, per quanto precisa, può dare un'idea molto vaga. Lo stesso avviene per l'ahimsa>>. <<Lo stato nonviolento non avrà esercito, ma probabilmente avrà ancora bisogno di una polizia. Questo, lo confesso - dice Gandhi - è un sintomo dell'imperfezione del mio ahimsa, ma le sue file saranno composte da seguaci della nonviolenza. Questi saranno i servitori e non i padroni del popolo>>. <<La forza di polizia disporrà di alcune armi, ma ne farà uso solo raramente, se non addirittura affatto. Di fatto i poliziotti saranno dei riformatori>>. << L'India sta cercando di sviluppare una vera democrazia, ossia libera dalla violenza, perché la democrazia e la violenza non possono coesistere>> (Testi di Gandhi raccolti e indicati nel mio Esperimenti con la verità. Saggezza e politica di Gandhi, Pazzini 2005, p. 72).

Pensiamo e lavoriamo insieme.

Enrico Peyretti (7 dicembre 2021)


«Dobbiamo vigilare contro l’acquisizione di un’ingiustificata influenza da parte del complesso militare-industriale, sia palese che occulta. Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione di poteri metta in pericolo le nostre libertà e processi democratici. Soltanto un popolo di cittadini allerta e consapevole può trovare un adeguato compromesso tra l’enorme macchina industriale e militare di difesa e i nostri metodi e fini pacifici, in modo che sicurezza e libertà possano prosperare assieme».


Dwight D. Eisenhower, Presidente degli Stati Uniti d’America 
Discorso di addio alla nazione, 17 gennaio 1961



domenica 12 dicembre 2021

 Libri

Il messaggio e i tempi


Luigi Bettazzi: "Sognare eresie. Fede, amore e libertà" (Edizioni Dehoniane, Bologna 2021, pp. 165, euro 12,00)


Per il cammino sinodale della Chiesa, questo libro è importante. Il vescovo Luigi Bettazzi compie 98 anni. Scrive un libro all'anno per tenersi vivo e continuare a svilupparsi. In questo Sognare eresie propone il senso vero di "eresia" (scelta, preferenza): «scegliere la formulazione di verità tradizionali in modo nuovo, più agevolmente comprensibile e coinvolgente nella mentalità di oggi» (p. 7). Così, affronta problemi di interpretazione nel primo e nel secondo Testamento, nella persona di Gesù, nella nostra vita cristiana, negli esiti ultimi della nostra esistenza.

Come intendere i racconti della creazione, del peccato originale, dell'elezione di un popolo, della violenza religiosa? La ragione analizza la realtà, l'intelligenza intuisce i valori (p. 14). I vangeli sono scritti «con parole che vanno comprese nel significato che ad esse davano gli scrittori» (p. 31). Così si interpretano sempre meglio tanti passi del «gioioso annuncio». Incarnazione, Trinità, amore, gioia, il dolore, la teologia del sacrificio espiatorio, sono discusse e spiegate qui in modo serio e semplice, così da risultare un catechismo aggiornato per chi si interroga sui contenuti della fede cristiana.

Gesù è salvatore di tutti: ma chi non è battezzato? Che ne è del limbo tradizionale? Basta la fede? Bettazzi intende che, poiché ogni persona nasce nella grazia (non nel peccato), basta credere, cioè essere aperti a Dio e agli altri, per avere la vita eterna (cfr p. 72-76).

