mercoledì 27 dicembre 2017

Se Dio, dove”
- Dio nessuno l'ha mai visto
- Ma tutti lo cercano
- Dio è un nome per dire altro
- Sì, anche violenza e volontà di dominio
- Oppure qualcosa di meglio: amore, felicità, bene
- Dio fa paura, impedisce! Va spazzato via!
- Gesù ne ha parlato come di un Padre che ama tutti
- Il dio di Gesù ama e non condanna
- Neppure sulla croce condanna
- Ma ci avverte di non crocifiggere nessuno
- Ognuno è crocifisso. Ma non è giusto subire
- Dar bene per male è infinitamente attivo, creativo
- E liberare gli altri dalla croce
- Non quella sfida: “se sei dio, scendi”, ma “io vengo a liberarti”
- Perduto un dio padrone severo, sei tu incaricato del bene
- Il dio che cercavi è in te, sei tu
- L'uomo Gesù è fatto dio
- Così la religione è compiuta e superata.
- È superata in un sorriso profondo
- Un sorriso che ti dice: tu sei bene, sii bene, vieni, tieni
- E il perdono dell'offesa ti dice: siamo insieme, ne usciamo insieme
- Ora l'abbiamo visto, nei santi profeti da tutte le umane latitudini
- Ci sono forze di amore, che risorgono sempre
- E domani sarai disperato, perché il buio ti opprimerà
- E dopodomani tornerai a sperare
- Ma non vogliate sapere, non chiudete la questione
se la vita sia buona, o l'ombra di un sogno
- Difendetela, prima di tutto, curatela, amatela
- Se è un bene, vi risponderà
- Se è vana, siete voi un bene.

e. p.

23 dicembre 2017 - Vie islamiche alla nonviolenza

23 dicembre 2017 Libri
Vie islamiche alla nonviolenza, di Jawdat Said
Cura e Introduzione di Naser Dumairieh, Prefazione di Adnane Mokrani
Edizioni Zikkaron, Marzabotto (Bo) (koinonia.montesole@gmail.com)

