giovedì 6 marzo 2014

Per “Confronti” n. 3/2013
Rileggere oggi la Pacem in terris:
la fedeltà alla terra non è più atea
Rileggendo oggi la Pacem in terris si sente che sono passati cinquant'anni. C'era la Guerra Fredda, la coscienza atomica, e nell'immediato la crisi di Cuba, pericolosissima, che probabilmente spinse il papa a questo intervento. Difficile dire se oggi stiamo meglio o peggio: all'equilibrio del terrore è seguita, dagli anni novanta, la guerra continua al nuovo nemico, che di questa guerra si alimenta.
Terrorismo e guerra si causano a vicenda. La guerra economica di pochi ricchi contro il resto del mondo si è potenziata e inferocita. Ogni guerra ne genera un'altra, per forza. Il rischio atomico è dimenticato, ma non diminuito. Al cattivo Iran si vieta giustamente l'atomica, ma gli stati nucleari – ingiustamente – non si disarmano, perciò perdono il diritto di vietare.
Papa Giovanni incoraggiava la pace sulla terra. La coscienza religiosa scendeva sulle terre (plurale) e, credendo anche nella pace piena escatologica, dichiarava di credere nella possibilità umana di pace nella storia, tra i popoli, nell'umanità come è ora, con le sue imperfezioni. La religione cristiana poteva così apparire non alienante, non traslocata in una soffitta ultraterrena, ma si dimostrava amante del mondo umano, impegnata a salvare le vite e le civiltà. Certo, contribuiva la simpatia umana dell'uomo Roncalli, la sua serenità consapevole del male e fiduciosa nel bene. Ma la sostanza della sua parola era l'amore divino per il mondo umano: la fedeltà alla terra non era più atea.
Indicava i “segni dei tempi”, anche rinnovando la forza di questo termine evangelico. I segni erano la coscienza della dignità umana, che nella modernità (fino a poco prima scomunicata dalla chiesa ) è più viva in tutti, ma specialmente nei lavoratori, nelle donne, nei popoli decolonizzati. Erano la carta dei diritti umani, le costituzioni. Erano (n. 67) la più diffusa persuasione che le controversie vanno risolte col negoziato e non con le armi, e il fatto che, specialmente nell'era atomica, è fuor di ragione – alienum a ratione - ritenere che la guerra possa essere strumento di giustizia (e di difesa, vorrei aggiungere). Era, infine, il germe nell'Onu di una organizzazione politica per il bene comune dell'intera unica famiglia umana.
Questa sensibilità nel riconoscere valori veri e buoni frutto del tempo non era ottimismo ingenuo, ma una vera teologia della storia, guardata come un “luogo teologico”, un cammino di Dio con noi umani, nel nostro travaglio che non è disperato e abbandonato a forze cieche e casuali. In ciò papa Giovanni sentiva con il Concilio la storicità della Parola detta da Dio all'umanità, che affiora ora più ora meno nelle vicende umane, ora più ora meno trasparenti alla «luce che illumina ogni uomo» (Gv 1,9). La fede profetica e sperante riconosce la vicinanza di Dio non solo in parole antiche, ma nella fatica e nella lotta umana per amore della vita. Prima di predicare dottrine, la fede riconosce nel tempo, anche tra le nebbie, segni di salvezza (come i miracoli vivificanti di Gesù). La speranza è intelligente, e l'intelligenza è sperante.
L'enciclica era diretta a tutti gli uomini di buona volontà. Il linguaggio è religioso-cristiano, ma la sostanza è umana, universale, può essere condivisa anche senza la fede cristiana. E infatti così fu accolta da molte parti della cultura e dell'umanità. Possiamo volere tutti insieme che la vita umana e il mondo siano salvati, qualunque idea generale della realtà abbiamo.
Giovanni XXIII afferma e ripete che l'ordine morale è fondato in Dio, che la pace è esigenza di una natura umana chiara, immutabile. Questa antropologia è oggi contestata da una parte del pensiero. Noi saremmo solo frutto di una evoluzione continua, un accidente della natura fisica, figli del caso e della necessità. Ora, vedo due rischi: se pensiamo impossibile ogni consistenza oggettiva della nostra sostanza umana e dei relativi valori e diritti, benché in evoluzione, allora la difesa e l'affermazione di ciò che crediamo valido sarebbero affidate solo alla lotta e alla forza (cfr. Flores d'Arcais, MicroMega 5/2011 in discussione con Roberta De Monticelli). Se l'essere è solo volontà di potenza, Wille zur Macht, allora la ragione e la giustizia sono, di fatto, della forza violenta, come diceva Callicle contro Socrate.
Il rischio opposto, se insistiamo sull'evidenza oggettiva della natura umana, è la pretesa di imporre questa visione, come l'unica vera e giusta, a chi non la condivide. La nostra natura è davvero storica e mobile, ed è plasmata continuamente dalla cultura, ma sarebbe completamente manipolabile, come vuole ogni violenza, e non sarebbe degna di rispetto e tutela se non custodisse un valore non transitorio.
Forse l'insistenza di papa Giovanni sull'ordine naturale, oltre che frutto del suo pensiero sincero, vale come ricerca accorata di una base comune tra tutti gli uomini. Si tratta di sentire insieme, qualunque sia la nostra filosofia di vita e la sua espressione teorica, che siamo degni di non distruggerci, di non negarci a vicenda, di non lasciar decidere dalla violenza irragionevole i nostri conflitti. Il giusto cammino pratico, tra le differenti antropologie, è l'impegno elementare, ma universale, interculturale e interreligioso, alla com-passione, a ridurre le sofferenze, a non rassegnarsi alla sofferenza altrui. È questa la comune verità e dignità umana, al di sopra del caso cieco, che papa Giovanni vuole difendere. La Pacem in terris è l'enciclica della dignità (il termine ricorre 31 volte).
Questa ricerca è la sostanza della pace, ciò che unisce attraverso tutte le differenze, e che permette alla vita di fiorire nella bella diversità. Questo è il punto comune, razionale, di un cristiano che è anche papa, con tutti gli “uomini di buona volontà”.
Altri motivi da rilevare nell'enciclica sono almeno: diritti e doveri, legge e coscienza, l'uguaglianza, primato del lavoro sul capitale, il disarmo.

Enrico Peyretti, 28 gennaio 2013


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