Che cosa è il Regno di Dio, annunciato da Gesù? Viene alla fine di tutto? No, è già in mezzo a noi, è l'umanità descritta nelle beatitudini, aperta a Dio, che è amore e misericordia. La Chiesa è composta dai "convocati", comunità di credenti collegate tra loro. Si formano i vari ministeri-servizi. Col tempo, dopo Teodosio, la Chiesa diventa l'istituzione che conosciamo, e il papa, con lo Stato pontificio, darà alla Chiesa "un volto anche politico", con le relative scissioni, in Oriente e poi in Europa. La sua forma è "piramidale" fino al Concilio Vaticano II, che «rovescia la piramide ponendo al vertice il popolo di Dio». La gerarchia ha il compito «non di comandare ma di servire». È il contrario del clericalismo che papa Francesco deplora come grande male della Chiesa, e anche di quella emarginazione della donna ereditata dal mondo ebraico. Allora, «forse si potrà ripensare a nuove impostazioni ministeriali», come fece la Chiesa primitiva aprendosi "alle genti" e battezzando i non circoncisi, su cui era sceso lo Spirito santo prima dell'acqua del battesimo ( Atti degli Apostoli, cap. 10). Purché si veda che la tradizione non è bloccata sul passato, ma inserisce la verità di sempre nel mondo che si evolve (pp. 76-94).

È paradossale che si vedano come eresia anche alcuni modi di pregare. L'Autore scrive sulla preghiera con solidi appoggi biblici ed esperienze semplici e preziose. Tra l'altro ripropone la tradizione della lectio divina, anche indicando il metodo pratico: lettura, meditazione, contemplazione. Nella preghiera, l'amore per Dio e il desiderio di lui, se è sincero, comporta l'amore per i fratelli, specialmente se bisognosi. E richiede l'umiltà, richiede la pace con gli altri - «vai prima a riconciliarti...» - ed è vera anche se silenziosa, nello Spirito santo, nella gratitudine. È farci umanità in ascolto di Dio. E confida: «Spero sempre di intuire un Gesù che mi sorride» (p. 108). La preghiera eterna di Gesù risorto è la nostra preghiera. Gesù assicura che il Padre darà lo Spirito santo a quelli che glielo chiedono (Luca 11,13).

Gesù, morto per amore, è vivo, «uscito dal tempo», ma resta a pregare con la sua Chiesa. L'eucaristia «non è tanto il rito che ci dà la presenza reale davanti a cui poi pregheremo» (...), ma «è appunto la nostra grande preghiera, perché ci unisce alla preghiera eterna di Gesù». Perciò non si assiste, ma si partecipa, si prende parte, perché è la preghiera di tutti, non solo del prete: sarebbe bello che il canone fosse recitato tutti insieme, come già fanno alcune comunità (p. 118). Paolo parla (1 Cor 11,20) di una cena del Signore che non risulta avere un presbitero che la presieda. Esempi storici (Giappone nel 1600; Amazzonia) mostrano che la Chiesa è popolo di Dio anche quando la gerarchia è assente o presente solo raramente. Si può dire che, come c'è il battesimo di desiderio, così una comunità priva di un ministro ordinato, se rinnova il memoriale dell'Ultima cena, rende presente Gesù con una «eucaristia di desiderio». Perché non consentire la partecipazione all'eucaristia in un'altra confessione cristiana? Sarebbe un'efficace esperienza di ecumenismo. Eresia? Semmai un sogno, un auspicio (p. 122). «La priorità del popolo di Dio sulla gerarchia dovrebbe sconfiggere ogni rivalsa di clericalismo, cioè di predominio del clero sui fedeli».

Venendo poi alle "eresie sociali" - sempre secondo coscienza, nella quale principalmente incontriamo Dio, secondo il Concilio - l'Autore percorre la propria esperienza: educato alla sottomissione, poi la Fuci, gli studi critici, il Concilio, infine la presidenza di Pax Christi, che lo impegnò sul tema e l'azione per la pace, con la presenza anche in paesi sofferenti per guerre e dittature, poi con l'iniziativa di un dialogo umano e civile con Berlinguer. Altre più recenti "eresie" di Bettazzi sono più note: l'offerta, proibita dal Vaticano, di darsi ostaggio per la liberazione di Aldo Moro; la fama di essere vescovo di sinistra (lui dice "vescovo mancino"...).