Si conoscono di più le violenze riferite all'islamismo che l'islam come tale. Questo libro, molto chiaro tra altri che diremo, mostra la nonviolenza propria dell'islam, mentre noi conosciamo di più quella delle altre grandi religioni e culture. L'autore, Jawdat Said, nato nel 1931, è siriano. Ha studiato in Egitto e in Arabia Saudita. È fervente musulmano, intellettuale impegnato, persuaso nonviolento, critico delle idee prevalenti nei popoli musulmani, arrestato più volte e impedito di insegnare. Dal 2013 è rifugiato a Istanbul.
Il curatore Naser Dumairieh, siriano, laureato in filosofia islamica a Damasco, ha acquisito un master in studi cristiani sull'ermeneutica biblica all'Università Gregoriana di Roma, è ricercatore universitario a Montreal. Il prefatore Adnane Mokrani, teologo musulmano tunisino, vive in Italia, insegna alla Pontificia Università Gregoriana di Roma e al Pontificio Istituto di Studi Arabi e di Islamistica, è autore di Leggere il Corano a Roma (2010).
Nella Prefazione, Adnane Mokrani mostra vari aspetti dell'opposizione dell'Islam ad ogni violenza (pp. VII-XIV). Pur senza dimenticare le tradizioni guerresche, presenti nella tradizione islamica, come in altre tradizioni, compresa quella cristiana, egli ricorda le figure di Abdul Ghaffar Khan, il “Gandhi musulmano” che precedette Gandhi con la propria azione nonviolenta, e di Ramin Jahanbegloo, filosofo della nonviolenza a Harward . Tra i discepoli musulmani di Gandhi c'è anche Maulana Abul Kalam Azad, che, come Said, fonda la nonviolenza nel cuore del pensiero religioso islamico. Questi pensatori musulmani, più che in uno stato per i musulmani, vedevano nello stato laico la maggiore garanzia di uguaglianza e giustizia. Jawdat Said non fece azione politica, come Gandhi, ma l'onda verde in Iran nel 2009 e la Primavera araba del 2011 provarono che la nonviolenza è presente nei movimenti popolari, ed è temuta dai dittatori più delle azioni violente che giustificano la repressione.
Introduzione
In un'ampia Introduzione (pp. XV- LIII), Naser Dumairieh, studioso di islamismo e cristianesimo, spiega bene, sul problema della guerra, la differenza tra il periodo meccano e quello medinese di Mohammed. Alla Mecca egli vietò ai musulmani persino l'autodifesa, quando erano perseguitati e torturati, ordinando pazienza e sopportazione. A Medina nacque il primo stato islamico territoriale, includente musulmani, politeisti, ebrei, con una legge che salvaguardava i diritti di ogni gruppo. La fondazione dello stato implica anche l'uso della forza per la sicurezza pubblica e la difesa da continui attacchi esterni. A Medina troviamo il primo versetto del Corano, 22,39-40, che autorizza l'uso della forza per difendersi. Il jihad non è più soltanto lo sforzo personale per la fedeltà religiosa, ma diventa anche il combattimento politico, la guerra. La giustificazione di questo combattimento dipende da precise condizioni: quando la gente viene uccisa, o viene cacciata dalle sue case, a causa della propria fede. E si combatte contro chi vuole costringere a cambiare idee o religione, contro l'oppressore. A me pare che, a Medina, le condizioni per giustificare la guerra statale (non privata) siano sostanzialmente quelle che, nell'occidente cristiano, costituirono la teoria della “guerra giusta”, diritto riconosciuto anche agli stati cristiani, e messo in discussione solo oggi, nei piani più avanzati della riflessione morale. Nelle regole di Medina, in caso di vittoria non è lecito costringere il vinto a diventare musulmano, anzi egli ha diritto a restare nella sua fede. Persino l'idolatra deve essere protetto e accompagnato. È ordinato di com-battere, non di uccidere: com-battente è chi si difende, mentre chi aggredisce è chiamato uccisore. È ordinato di difendere la libertà di credo e di pensiero, non di imporre un'idea. Non sono vero jihad le lotte interne tra l'imam 'Ali e i khawarij, estremisti fanatici che non rispettano il principio della non-costrizione. Non si trova nel linguaggio islamico l'espressione “guerra santa”, coniata in occidente per le guerre di religione.
Dumairieh sottolinea, nello sviluppo del pensiero di Said, la “morte della guerra”, arrivata alla distruttività totale: «Le armi non difendono: esse sono come i feticci che venivano adorati prima dell'avvento dell'Islam». L'alternativa alla violenza è la conoscenza. Said chiarisce anche il punto dell'uccisione dell'apostata: Mohammed non impedì il ritorno alla Mecca di quelli che volevano abbandonare l'Islam. Il detto «chi cambia la sua religione uccidetelo» per Said riguarda un caso specifico, perché il principio generale è la “non-costrizione”. Le guerre della riddah, dell'apostasia, per la maggior parte degli storici sono guerre politiche di difesa e non guerre di religione.
Importante per Said è pure la distinzione tra la devozione e i modi giusti per esercitarla: «Questa è la tragedia di molti giovani devoti e fanatici che non hanno compreso la direzione giusta in cui impiegare questa devozione». È chiaro il riferimento a quei musulmani che noi in Europa chiamiamo “radicalizzati” e che compiono violenze nel nome di Allah, come i khawarij di altri tempi. Il fanatico è come una madre che ama molto il suo bambino, ma è ignorante sui modi di allevarlo e curarlo, e finisce per fare il suo male.
Il pensiero di Jawdat Said
Jawdat Said, fin dal suo primo libro in Egitto, nel 1965, insegna La dottrina del primo figlio di Adamo, Abele, che dice a Caino:«E se tu stenderai la mano contro di me per uccidermi, io non stenderò la mano su di te per ucciderti, perché temo Dio, il Signore dei mondi» (Corano 5,28). Il libro incontra reazioni contrarie. Gli appelli alla nonviolenza risultavano incomprensibili presso i musulmani. In quel racconto simbolico di Abele, Said vede l'evoluzione dell'uomo alla consapevolezza, che trova anche in Socrate e nella Bibbia. Così fanno anche tutti i profeti, e noi vogliamo seguirne l'esempio. Gli inviati di Dio hanno pazienza e non rispondono alle offese (Corano 14,9-13). (pp. 3-16).
Chi segue la dottrina di Abele non vuole avere altra colpa che di aver detto: «Il nostro Signore è Dio». Said intende per jihad «l'impiego della forza armata da parte di un regime islamico arrivato al potere con il consenso del popolo, poiché questo è un compito del governo e non dei singoli individui o dei gruppi». «Il jihad si compie contro chi spinge gli altri ad abbandonare il proprio credo e le proprie case con la forza armata». «Lo scopo del jihad non è diffondere l'Islam, bensì impedire l'ingiustizia, e per questo il jihad serve a proteggere il dissidente, ossia a creare un clima di libertà di pensiero senza coercizione. Il jihad è contro l'oppressore, anche se fosse musulmano (….), perché l'oppressore diffonde la discordia [la fitnah, il conflitto interno alla comunità], e “la discordia è peggiore dell'uccisione”(Corano 2,191)» .
Il jihad, quindi, ha delle condizioni di cui i musulmani «hanno cominciato ad essere consapevoli», anche se continuano conflitti sulla loro definizione. I limiti del jihad sono fortemente ristretti dal principio coranico «Non vi è costrizione nella religione» (2,265). Ma, mentre molti popoli sono arrivati a questo principio, «i musulmani non vi sono ancora arrivati», lamenta Said, anche perché sono governati da tiranni (tawaghit) con la costrizione, dalla quale nessuno si sforza di liberare le persone. «La religione non si ordina con la forza dei muscoli o delle armi, o con la distruzione, bensì con la forza delle idee e con la rettitudine, aiutando gli altri a liberarsi dall'ingiustizia e dalla costrizione», scriveva Said nel 2000. (pp. 17-22)
La violenza da abbandonare non è solo quella fisica: è la violenza dei cuori. Lo promette il Corano (7,43; 59,10), con parole simili al profeta ebraico Ezechiele. I sufi e i devoti curano i cuori e sanno che Dio accetta il meglio di ciascuno «senza tenere conto delle loro cattive azioni» (Corano 46,16).
«La violenza è una sconfitta ideologica basata sull'idea di uccidere il malato anziché guarirlo». Non basta volere il giusto, bisogna anche conoscere i mezzi, altrimenti si ha la «devozione senza senno». Il problema islamico (nella componente salafita come in quella nazionalista) è di questo tipo. «Sono tutti devoti alla loro comunità, ma nutro forti sospetti sulle loro idee, condanno i loro metodi e mi oppongo al modo con cui alcuni di loro considerano gli altri». Non accettano la sfida ideologica perché non hanno fiducia nelle loro idee. «Perché temono l'arena delle idee e ricorrono a quella dei corpi? Perché praticano la costrizione nella religione?». «Chi è sconfitto ideologicamente ricorre alla battaglia corporale». «Dobbiamo pazientare nella battaglia ideologica». (pp. 22-27).
«Io sento una pace sublime e posso affrontare il mondo intero nel modo in cui hanno fatto i profeti, ossia solo con la parola uguaglianza, la parola giustizia e la parola timore di Dio», scrive Said. Per questo egli chiede a tutti i sostenitori dei diritti umani di collaborare per abolire il diritto di veto (dei vincitori della guerra nel 1945) nel Consiglio di sicurezza dell'Onu, scandalo nella modernità, ostacolo alla crescita del mondo, contrario all'umanità.
