sabato 7 novembre 2020

 

Pillole di serenità  (febbraio 2020)

39 ...… (continua tu)

38. Fa male l'amarezza. Fa più male rimasticarla.

37. L'odio fa danno a chi odia. L'odiato può imparare magnanimità.

36. Le tempeste vengono. Il sereno ricompone la terra, le ferite, gli animi.

35. Confida all'amico i dispiaceri ricevuti. Poi, cambiate presto argomento.

34. Lascia perdere. Ci guadagni.

32. Delle umiliazioni fai tesoro, per comprendere gli umiliati e offesi.

31. Il bene silenzioso è quello più prezioso.

30. La rabbia è malattia. Mandala via.

29. Se l'altro perde il controllo, raccoglilo tu.

28. Ti basti far bene. Non occorre apparire bene.

27. A chi alza la voce, rispondi a bassa voce. Dei due sarai il più forte.

26. L'odio resta dentro a chi ce l'ha, se l'odiato lo lascia dove sta.

25. Delle beffe fatti un baffo. Chi fa beffe è tipo buffo, non ha stoffa, né s'abbuffa.

24. La serenità è tua. Nessuno te la può togliere, e tu puoi regalarla.

23. E a chi ti fa uno sgarbo, fai lo scherzo di un sorriso.

22. La delusione è il fantasma di un'attesa morta. Seppelliscila con pietà.

21. Se la tua pelle si irrita facilmente, spalmala dolcemente. Sarà più bella.

20. Se ti fanno sentire scemo, accetta e ridi in segreto. Stanno peggio di te.

19. Chi ti offende non sta bene. Compatiscilo.

18. Spera, e non pretendere. Ti andrà meglio.

17. Per ogni durezza, produci tenerezza. Staremo tutti meglio.

16. Il boccone amaro, digeriscilo e defecalo. Ti sentirai leggero.

15. Spegni nell'acqua l'offesa che brucia, e starai bene.

14. Se il cattivo umore lo scarico solo nel mio fazzoletto, gli altri apprezzeranno .

13. Se faccio le pulci a tutti, mi restano pulci addosso.

12. Il rancore deforma il viso. Ritorna bello come prima.

11. La rabbia è un batterio maligno. Se gli fai spazio ti divora.

10. La cosa più svelta, quando hai fretta, è la calma.

9. Non accontentarti di te stesso. Sarai migliore.

8. Accontentati degli altri. Sarai contento.

7. Dove c'è male, metti bene. Fatti questo favore.

6. Un colpo perdonato è un peso scaricato.

5. Sorridi al muso duro. Al tuo muso duro, sorridi.

4. Se te la leghi al dito, il dito ti fa male.

3. Tu sei quel che ti dice la coscienza, non quel che dicono gli altri.

2. Il bene che hai fatto, dimenticalo. È un tuo tesoro nascosto.

1. Meno ti aspetti, più ricevi.



 

Dopo la democrazia  (2 febbraio 2020)

No, no, non è affatto superata. Teniamola ben stretta, e anzi ritroviamola e difendiamola dai “pieni poteri”, dal 48% che gradirebbe l'uomo forte, dal 15% che nega la Shoah. Solo che non basta, la democrazia che abbiamo. Ci sono “demo-crazie” dove il popolo ha il potere di eleggere i responsabili della politica, ma solo entro una rosa di possibili candidati, che esclude di fatto o deliberatamente altri. Questo tipo di democrazia, detto anche “democratura” (dittatura democratica) è falsa, va superata. Ci sono false democrazie che sono così tanto “prima io; prima noi”, da ritenersi in diritto di governare il mondo, con le buone o con le cattive, o con la finanza, o con le guerre e i droni. La democrazia di un popolo contro altri popoli, di uno stato contro altri stati, non è umana. La democrazia affezionata alla propria immagine armata, esibita nelle oscene esibizioni militari, che dedica molto di sé all'industria e al commercio e all'uso delle armi, non è abbastanza umana, non è il regime di un popolo umano. Non è demo-crazia. Ci sono democrazie dove la scelta popolare è solo in apparenza libera, ma profondamente condizionata e ingannata da un potente macchinario di menzogne, di falsità, di oscuramenti, di abbacinazioni. Non è demo-crazia, perché lì non decide il popolo, ma qualcuno decide della sua sorte.