Ultimissime eresie? Riflessioni aggiornate su morte, eternità, vita nuova, giudizio finale, paradiso, inferno, corpo spirituale, purgatorio, indulgenze, ecc. Siamo tutti eretici, se eresia significa scelta, perché l'essere umano ha il potere e il dovere di scegliere, entro dati limiti reali, evitando sia la volontà di dominio, sia la sottomissione a forze dominanti. Che cosa è veramente la libertà? Non indifferenza, ma libertà di realizzarsi, libertà di amare. La mia libertà implica la libertà degli altri. La libertà degenera nel «populismo come derivazione incestuosa della democrazia», quando si accampano diritti senza doveri. Un caso significativo è quello dell'aborto, per il quale si ottiene la non punibilità. L'embrione è già un essere umano? C'è chi lo ritiene solo una parte della madre. La legge italiana distingue tra i primi mesi e gli ultimi. Oggi si ritiene che l'ovulo appena fecondato sia un essere umano allo stato potenziale, subordinato, nell'opinione comune, all'umanità pienamente attuale della madre. Oggi il magistero della Chiesa sposa, almeno per precauzione, la prima tesi: l'ovulo fecondato è un essere umano. Ma c'è una questione stimolante: circa il 40% degli ovuli fecondati viene disperso prima dell'insediamento nell'utero. È possibile che la natura condanni quasi metà dei progetti-uomo a fallire? Il teologo Enrico Chiavacci proponeva l'umanizzazione al formarsi della corteccia cerebrale (secondo-terzo mese), e all'accoglienza dalla madre, che impersona l'umanità. La Chiesa dovrebbe essere consapevole della grande differenza tra le situazioni (contraccezione, aborti) in cui è in gioco l'inizio di una vita umana. Dio non ci comanda solo un ordine di cose dettato dalla ragione, ma ci apre all'intuizione più ampia, all'amore generoso.

Lo scopo di questo scritto, conclude l'Autore, è ascoltare interrogativi e idee di molte persone, nella comunità cristiana. La tradizione è dinamica, perché l'umanità è multiforme e in costante sviluppo. I profeti disturbano perché vedono avanti. Il solo parlare di quelle intuizioni ha fatto emarginare l'Autore, il quale, all'età che ha, vorrebbe, anche con fatica, proporle al discernimento della comunità. È misterioso il rapporto tra la nostra limitata libertà e l'onniscienza di Dio: noi sappiamo che siamo responsabili e che Dio non soffoca, ma aiuta la nostra libertà, sostenuta e accresciuta dallo Spirito Santo. La "religione" ha il compito di portare questo messaggio fondamentale nella storia, e «perciò corre il rischio di identificarlo con le modalità temporanee» , di «rendere perenne ma fragile ciò che è funzionale a quel tempo e a quella umanità». Siamo creati per realizzare la nostra libertà, che cresce in ogni momento, e sarà il nostro io per sempre.

Enrico Peyretti, 18 novembre 2021

Libri

Il messaggio e i tempi


Luigi Bettazzi: "Sognare eresie. Fede, amore e libertà" (Edizioni Dehoniane, Bologna 2021, pp. 165, euro 12,00)


Per il cammino sinodale della Chiesa, questo libro è importante. Il vescovo Luigi Bettazzi compie 98 anni. Scrive un libro all'anno per tenersi vivo e continuare a svilupparsi. In questo Sognare eresie propone il senso vero di "eresia" (scelta, preferenza): «scegliere la formulazione di verità tradizionali in modo nuovo, più agevolmente comprensibile e coinvolgente nella mentalità di oggi» (p. 7). Così, affronta problemi di interpretazione nel primo e nel secondo Testamento, nella persona di Gesù, nella nostra vita cristiana, negli esiti ultimi della nostra esistenza.

Come intendere i racconti della creazione, del peccato originale, dell'elezione di un popolo, della violenza religiosa? La ragione analizza la realtà, l'intelligenza intuisce i valori (p. 14). I vangeli sono scritti «con parole che vanno comprese nel significato che ad esse davano gli scrittori» (p. 31). Così si interpretano sempre meglio tanti passi del «gioioso annuncio». Incarnazione, Trinità, amore, gioia, il dolore, la teologia del sacrificio espiatorio, sono discusse e spiegate qui in modo serio e semplice, così da risultare un catechismo aggiornato per chi si interroga sui contenuti della fede cristiana.