Il metodo della nonviolenza ha molti vantaggi, che Said esamina in 8 punti. I suoi benefici si estendono a tutti i contendenti, sono collettivi: chi aderisce al dialogo, «non si sentirà sconfitto o obbligato, ma percepirà il dolce rivelarsi della verità e il sottomettersi ad essa senza coercizione; chi vince non sentirà di aver vinto con l'imposizione della forza». La via nonviolenta «elimina la mortificazione di chi cambia opinione e la presunzione di chi invita alla verità». «Noi chiediamo di scendere nel campo della lotta ideologica nella quale, per natura sua, chi vince non è chi detiene più armi». «Noi non vogliamo fare altro che annunciare il messaggio dell'Islam. Perché allora aiutiamo i nemici di quella religione facendo cose che suscitano la loro ostilità nei nostri confronti?» (pp. 27-35).
La diversità è importante. «Proteggendo la diversità e mettendo in relazione le persone si libera la verità». «Come facciamo a rendere unanime la parola dei musulmani? Essi pensano che l'unità si realizzi solo eliminando le idee considerate false o sbagliate», invece «l'errore si elimina mostrando ciò che è giusto e con questo metodo salvo me stesso e salvo la mia storia». «Credo che dobbiamo accettare dagli altri ciò che di meglio hanno fatto, al di là delle loro azioni cattive, poiché noi siamo predicatori e non giudici o poliziotti». Said chiede di creare nuove relazioni, alternative alle vecchie relazioni. «L'alternativa che propongo è: non vi è costrizione nella religione», né nella dottrina né nella politica. Lasciamo che le idee sbagliate «muoiano di morte naturale». «L'errore ha il diritto di vivere; se non gli do il diritto di vivere, nemmeno io avrò lo stesso diritto. Questo è fondamentale». Ibn'Arabi (Murcia 1165 – Damasco 1240) ha scoperto di poter convivere nell'amore nonostante la diversità di religione, di dottrina e di politica. E anch'io – dice Said – ho percepito questo. «Chissà chi trarrà beneficio dal mio appello all'amore per il bene di tutte le dottrine e le religioni, e perfino degli atei! Quello che chiedo loro è solo di ripudiare la violenza, di lasciare agli esseri umani il diritto di scegliere l'orientamento che desiderano, anziché uccidersi tra loro» (pp. 35-40).
Bastino queste citazioni dirette a mostrare il valore di questo pensatore militante. Mi pare che egli intenda la nonviolenza anzitutto come dialogo, ascolto, rispetto. In altri paragrafi del suo scritto principale espone il concetto di giustizia come uguaglianza perché siamo davanti a Dio e «non prendiamo alcun padrone che non sia Dio» (Corano 3,64). Si legge l'universale regola d'oro nelle parole di Said: «Ti conferisco lo stesso diritto che prendo per me stesso e vieto a te ciò che vieto a me stesso» (p. 42). Continua con altri cenni critici verso modi di vivere presenti tra i musulmani. «Una regola fondamentale è che il cambiamento inizia da se stessi, dal voler cambiare se stessi e non l'altro». Qui Said parla come Gandhi. «Tu non risolverai il problema se non amerai colui che diverge da te». «Possiamo amare il nemico, ossia chi è colpito dalla malattia, pur odiando la malattia». «Gesù, su di lui la pace, non aveva chiesto l'impossibile quando disse: “Amate i vostri nemici” (Matteo 5,44) e così il Corano quando disse: “Ecco, voi li amate ma essi non vi amano” (3,119)» (pp.46-49).
In un articolo recentissimo, dell'agosto di quest'anno 2017 Jawdat Said vede, nella risposta di Dio agli angeli che prevedono la violenza dell'uomo, in un bel testo coranico (2,30), la “morte della guerra”. Oggi la guerra non serve più a risolvere i conflitti. Sembra di sentire Giovanni XXIII nella Pacem in terris. Con l'inviare uomini in guerra ad uccidersi tra loro si compiono barbari sacrifici umani offerti agli idoli del potere, da politici stolti e malvagi, e dal cinismo dei produttori di armi. Di questa malattia è malato anche il mondo islamico. Il mito della forza impedisce le soluzioni. C'è bisogno di conoscenza per uscire da un “tempo abrogato”, dalla ignoranza sulla natura e sulla società. Rettitudine e democrazia, scuole, istruzione, scienza e religione, sono necessarie. Democrazia è fare ricorso alla persuasione anziché alla coercizione, rinunciare alla violenza e affidarsi alle urne elettorali. Tutti coloro che detengono la bomba atomica sono contro l'umanità, e così quelli che bramano di ottenerla. La ricetta concreta per il capovolgimento sociale tramite la conoscenza è «la regola della disobbedienza e dell'insubordinazione quando ci viene ordinato qualcosa contrario alle leggi dell'universo e dell'uomo». Ecco, Said vede bene che la coraggiosa non-collaborazione al male è la prima regola della nonviolenza. E di nuovo condanna il diritto di veto delle potenze, perché nessuno è al di sopra della legge. Il principio coranico dell'unicità di Dio fonda l'eguaglianza umana, e la nullità degli idoli di potenza. «Oh voi altri, oh mondo, oh esseri umani: Dio non vuole sacrifici, Dio è clemente e misericordioso»” (pp. 51-64).
Un'appendice di Naser Dumairieh illustra il ruolo di Said nella rivoluzione siriana del 2011, sostenitore delle forme nonviolente, per elezioni democratiche, per il pluralismo e l'uguaglianza. Non c'è costrizione nella religione, chi vuole creda e chi non vuole non creda - dice Dio agli uomini - perciò non vi sia costrizione neanche nella politica e nella società.
In uno scritto del 2003 (qui pp. 69-84), Said stesso ricapitola il suo lavoro educativo, la sua fiducia nel bene e nella ragione, nell'umanità guidata da Dio (con qualche ingenuità sulla storia recente, a dire il vero), la sua speranza impegnata nella evoluzione morale umana, sempre attento a criticare i ritardi e a promuovere la consapevolezza dei popoli musulmani. Vediamo che Jawdat Said sa difendere l'Islam dal pregiudizio che lo condanna come religione fanatica e violenta (a qualcuno sembrerà che faccia troppa apologia, ma la sua lettura dell'Islam è positiva), però nello stesso tempo denuncia e critica liberamente il ritardo dei popoli musulmani e delle politiche dei loro paesi nel conoscere e applicare i principi pacifici dell'Islam.
Islam e nonviolenza
Questo bel libro di Jawdat Said viene ad arricchire una serie di pubblicazioni (indicate, per esempio, in www.transcend.org) che, specialmente dal 2015, di fronte alle violenze dell'Isis/Daesh, spettacolarizzate dai media più di ogni altra guerra, distinguono tra Islam religioso, civile, anche nonviolento, e l'abuso che ne viene fatto per giustificare feroci lotte di potere. Chi studia la nonviolenza non si stupisce di incontrare cultura e prassi nonviolenta nell'Islam. L'informazione grossolana fa vedere solo il terrorismo, ma nelle bibliografie ragionate (http://enricopeyretti.blogspot.it/ Difesa senza guerra. Bibliografia storica delle lotte nonviolente) si trova la storia esemplare di Badshah Khan, il Gandhi musulmano, si incontra il libro di Chaiwat Satha-Anand, Islam e nonviolenza, come pure il fascicolo Les dossiers de Non-violence Politique, n. 2, che illustra numerosi casi storici di lotte nonviolente, tra cui anche Iran 1978-79. Questo fascicolo è tradotto nei Quaderni della DPN, col titolo Resistenze civili: le lezioni della storia. Nel volume di D. Morrison, Ph. Taylor, Sh. Ramachandaran, Media, guerre e pace, troviamo vari altri casi storici, tra cui il caso Iran, sul quale ha scritto pure Ryszard Kapuscinski Sha in Shah. Sul tema Islam, pace, nonviolenza ho raccolto del materiale in tre capitoli (da p. 124 a 135) nel mio La politica è pace (ed. Cittadella, Assisi 1998). Segnalo anche Ramin Jahanbegloo, Leggere Gandhi a Teheran, e Mahmoud Mohamed Taha (1909 o 1911- 1985), Il secondo messaggio dell'Islam, e vari altri.
Enrico Peyretti, 23 dicembre 2017
27 dicembre 2017   -    Non il bastone, ma una musica
«Aspettate, vi dirò quel che penso. Penso che se la belva che dorme nell’uomo si potesse fermare con una minaccia di pena, non importa quale, o con la ricompensa dell’oltretomba, l’emblema supremo dell’umanità sarebbe un domatore da circo col frustino, e non un profeta che ha sacrificato se stesso. Ma la questione sta in questo, che, per secoli, non il bastone, ma una musica ha posto l’uomo al di sopra della bestia e l’ha portato in alto: una musica, l’irresistibile forza della verità disarmata, il potere d’attrazione dell’esempio. Finora si riteneva che la cosa essenziale del Vangelo fossero le massime regole morali contenute nei comandamenti, mentre per me la cosa principale è che Cristo parla con parabole tratte dalla vita d’ogni giorno, spiegando la verità al lume dell’esistenza quotidiana. Alla base di questo sta il concetto che la comunione tra i mortali non finirà mai e la vita è simbolica perché ha un significato».
Borìs Pasternàk, Il dottor Živago, Feltrinelli, Milano 1958, p. 58
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    Più che la rabbia della vittima c’è il senso di sconfitta del cittadino di fronte al Potere, negli occhi di uno degli ex ragazzi che nel luglio del 2001 attraversarono le notti della macelleria messicana della Diaz e del carcere cileno di Bolzaneto.
Gilberto Caldarozzi, condannato in via definitiva a tre anni e otto mesi per falso, ovvero per aver partecipato alla creazione di false prove finalizzate ad accusare ingiustamente chi venne pestato senza pietà da agenti rimasti impuniti, è oggi il numero 2 – Vice direttore tecnico operativo-  della Direzione Investigativa Antimafia, ovvero il fiore all’occhiello delle forze investigative italiane, la struttura alla quale è affidata la lotta al cancro criminale.
La nomina, decisa dal ministro dell’Interno Marco Minniti, passata quasi in sordina ed ignorata dalla politica, risale a poche settimane fa.
 