Il grande valore storico della demo-crazia, anche quando è difettosa, è il superamento e la vaccinazione contro l'auto-crazia o la oligarchia, il potere di uno o il potere di pochi. Il suo valore è il superamento sia dell'ancien régime, sia delle dittature del Novecento. Raggiunto questo valore, la politica umana continua. La democrazia attuale deve diventare quella “onnicrazia”, potere di tutti, liberata da varie forme di violenza, che Aldo Capitini ha delineato e che cominciò a sperimentare.

Il popolo ha diritto di decidere, ma il popolo può sbagliare. La democrazia può suicidarsi: lo ricordava Bobbio, guardando al caso di Weimar. E poi, il popolo non vive bene solo per il fatto di decidere, se decide male. È potere vero del popolo, potere di tutti, se si decide per tutti, senza selezioni né esclusioni. Il potere-possibilità è reale se ha uno scopo, la sua qualità dipende dallo scopo. Allora la forma democratica (suffragio universale; libertà politica; partecipazione) deve avere obiettivi di bene comune e di giustizia. Questi valori sono sempre ricerca, non sono possesso certo di alcuni e non di altri. Ma la ricerca comune, aperta, libera, corretta, del bene comune e della giustizia, è parte essenziale di una democrazia umana: non basta la conta dei numeri. Coi numeri può vincere il male comune, un serio danno inferto al popolo ingannato.

La conoscenza, la cultura, il dibattito serio, l'informazione corretta, sono elementi necessari alla democrazia tanto quanto il Parlamento e le libere elezioni. Dove si può eleggere liberamente soltanto un miliardario, o un pifferaio arruffapopolo, non c'è vera democrazia.

La forma democratica, per realizzarsi, deve sapere escludere chi cerca l'interesse particolare, il vantaggio di una parte contro l'altra, la ricerca del potere per se stessi. Bisogna riconoscere come reato politico la ricerca dei “pieni poteri”, senza sufficiente controllo, e a scopo egoistico. Se non è ricerca del bene comune, non è demo-crazia. Il partito o la persona che non dimostra volontà di bene comune, più del bene proprio o della propria parte, non è democratico. Un popolo libero e consapevole deve potere riconoscerlo ed escluderlo.

La democrazia attuale deve svilupparsi, non conservarsi. Deve diventare cultura ed etica civile del “bencomunismo”, politica del massimo possibile bene comune. Se si vuole cercare un termine tecnico (anche “democrazia” è un termine tecnico) si può dire “agato-crazia” (potere del bene comune) e “agato-filia” (volenterosa ricerca del bene comune). L'impresa è grande e necessaria. Impegna il bambino a scuola come il grande manager, come gli intellettuali, come i candidati a rappresentare il popolo nelle istituzioni, come chi viene deputato a legiferare e governare.

E. P.

 

L'arte della conversazione   (2 marzo 2020)

A – Secondo te, perché la gente litiga?

B – Secondo me, noi reagiamo e attacchiamo quando ci sentiamo offesi, feriti, quando ci crediamo diminuiti di valore agli occhi degli altri. O anche inascoltati, come invisibili, inesistenti.

A – Dunque, dipendiamo dagli altri, per sentirci validi?

B – Eh, sì, in buona misura sì. Questo è anche bello: abbiamo bisogno gli uni degli altri, per stare in pedi. L'altro è parte di noi, e reciprocamente. Nello stesso tempo, bisogna saper stare in piedi anche da soli, il coraggio della solitudine, pur in attesa.

A – Tu ti sei sentito offeso, diminuito, qualche volta?

B – Beh, confesso di sì. Specialmente dalle persone che senti più vicine, ti aspetti di più una conferma stabile, anche proprio quando traballi. Se ti è negata, se ti senti svalutato, è proprio brutto, fa rabbia, fa disperare. E tu?