Gesù è salvatore di tutti: ma chi non è battezzato? Che ne è del limbo tradizionale? Basta la fede? Bettazzi intende che, poiché ogni persona nasce nella grazia (non nel peccato), basta credere, cioè essere aperti a Dio e agli altri, per avere la vita eterna (cfr p. 72-76).

Che cosa è il Regno di Dio, annunciato da Gesù? Viene alla fine di tutto? No, è già in mezzo a noi, è l'umanità descritta nelle beatitudini, aperta a Dio, che è amore e misericordia. La Chiesa è composta dai "convocati", comunità di credenti collegate tra loro. Si formano i vari ministeri-servizi. Col tempo, dopo Teodosio, la Chiesa diventa l'istituzione che conosciamo, e il papa, con lo Stato pontificio, darà alla Chiesa "un volto anche politico", con le relative scissioni, in Oriente e poi in Europa. La sua forma è "piramidale" fino al Concilio Vaticano II, che «rovescia la piramide ponendo al vertice il popolo di Dio». La gerarchia ha il compito «non di comandare ma di servire». È il contrario del clericalismo che papa Francesco deplora come grande male della Chiesa, e anche di quella emarginazione della donna ereditata dal mondo ebraico. Allora, «forse si potrà ripensare a nuove impostazioni ministeriali», come fece la Chiesa primitiva aprendosi "alle genti" e battezzando i non circoncisi, su cui era sceso lo Spirito santo prima dell'acqua del battesimo ( Atti degli Apostoli, cap. 10). Purché si veda che la tradizione non è bloccata sul passato, ma inserisce la verità di sempre nel mondo che si evolve (pp. 76-94).

È paradossale che si vedano come eresia anche alcuni modi di pregare. L'Autore scrive sulla preghiera con solidi appoggi biblici ed esperienze semplici e preziose. Tra l'altro ripropone la tradizione della lectio divina, anche indicando il metodo pratico: lettura, meditazione, contemplazione. Nella preghiera, l'amore per Dio e il desiderio di lui, se è sincero, comporta l'amore per i fratelli, specialmente se bisognosi. E richiede l'umiltà, richiede la pace con gli altri - «vai prima a riconciliarti...» - ed è vera anche se silenziosa, nello Spirito santo, nella gratitudine. È farci umanità in ascolto di Dio. E confida: «Spero sempre di intuire un Gesù che mi sorride» (p. 108). La preghiera eterna di Gesù risorto è la nostra preghiera. Gesù assicura che il Padre darà lo Spirito santo a quelli che glielo chiedono (Luca 11,13).

Gesù, morto per amore, è vivo, «uscito dal tempo», ma resta a pregare con la sua Chiesa. L'eucaristia «non è tanto il rito che ci dà la presenza reale davanti a cui poi pregheremo» (...), ma «è appunto la nostra grande preghiera, perché ci unisce alla preghiera eterna di Gesù». Perciò non si assiste, ma si partecipa, si prende parte, perché è la preghiera di tutti, non solo del prete: sarebbe bello che il canone fosse recitato tutti insieme, come già fanno alcune comunità (p. 118). Paolo parla (1 Cor 11,20) di una cena del Signore che non risulta avere un presbitero che la presieda. Esempi storici (Giappone nel 1600; Amazzonia) mostrano che la Chiesa è popolo di Dio anche quando la gerarchia è assente o presente solo raramente. Si può dire che, come c'è il battesimo di desiderio, così una comunità priva di un ministro ordinato, se rinnova il memoriale dell'Ultima cena, rende presente Gesù con una «eucaristia di desiderio». Perché non consentire la partecipazione all'eucaristia in un'altra confessione cristiana? Sarebbe un'efficace esperienza di ecumenismo. Eresia? Semmai un sogno, un auspicio (p. 122). «La priorità del popolo di Dio sulla gerarchia dovrebbe sconfiggere ogni rivalsa di clericalismo, cioè di predominio del clero sui fedeli».