A questa notizia, (un fatterello vergognoso, sintomatico di tutto), giorni fa mi chiedevo:
 
" Bisogna proprio pensare che la politica è sporca di sua natura? Che il potere di alcuni su altri, sebbene democratico, sia ingiusto, o comunque di sua natura disposto all'ingiustizia? Fatti come questo fanno disperare del potere politico, sempre disposto all'offendere verità e giustizia, per porsi sopra l'umanità, a fare strumento di tutto, del vero come del falso, della vita (lo stato sociale) come della morte (lo stato armato). Chi cerca di immaginare una politica tendente alla giustizia umana soffre delusioni una dopo l'altra. Quando ne fanno una giusta la fanno disposti anche all'ingiustizia. Perché i più grandi della storia umana si sono tenuti lontani dal potere? "
    Oggi mi viene da aggiungere: Il fatto è che tra gli esseri umani si può agire in due modi: comandando, obbligando, punendo, costringendo, cioè dall'esterno, come oggetti, oppure proponendo, dialogando, persuadendo, dando esempi vissuti, perciò dall'interno, lavorando su se stessi, quasi unicamente su se stessi. Forse la politica, il potere, la legge, sono necessari, data la miseria umana, ma non vedo ombra di dubbio che la via dell'umanizzazione, del diventare umani, non è quella. I saggi lo sanno. Gesù ha distrutto la legge realizzandola nell'amore. Lì è la verità umana, la salvezza.

   La politica, il comando (quello che i militari - i più piccoli d'animo! - chiamano "virtù del comando", ed è il peggior vizio, distruttivo del rapportro umano), sono il fallimento umano. La politica, non quella della "polis", del convivere da concittadini, ma quella del potere, è il monumento al fallimento umano, la rassegnazione all'incapacità. Re e conquistatori vengono esaltati nei monumenti e nella fama, e questa è la cosa più comica e più triste della vicenda umana sulla terra! Sono dei miserabili, i più poveri di umanità. Chi ammira un napoleone imperatore, macellatore di uomini, è misero d'animo e di mente, più piccolo di un topo, che ha la sua nobiltà. Siamo tutti colpevoli di questo fallimento, anche chi lo denuncia, come io sto facendo, ma dobbiamo saperlo e dirlo. La legge non è onorevole, è la nostra colpa. Tribunale e carcere sono la caduta umana al di sotto dello spirito. Tolstoj, e tutti i grandi maestri, vedevano la verità, anche da peccatori, come tutti, ma illuminati e portati dalla luce oltre la nostra miseria.
    Nel delitto del potere - del bastone in luogo della musica -  sono cadute quasi tutte le organizzazioni umane, anche la chiesa dei presunti discepoli di Gesù, anche tante religioni sapienti, ma non alcune società "primitive", non alcune piccole famiglie spirituali, facilmente catturate dai furbi e dai cinici.
    Conosco dei politici che hanno lavorato onestamente nel lavoro legislativo, senza profitto personale. Li ammiro. Sono anche necessari, come lo spazzino che pulisce la strada di tutti. Ma lo spazzino non realizza lì la sua umanità, quanto invece negli affetti, nelle amicizie, nell'intelligenza e nel gusto del bello. La strada pulita è uno strumento, lo spazzino è un essere simile a Dio. Ognuno deve pulirsi le scarpe, ma non è con ciò che compie il suo cammino di vita. La politica-potere-legge è il rovescio delle convivenza civile. In queste ore, forse, per un calcolo formale, si rifiuta di dar tempo al Parlamento di rimediare ad un ingiustificabile ritardo e votare un minimo di giustizia sullo ius soli.

Per questo torno a citare Pasternàk:

Pasternàk Se la belva che dorme nell’uomo
Non il bastone, ma una musica
«Aspettate, vi dirò quel che penso. Penso che se la belva che dorme nell’uomo si potesse fermare con una minaccia di pena, non importa quale, o con la ricompensa dell’oltretomba, l’emblema supremo dell’umanità sarebbe un domatore da circo col frustino, e non un profeta che ha sacrificato se stesso. Ma la questione sta in questo, che, per secoli, non il bastone, ma una musica ha posto l’uomo al di sopra della bestia e l’ha portato in alto: una musica, l’irresistibile forza della verità disarmata, il potere d’attrazione dell’esempio. Finora si riteneva che la cosa essenziale del Vangelo fossero le massime regole morali contenute nei comandamenti, mentre per me la cosa principale è che Cristo parla con parabole tratte dalla vita d’ogni giorno, spiegando la verità al lume dell’esistenza quotidiana. Alla base di questo sta il concetto che la comunione tra i mortali non finirà mai e la vita è simbolica perché ha un significato».
(Borìs Pasternàk, Il dottor Živago, Feltrinelli, Milano 1958, p. 58)
Ciao, Enrico

sabato 9 dicembre 2017

6 dicembre 2017 Economia e comunità

Economia e comunità
(intervento di Enrico Peyretti nella tavola rotonda del convegno “Religioni e economia”,
Campus Einaudi, 6 dicembre 2017)