A – Devo dire, non so se è superbia, che quasi mai mi sento ferito da critiche o accuse infondate. Se c'è del vero, cerco di farne tesoro. Se sono ingiuste, mi son fatto una corazza, le lascio cadere. Non dico sempre, ma per lo più ci riesco. Se è possibile, mi difendo anche, ma scuoto via la polvere.

B – Ti invidio. Devi avere un'autostima solida, calma. Ma tu riesci davvero a conversare con gli altri? Una conversazione vera, dico, che non sia la chiacchiera del niente, che non sia un monologo, o una lezione magistrale inflitta all'altro? E che non diventi uno scontro, oppure una fredda finzione? Conversare davvero, allo scoperto, è come giocare con le spade: c'è da farsi male.

A – C'è conversazione solo quando c'è stima, attesa, offerta di sé e accoglienza. E pazienza. È un'arte non facile. Ma quando riesci, è un incontro profondo, fa umanità.

B – È vero: ma è anche un problema pratico: chi parla ora, io o te? Chi deve tacere per ascoltare? Darsi sulla voce accade, e se è pesante, fa male. Ma è anche un umano bisogno: ascoltami! Un mio amico ha un sogno ricorrente: cerca di dire una cosa in un cerchio di persone, e nessuno lo ascolta, è come senza voce, invisibile.

A – Occorre una bella moderazione-attenzione-umiltà. Quando si ha bisogno impellente di buttar fuori, di raccontare per togliersi un peso, per condividere, si diventa invadenti senza volerlo. A volte la conversazione è squilibrata, e restano parole non dette, che premono dentro, e l'altro rimane lontano, e ascoltarlo diventa un peso. Bisogna saper attendere, dare ascolto, ma anche chiedere ascolto.

B - È vero. Ora, noi due, qui, ti pare che abbiamo conversato bene, come si deve?

A – Mah, direi di sì, abbastanza. Non mi restano dentro parole impedite da te.

B – Bene. Quando ci rivediamo?



 

Libertà senza offesa

Enrico Peyretti (spedito 3-11-2020 a quindicinale Rocca, Assisi)


Scrivo nei giorni della seconda ondata di pandemia aggravata da stragi terroristiche e “scontri di civiltà”, come tra libertà e fanatismo. Dopo molte discussioni, penso che il principio liberal-individualistico per cui la libertà mia finisce solo dove comincia la tua, e viceversa, non basta. Le libertà separate è già molto se si rispettano, ma non sono capaci di sostenersi tra loro, oggi necessario. Se tu non sei libero, che me ne importa? C’è più spazio per me! Invece, io non sono libero se non sei libero anche tu. La mia umanità è diminuita se è diminuita in te, ed è più realizzata se si realizza in te. La libertà è un valore positivo: se cresce, cresce per tutti. Vediamo che senza relazione positiva reciproca, le persone e le civiltà si accartocciano, non costruiscono umanità, facilmente si fanno la guerra, e credono che la vittoria sia libertà. La persona umana è un unicum irripetibile tanto quanto è comunicante con altri. Un imperatore è un handicappato. Nessuno nasce né vive da solo: questo ci deforma, ci isterilisce. Il “personalismo comunitario” (Emmanuel Mounier), ha base nelle più vitali sapienze umane nella storia. Io sono libero se sei libero anche tu. Questa è l’opera politica umanistica che congiunge Libertà ed Eguaglianza, nella Fraternità senza Terrore (proponeva Sartre alla fine della vita). Le libertà separate, opposte, alternative, sono - come diceva Fidel Castro, citato dal vescovo Bettazzi - “libere volpi fra libere galline”. Non è una bella sorte per noi umani.

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La liberté - di cui la Francia è orgogliosa, fino al gioco di offendere, come nelle famose vignette su Muhammed - non è illimitata, ma limitata proprio da égalité e fraternité. Una bella triade i cui termini si realizzano l’un l’altro, non da soli. Così la libertà si realizza per tutti nella giustizia (eguaglianza), e la giustizia è regolata-realizzata nella libertà. Così la fraternità si concreta in libertà e giustizia. Libertà e giustizia ricevono regola e realtà dal reciproco riconoscimento tra gli umani: Fratelli tutti. Sono questi gli obiettivi di valore per la dinamica storica.