Venendo poi alle "eresie sociali" - sempre secondo coscienza, nella quale principalmente incontriamo Dio, secondo il Concilio - l'Autore percorre la propria esperienza: educato alla sottomissione, poi la Fuci, gli studi critici, il Concilio, infine la presidenza di Pax Christi, che lo impegnò sul tema e l'azione per la pace, con la presenza anche in paesi sofferenti per guerre e dittature, poi con l'iniziativa di un dialogo umano e civile con Berlinguer. Altre più recenti "eresie" di Bettazzi sono più note: l'offerta, proibita dal Vaticano, di darsi ostaggio per la liberazione di Aldo Moro; la fama di essere vescovo di sinistra (lui dice "vescovo mancino"...).

Ultimissime eresie? Riflessioni aggiornate su morte, eternità, vita nuova, giudizio finale, paradiso, inferno, corpo spirituale, purgatorio, indulgenze, ecc. Siamo tutti eretici, se eresia significa scelta, perché l'essere umano ha il potere e il dovere di scegliere, entro dati limiti reali, evitando sia la volontà di dominio, sia la sottomissione a forze dominanti. Che cosa è veramente la libertà? Non indifferenza, ma libertà di realizzarsi, libertà di amare. La mia libertà implica la libertà degli altri. La libertà degenera nel «populismo come derivazione incestuosa della democrazia», quando si accampano diritti senza doveri. Un caso significativo è quello dell'aborto, per il quale si ottiene la non punibilità. L'embrione è già un essere umano? C'è chi lo ritiene solo una parte della madre. La legge italiana distingue tra i primi mesi e gli ultimi. Oggi si ritiene che l'ovulo appena fecondato sia un essere umano allo stato potenziale, subordinato, nell'opinione comune, all'umanità pienamente attuale della madre. Oggi il magistero della Chiesa sposa, almeno per precauzione, la prima tesi: l'ovulo fecondato è un essere umano. Ma c'è una questione stimolante: circa il 40% degli ovuli fecondati viene disperso prima dell'insediamento nell'utero. È possibile che la natura condanni quasi metà dei progetti-uomo a fallire? Il teologo Enrico Chiavacci proponeva l'umanizzazione al formarsi della corteccia cerebrale (secondo-terzo mese), e all'accoglienza dalla madre, che impersona l'umanità. La Chiesa dovrebbe essere consapevole della grande differenza tra le situazioni (contraccezione, aborti) in cui è in gioco l'inizio di una vita umana. Dio non ci comanda solo un ordine di cose dettato dalla ragione, ma ci apre all'intuizione più ampia, all'amore generoso.

Lo scopo di questo scritto, conclude l'Autore, è ascoltare interrogativi e idee di molte persone, nella comunità cristiana. La tradizione è dinamica, perché l'umanità è multiforme e in costante sviluppo. I profeti disturbano perché vedono avanti. Il solo parlare di quelle intuizioni ha fatto emarginare l'Autore, il quale, all'età che ha, vorrebbe, anche con fatica, proporle al discernimento della comunità. È misterioso il rapporto tra la nostra limitata libertà e l'onniscienza di Dio: noi sappiamo che siamo responsabili e che Dio non soffoca, ma aiuta la nostra libertà, sostenuta e accresciuta dallo Spirito Santo. La "religione" ha il compito di portare questo messaggio fondamentale nella storia, e «perciò corre il rischio di identificarlo con le modalità temporanee» , di «rendere perenne ma fragile ciò che è funzionale a quel tempo e a quella umanità». Siamo creati per realizzare la nostra libertà, che cresce in ogni momento, e sarà il nostro io per sempre.

Enrico Peyretti, 18 novembre 2021