Economia di comunione” non è una tautologia? Eco-nomia vuole già dire “regola della casa”, perciò dell'ambiente, della comunità.
Una certa possibile felicità e pace nella vita sociale può venire meglio dalla regola “ognuno per sé”, o non piuttosto dalla regola “per tutti, e quindi per ognuno”? Quel bene può venire da una economia che mira anzitutto al bene di tutti, senza scartare nessuno, cioè senza consegnare il risultato alla gara spregiudicata, dove i forti battono i deboli. Questo si può fare per gioco, per sport, ma non per davvero, nella vita sociale. La vita che sia un po' possibilmente felice non è una gara di forza, ma una con-vivenza, un vivere insieme: “Vita tua vita mea”. Tutti abbiamo bisogno degli altri, perciò io sto bene se stai bene tu.
Ma, sentiamo dire, i beni sono scarsi, quindi li avrà chi li prende per primo. È proprio vero? Bisogna chiederselo. Può darsi, in molti casi, che la distribuzione, secondo le reali differenti necessità di ciascuno, realizzi una specie di moltiplicazione che evita almeno la miseria di alcuni. I beni rispondono ai bisogni non solo se si moltiplicano in quantità, ma se si distribuiscono con giustizia. Le gravi diseguaglianze creano potere eccessivo degli uni e impotenza e dipendenza degli altri. Non generano solo invidia e rabbia della avidità insoddisfatta, ma stabiliscono una gerarchia materiale che riduce la consapevolezza della parità di valore di tutti gli umani e sulla possibilità di sviluppo della persona umana in tutti.
Non è forse questo, tra il primato del prendere individuale, e il primato del dare il sufficiente a tutti, il più profondo discrimine morale-politico nella gestione dei beni in una società? Per tanti o pochi che siano i beni, siamo prima rivali che si escludono a vicenda, o prima soci con uguale dignità e reciproco bisogno gli uni degli altri? Vivere da soci o morire da rivali?
Una economia di comunione è possibile soltanto con la violenza del comunismo sovietico? Non è comunione quella imposta, non maturata nella libera volontà comune, consapevole dalla interdipendenza tra gli umani. Una economia umana dipende da una coscienza e da una cultura sociale umana. L'economia che oggi impera ci fa più felici insieme, o più nemici gli uni degli altri, come in guerra?
L'economia, come la politica, non è una meccanica, che funziona con leggi fisiche proprie, ma è un'azione umana, regolata da un'etica, cioè dalla ricerca del maggior bene possibile per tutti. Chiesi un giorno a Romano Prodi, dopo una conferenza: “L'economia è una scienza o una politica?” Mi rispose: “ È una politica, con qualche elemento di scienza”. Intendo: è un'azione volontaria che deve tener conto di alcuni dati di realtà.
Serve all'attività economica la riflessione etico-politica, la predicazione morale? Mi sembra che, per cercare, trovare e fare il maggior bene sociale possibile, sia davvero utile la pura riflessione morale. La quale è attività umana di ricerca e intelligenza dei principi e delle azioni che possono assicurare migliori relazioni sociali, per ridurre il viver male, e accrescere il viver bene. Quindi, la riflessione morale può cercare e indicare anche le migliori forme dell'economia, più utili al bene umano comune.
Certo, non è sufficiente affermare una morale dei principi umani (diritti e doveri reciproci), perché sono necessarie anche verifiche sperimentali, che confermano, o correggono e ri-orientano la riflessione sulle regole maggiori. Tra il principio e la pratica, c'è un cammino, sia dell'agire, sia del pensare. È vero il proverbio “dal dire al fare c'è di mezzo il mare”, ma è pure vero che “senza il dire non puoi neanche partire”. Il principio pensato, detto, cioè valutato e formulato, non è un'astrazione comoda per esentarsi dall'azione, ma è parte stessa dell'azione, come il primo passo è costitutivo indispensabile del cammino, e l'occhio che guarda la meta è attore del cammino tanto quanto i piedi che, guidati dall'occhio, percorrono il terreno.
Non ha vero senso opporre la teoria alla pratica, o stabilire gerarchie tra i due lati dell'azione, reciprocamente necessari: teoria vuol dire vedere, visione, e, come non c'è un vero vedere senza tendere, muoversi, così non c'è un agire sensato senza visione. Le idee-orientamenti hanno valore nel determinare la qualità umana delle azioni, perciò le politiche e le economie. Queste pratiche attuano i valori veduti e voluti, e, nell'attuarli, li affinano o ne richiedono la ri-forma, fino alla tras-formazione (il filosofo Roberto Mancini distingue questi due termini, indicando la necessità di una trasformazione, e non solo riforma e moderazione, dei principi che oggi guidano l'economia imperante). Mi chiedo di nuovo, guardando ai risultati: l'economia che oggi impera, col principio individualistico e possessivo, ci fa più felici insieme, o più nemici gli uni degli altri, come in guerra? Possiamo convincerci insieme che la politica e dunque l'economia dipendono anzitutto da quali idee, culture, valori, da quale umanesimo sono animate, e solo dopo possono essere buona pratica, azione efficace, soluzioni di problemi?
Per esempio, un punto di partenza, cioè un principio, nel pensare e realizzare l'attività economica, è la concezione che si ha della persona umana riguardo alle cose utili alla vita. La umana umana è egoista? È edonista e basta? Non è questo, dell'uomo egoista per natura, un dogma ideologico? Ideologia, in questo senso, non è solo un insieme di idee, ma idee che rivestono la realtà di un'immagine preconcetta, parziale, utile a giustificare e confermare un modo di agire o uno stato di fatto. L'uomo è quell'essere “tristo” che ci mostra Machiavelli, riducendo la politica a tecnica del potere? Oppure ha anche la coscienza che “siamo fatti gli uni per gli altri”, sapienza immancabile in tutti i tempi e culture? Siamo davvero stretti nella maledetta tenaglia “o si domina o si è dominati”? Quale umanità, quale forma umana scegliamo in noi stessi e nel prossimo? Ne va della nostra libertà, e anche della mite felicità della pace. Cioè della vita. L'economia è plasmata così o cosà dall'antropologia, dall'idea dell'uomo che scegliamo di seguire, da quel lato della complessità umana che decidiamo di sviluppare.
Non è corretto ridurre all'egoismo l'essere umano, per il fatto che spesso, troppo spesso, siamo egoisti. L'essere umano è anche sociale, solidale, visto che abbiamo bisogno gli uni degli altri, e che un altra persona in grave pericolo ci commuove nelle viscere. La cultura sociale oggi egemone ci piega più all'avidità o alla condivisione, all'egoismo o alla collaborazione? Se abbiamo comportamenti egoisti non possiamo dire che questa è la natura umana. L'economia come egoismo, persino armato, ci fa felici o infelici, umani o disumani? Ha ragione papa Francesco a dire: “Questa economia uccide”? (Evangelii Gaudium, 53).
L'amore sociale riduce la sofferenza. Dato che c'è tra noi “insocievole socievolezza” (Kant), se sviluppiamo la socievolezza sviluppiamo la pace e riduciamo la paura dell'altro che è in ognuno. Vogliamo provare, con le esperienze che abbiamo, ad essere più soci che rivali?
In questo convegno “Religioni e economia”, si è considerata la religione, nella varietà delle sue forme, come vincolo restrittivo della libera azione individuale? 0ppure si è riconosciuta ogni religione come relazione energetica e intima con la intera comunità umana, come spirito vitale dell'umanesimo? Ogni religione, pur con tutti i limiti teorici e le contraddizioni pratiche, è una forma di coscienza del Bene profondo, a cui aspirano tutti gli umani, liberazione dalla rivalità e ostilità reciproca, relazione di non-accanimento-possessivo, che degrada le dimensioni umane. L e cose, infatti, il loro possesso quantitativo, che sembra lo scopo di una certa economia, fino ad un certo punto garantiscono e sviluppano la vita, ma oltre quel punto la schiacciano, la deformano, la trasformano in dominio contro altre vite.
Ricordiamoci che, come ci insegna Simone Weil, l'obbligo reciproco tra noi di rispetto e riconoscimento non nasce con il contratto sociale, e con l'impero della legge, ma è nativo e precedente. Per nascita, siamo degni. La dignità non ci è data da autorità, potenze, tanto meno dal possesso di cose, ma è nativa. Perciò il primo atto sociale verso l'altro è il riconoscimento: ora conosco in te quello che già eri, un essere umano inviolabile, che non posso violare senza contraddire ed offendere la mia qualità umana. Sei mio simile. Sappiamo di essere finiti, ma altrettanto in-finiti: “l'homme dépasse l'homme”. Non è mai compiuto in ciò che è. Questo è il progresso, non le nuove tecnologie. “L'uomo colloca continuamente nel futuro la propria verità, la propria pienezza, perché è l'unico essere che non coincide con sé. Non può ripiegarsi su di sé in una equazione tranquilla” (Aldo Antonelli). L'umanità può diventare giusta, anche nell'economia.
Ricordiamoci, nella relazione economica, il principio solidale della semplicità volontaria, rammentato tante volte da maestri e compagni, come Gandhi, come Nanni Salio? “La natura produce abbastanza per le necessità di tutti, non per l'avidità di alcuni” . “Vivere semplicemente perché altri possano semplicemente vivere”.
ooooo

domenica 5 novembre 2017

1962-2012
Ri-apriamo il Concilio
(intervento nel convegno nazionale, “Chiesa di tutti, chiesa dei poveri”, Roma 15 settembre 2012, nel 50° del Concilio)

Per chi è nato dopo gli anni '70, il Concilio Vaticano II è archeologia. Oggi, in un mondo minacciato da molti pericoli e molte paure; in una Chiesa che si difende, che ammonisce e rimprovera più che animare e incoraggiare; oggi, per il popolo vario dei variamente credenti in Dio, che cosa vale ricordare i cinquant'anni dall'apertura di quel Concilio?
Chiesa giovane e coraggiosa
Anche chi ne sa molto poco, sa che fu un momento assai vivo della Chiesa, in un tempo storico di speranza e di slancio. Tanto che oggi, col senno di poi, sembra che allora si sia peccato di ottimismo riguardo alla storia successiva. Ma la Chiesa fu in testa ad un movimento di ripensamento e di messa in discussione di molte strutture e idee della vita comune. La Chiesa appariva giovane e coraggiosa.
Sacerdozio comune
Ebbe il coraggio di aprire alla partecipazione attiva del popolo cristiano la liturgia fino ad allora supersacrale e riservata al monopolio del clero separato. Avviò la trasformazione della forma di Chiesa da piramidale papo-centrica assoluta, a popolare, comunitaria, sinodale (che significa “camminare insieme”). Il sacerdozio comune di tutti i seguaci di Cristo tornava a valere più di quello di un clero sacralizzato, con forme di vita strane e separate da quelle di tutti.
Altra immagine di Dio
La stessa immagine di Dio, rivelato come Padre da Gesù, mutò da Grande Padrone che esige adorazione, da Giudice cui nulla sfugge, a Padre anzitutto amoroso e misericordioso - «misericordia voglio, non sacrifici» - , e spirito che anima e scalda i cuori. Davvero cambiava la teologia, l'idea che avevamo di Dio, nientemeno, e faceva spaventare gli arcigni guardiani della sua concezione padronale.
Morale dell'amore
Le leggi morali, preoccupanti e incombenti, perciò spaventose, col ritorno alla lettura dei Vangeli si riassumevano nel «comandamento nuovo» di Gesù, l'amore che compie tutta la legge e la giustizia.
Fraternità col mondo
Il rapporto della Chiesa col mondo moderno passava dal corruccio maledicente alla fraternità rispettosa: affidandosi alla libertà e ai diritti di tutti, la Chiesa perdeva la fede nel potere temporale e relativizzava molto i concordati; si parlava di fine dell'era costantiniana, che non aveva crocifisso Gesù, ma, peggio, ne aveva fatto una gamba del trono imperiale; e di fine della cristianità, cioè della finzione e illusione che la società intera fosse evangelizzata con un battesimo a pioggia, e coincidesse con la Chiesa, che aveva parte nel governarla, collaborando coi potenti di turno.
Chiesa povera di potere
Chiesa dei poveri” in Concilio voleva dire Chiesa povera di potere, ricca solo della forza mite del Vangelo affidatole, vissuto e annunciato, in umiltà, con umili mezzi. Leggera e spoglia di potere, la Chiesa poteva riconoscere le vittime di tante violenze, e spendersi tutta per la giustizia e la pace.
Altre luci per la coscienza
Così, libera dalla pretesa di avere tutta la verità, su Dio e su tutto, la Chiesa stava imparando a rispettare altre luci per vivere, nelle altre religioni, nelle culture ad essa esterne, e in ogni cammino umano sincero, sicché giunse a capire che non ci sono diritti della verità sull'errore (anche diritti penali, fino al rogo purificatore), ma ci sono diritti della persona umana che cerca, cammina, un po' trovando, un po' errando, un po' donando e ricevendo nella «fecondazione reciproca» (Panikkar), che è la regola del crescere nella verità. Insomma, la Chiesa scopriva la libertà religiosa, facendo implicita penitenza della propria secolare occupazione coloniale dell'isola della verità, una roccaforte armata, una verità rocciosa, non un prato fiorente scaldato dalla luce viva, dai molti raggi.
Rivoluzione-conversione
Tutto ciò ed altro, è stata una rivoluzione. Nulla di meno. Strana rivoluzione, quella che non coltiva un progetto utopico, ma ritrova la genuinità attingendo di nuovo alla fonte originaria. La rivoluzione fu il lungo movimento, sfociato nel Concilio, di ritorno dal cristianesimo ecclesiastico alla fede biblica evangelica. Come rimuovere un pietrame che otturava la sorgente. L'antico nativo era il vero nuovo futuro. Naturale che ciò abbia terrorizzato i pavidi e allarmato i padroni custodi del sistema precedente, amante di se stesso, più che dell'umanità assetata. Naturale che, rispettando e omaggiando lo forme, questi abbiano cercato di svuotarne la viva novità. Il cardinale Siri profetizzò che sarebbero occorsi 40 anni per rimediare ai danni del Concilio. Ci siamo, e oltre. In buona parte si è rimediato, con una potente azione congelatrice.
Fuori dal congelatore
Ma il seme evangelico non è morto. Ora, dal congelatore monumentale portiamolo di nuovo a fecondare il terreno caldo e umido della vita quotidiana personale, delle piccole Chiese fraterne senza potere sociale. Il nostro disagio e lo scontento sano e impegnato che in questi anni, in tanti modi e in tante reti, ha preso liberamente la parola, esercitando la propria responsabile funzione nella intera Chiesa, hanno l'occasione, in questo cinquantennio, dal 2012 al 2015, di ri-accogliere il dono del Concilio, di raccontarlo ai giovani, di realizzarlo in tutti i luoghi della Chiesa “in stato di concilio” (come si diceva allora), di proseguire un riesame teso solo alla forma evangelica.
Questioni aperte
Anche perché ci sono questioni lasciate aperte dal Concilio di allora: i ministeri ecclesiali ancora sacrali e maschili, perciò ridotti senza motivo; i rapporti della Chiesa coi poteri sociali e politici, di convivenza più che di profezia; l'etica, fissata su alcuni punti certamente importanti del rispetto della vita, ma troppo poco annunciatrice e liberatrice sulle sistematiche offese delle potenze contro la vita, nel dominio economico e culturale, nelle guerre strumentali, nell'economia dell'ingiustizia, della fame e della rapina. La Chiesa parla e si impegna, a vari livelli, per correggere il costume banalizzante, nichilista, che corrode la solidarietà sociale e universale, ma è credibile solo dove si svincola, fisicamente e spiritualmente, dall'abbraccio interessato dei potenti. Il cappellano di corte, di palazzo, di banca e di caserma, predica un vangelo falso, tanto per i ricchi come per i poveri, se non riparte dal vangelo di giustizia del Battista e di Gesù. Non ci è facile dare questo avviso, perché sappiamo che riguarda anzitutto ciascuno di noi, in prima persona.
(da il foglio n. 393, giugno-luglio 2012; www.ilfoglio.info )

5 novembre 2017 Questo blog

Questo blog  (5 novembre 2017)
Ho il torto di non curare questo blog. Chi lo visitasse troverebbe solo una piccola parte, postata quando rarissimamente me ne ricordo, di quello che scrivo, o dibatto nelle mail, con i vari gruppi di persone impegnate nella cultura di pace, cultura e commenti politici, spiritualità.
Cercherò di curarlo meglio. Enrico
Riflessione
Elogio del corpo
Mi piacerebbe che uno scrittore, anzi un poeta, scrivesse – e cantasse – un elogio del corpo. Del nostro corpo vivo e mortale. Un elogio che restituisca onore al corpo disprezzato e offeso, solo perché bassa materia, candidato alla morte, alla polvere; oppure perché ribolle di troppi desideri, desideri di Dio e del piacere; condannato perché pecca di voglia di conquista e dominio; svalutato perché, così, meno vale e meglio è sfruttabile, come animale da soma, e violentabile nell'usarlo come strumento di lavoro.
L'onore da rendere al corpo umano è anche alternativo a quella idolatria della forma tutta esteriore, voyeuristica, che condanna tante donne e uomini a vivere a servizio della propria apparenza, ad affliggersi per un chilo in più sulla pancia, a soffrire per una ruga maturata grazie alla vita, a vergognarsi per la forma non scultorea del naso, a spendere più per vestiti, cosmetici e massaggi che per viaggi, arte e piaceri intelligenti.
Mi piacerebbe che tutto il corpo umano, moltiplicato nei nostri corpi, variati come note musicali, o colori di pennello, venisse onorato, e non solo nella bellezza e potenza dei più perfetti, non solo nella grazia del bambino e della bambina, che è fiore e promessa, ma anche nel tremolare del vecchierello, nelle rughe sapienti della nonna, nella comunissima figura dello sconosciuto passante, e anche nella pena del malato terminale.
Non solo mi piacerebbe, ma, ben di più, l'onore al corpo è necessario al nostro spirito, allo spirito della nostra società "evoluta" ma legata come schiava da tanti complessi insani.

OFFESE BEN STUDIATE
I corpi vivi sono offesi e martoriati dalla fame, procurata dalla volontà politica di non distribuire il cibo a tutti, ma farne speculazione e sequestro per l'abbondanza di alcuni.
Sono offesi dalle malattie ben curabili ma non curate, perché non conviene all'industria farmaceutica: meglio far morire loro (bambini compresi) e guadagnare noi dove vendere medicine rende di più. Così vendiamo astutamente i rimedi alle malattie di lusso, di chi ha i soldi per curarsi. Questo offende chi muore ed è vergogna dei corpi che ritornano in salute.
I corpi vivi sono offesi e condannati nelle fabbriche di armi, le quali sono così intelligenti da non saper fare nient'altro che uccidere corpi vivi, a casaccio, là dove si trovano nel punto da colpire per i calcoli di guerra. E la mano dell'operaio che fabbrica l'arma, e l'occhio e la mente dell'ingegnere che la studia e la disegna, e l'inerzia del cittadino che non si ribella all'industria dell'omicidio, sono mano, mente, inerzia che ora, tra un momento, uccideranno popoli innocenti, bambini allevati nella paura, donne destinate a curare i morituri, prima di morire anche loro.
E per uccidere ben bene i corpi bisogna distruggere le case, tutte le strutture, le strade, i ponti, gli acquedotti, le scuole, le piazze e gli ospedali, i campi e le chiese, e tutto ciò che è il corpo dei corpi. L'operaio e l'ingegnere delle armi fingono di non sapere che, nei loro stipendi, mangiano, come jene, la carne di corpi innocenti. Ed anche il giornalista e il propagandista politico che li rassicura, o li tiene nell'ignoranza, anche il tecnico che ammira la brillante soluzione dello strumento più efficace, sono complici e istigatori del delitto di guerra ai corpi umani. Corpi come il tuo, come questo mio, che non vogliono altro che vivere.

I POPOLI SPAZZATURA
Poi, come una variabile all'uccidere, la fame, l'economia di rapina, la “inequità”, spazzano via i popoli dalle loro terre, e producono popoli di profughi, di corpi bisognosi di fuggire, di attraversare deserti e mari, subito utilizzati a caro prezzo dagli sfruttatori della necessità, e subito accusati di essere invasori. E le politiche dei governi vedono solo masse di corpi in fuga, non vedono il dolore di ognuno di quei corpi, vedono la paura egoista e ignorante dei propri popoli, e questa vogliono assecondare per guadagnare voti, molto più che fare un po' di spazio a vite sradicate dalle economie e dalle armi di quegli stessi governi.
Eppure, uccidere è meno che torturare. La guerra, la conquista, la sottomissione, amano più torturare che uccidere. Segnalo il libro di Simona Meriano, Stupro etnico e rimozione di genere. Le vittime invisibili (Ediz. Altravista 2015). Lo stupro fa parte della guerra. Così il libro di Giovanni De Luna, Il corpo del nemico ucciso (Einaudi 2006), mostra che uccidere non basta, è troppo poco, se non si eternizza la pena inflitta. Ero ancora bambino, a guerra appena finita. Dal barbiere, in attesa per tagliarmi i capelli, ascoltavo i discorsi degli uomini. Uno racconta: «Ho visto io, tagliargli l'uccello» (l'ho ancora nelle orecchie, nel dialetto locale: «A 'go vist me, tagiarga l'usel»). Ecco, il nemico vinto deve restare mutilato della virilità, del piacere, della paternità, e trasmettere la vendetta anche alla sua donna, come un contagio. Nell'antichità, si racconta di gruppi di prigionieri accecati, meno uno, che dovrà lui solo guidare la fila dei condannati al buio perpetuo.
Il vero obiettivo della guerra di conquista o di vendetta, più che la terra, sembrano essere i corpi, maschi e femmine, che della terra sono la fioritura viva. L'arte della guerra si è evoluta fino al raffinato terrorismo, il cui scopo è colpire alcuni per sottomettere tutti col terrore. Costa poco e rende molto. Gli ultimi hanno imparato dai primi. Cos'altro sono i bombardamenti aerei, scoperta del Novecento, anche democratico, se non terrorismo?

UNA MADRE FEROCE
E bisognerebbe restituire la verità agli uccisi dalle guerre, poi rinchiusi in figure, eroiche o pietose, di pietra o di bronzo, nei monumenti eretti ai caduti in guerra, uccisi in osceno sacrificio dalla madrepatria, una madre maschia e feroce. In nessun piccolo paese manca questa pubblica ipocrisia. Se potessero parlare ci accuserebbero: «Ci hanno mandato i capi a uccidere e a morire, che è morire in entrambi i casi. Voi e noi non abbiamo legato le mani dei nostri capi quando compivano questo delitto. Voi avete sofferto e pianto per noi, quando partivamo da casa per non tornare, o per tornare sporchi nell'anima, ma, dopo, non avete ancora eliminato dalla vostra società il rito selvaggio nel quale siamo stati uccisi in sacrificio a false divinità. Su questi monumenti ci figurate come vostri eroi e difensori, e invece qui i nostri finti corpi sono usati per confermare che la morte governa la vita, perché a loro, ai padroni della morte, è questo che interessa. Ma noi vi parliamo dalle nostre vere tombe, dalla terra dove siamo dispersi, dall'abisso del nostro dolore, dalla solitudine e dal tradimento del nostro popolo che siete voi, di ieri e di oggi. Vi accusiamo di sapere ancora pensare possibile la guerra».
La politica capace di guerra offende e non difende i corpi. Ma si fa pagare e ringraziare come se li difendesse (lo dice anche il vangelo: Luca 22, 25 ss, che propone l'alternativa: «Tra voi non così»).

LA RELIGIONE CONTROLLA
Ma la religione che non è vangelo disprezza i corpi, li incolpa, li controlla fin dentro le camere delle coppie. Riduce tutte le relazioni dei corpi a legge e a centimetri, che scruta con occhio morboso. C'è un Manuale dei confessori (I peccati del sesso e la sensualità proibita nella dottrina di Dio), di mons. Bouvier, 1837, che sarebbe comico se non fosse orrendamente offensivo delle persone umane, macellate da un occhio che ne odia la vita. Cose superate? La ribellione a queste cose ha rivendicato con rabbia la giusta libertà, ma ha davvero imparato che la libertà viva e rispettosa della vita è più difficile del legarsi al carro della legge?
Bisognerebbe che il corpo venisse onorato tutto intero, con delicatezza e gusto della bellezza, senza bandire le "pudenda", le parti dette vergognose, senza le quali non siamo umani, non siamo terra che riflette cielo, carne che percorre il tempo anelando a sopravanzarlo sempre, a imitazione dell'infinito giro del sole, del cielo intero. Che il corpo venga onorato nei piedi, materialoni, e non solo negli occhi tutti luci e anima; materialoni generosi che percorrono il mondo e ci fanno fratelli maggiori e più liberi delle piante più maestose. Che venisse onorato il corpo, in tutti i suoi organi specializzati e versatili, perché sa comunicare – può comunicare - con gli altri corpi vivi, umani, animali, persino vegetali e minerali, con la terra intera, perché lui stesso è terra più viva. Perché comunica in quella misteriosa estatica avventura della congiunzione d'amore di due corpi in uno, quando siamo rapiti in un assaggio di felicità, sempre di nuovo sfuggita più avanti di noi e anche rimasta nel più intimo di noi.
E che venisse onorato, il corpo, anche quando si fa specchio di altri corpi, nell'attore che si svuota di sé per incarnare prodigi e tragedie di altre vite, e fa rispettabile prostituzione del proprio viso, voce, arti, per dare ad altri ciò che da soli non trovano, che è carità costosa, una specie di morte e reincarnazione.

IL CORPO INTERO
Che venga onorato il volto, il viso, l'organo in cui più si vede e più si fa vedere (ma sa anche celare e falsare) dello spirito che abita la nostra carne. Il volto che colma l'attesa del solitario, che sa anche essere feroce e imperante, che sa ascoltare e guardare, farsi specchio di carne per l'altro volto, quando gli occhi sanno stare negli occhi, senza invadere, senza abbandonare. Vetta e abisso, il volto.
Mi piacerebbe che un poeta... ma già lo ha scritto un coro di poeti giovani, sulla soglia della vita, o maturi ben esperti di vita, nel biblico Cantico dei Cantici. Una musica di cui conviene poco parlare (anche se letture e commenti sono e saranno infiniti), e di più ascoltare insieme in silenzio, perché stilla latte e miele di felicità raggiunta, di nuovo sfuggita, infinitamente cercata, e imprime il dolore che è l'ombra della felicità, rivela l'indicibile mistero che siamo, spiriti frementi avvinghiati alla nostra carne, al corpo che va onorato, sacramento delle cose in noi più divine, tanto che Dio lasciò i cieli lontani per avere un corpo come questi nostri, mio e tuo, corpi che l'odio e la guerra straziano, che l'amore e la pace onorano, e fanno talora felici, suggerendo alle nostre labbra una parola divina: sempre.

e. p.