Lo scopo nelle relazioni umane non è sfogare tutte le mie possibilità, ma piuttosto realizzare insieme le possibilità di tutti, col privilegio riconosciuto ai più deboli, i meno liberi. Gli aspetti della questione oggi sono tanti: uno di questi è l’incontro dell’Islam con la modernità, problema che il cristianesimo ha già affrontato. Un altro aspetto è l'orgoglio occidentale verso il resto del mondo, ora la grandeur francese. Che pure è il paese più vicino a noi. Il vero primato italiano è di non essere mai stato una potenza, e di avere prodotto bellezza. Lo spirito è più libero quando non è legato alla potenza (Kant; Simone Weil).


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Non offendere, ma anche non lasciarsi ferire dall’offesa. Questa saggezza salva le persone colpite, e salva anche le civiltà dallo scontro di dolori e vendette, dannoso per tutti. Ricevere un'offesa fa soffrire. Non è bene soffrire. In nome di una civiltà offesa, alcuni malati di violenza compiono vendette sanguinose, terrore diffuso. Una civiltà orgogliosa, colpita, si indurisce nell’orgoglio. Per pochi violenti viene condannata una grande tradizione spirituale. Ci ricordiamo che il terrorismo islamista fa più vittime tra i musulmani che tra gli europei? Ma c’è un centro della persona che l’offesa peggiore non scalfisce. Tolstoj cita Epitteto: l'anima è una cittadella fortificata, nessuno può veramente offenderla, se la nostra coscienza è pura. Ciò vale anche per una cultura e spiritualità umana, come l’Islam, se cerca la propria migliore autenticità.

Chi offende sta male. Sta peggio lui dell’offeso, in verità. Il disprezzo intossica il sangue. Se imparo la saggezza, l'offesa non mi tocca. Se è una critica seria, cercherò di utilizzarla per correggermi, ma la critica non è un'offesa, e l'offesa non è una critica.

Se fossimo tutti più relativi e meno assoluti, potremmo dirci correzioni utili, di cui abbiamo tutti bisogno, senza farci quelle ferite che riducono la bontà delle relazioni umane.

ooooo

 

LIBERTA’ DI PAROLA, DOVERE DI RISPETTO 

31 ottobre 2020   (esiste successiva versione migliorata)


Nello scontro tra Francia illuminista e Islam fanatico, il conflitto è tra due valori: libertà di parola e dovere di rispettare e non offendere. All’origine della fase recente, sul terreno scivoloso dell’immigrazione senza integrazione, e del multiculturalismo senza cultura del pluralismo, stanno le vignette di Charlie Hebdo, irridenti Muhammed e l’Islam, con le risposte violente e il clima di terrorismo.

Tra libertà di parola e dovere di non offendere, non c'è legge umana che possa stabilire una gerarchia tra questi due valori uguali. Entrambi stanno. La questione non è teorica, né giuridica, ma di saggezza pratica. Il criterio da usare è un discernimento sapiente e buono, con responsabilità delle conseguenze.

Mi pare che oggi entrambe le parti, la Francia liberale e l’Islam fanatico, manchino di questa virtù, necessaria per vivere in pace e giustizia. Ovviamente, non c’è bisogno di dirlo, fra le vignette offensive e l’uccisione di persone, non c’è paragone: la risposta cruenta è senza ombra di giustificazione. Non si discute questo. L’offesa della strage è infinitamente più grave di quella delle vignette. Non c’è confronto. Sarebbe pura malizia intendere queste riflessioni come un paragone tra vignette e stragi.

Ma la libertà assoluta di parola, di immagine, di derisione, che la Francia ferita rivendica per la propria tradizione, non giova alla pace e alla giustizia, non giova al superamento della violenza, non rieduca i fanatici. Una “visione quasi religiosa della Repubblica”, quella parte della tradizione repubblicana che ammette “il diritto alla blasfemia” (così Anthony Smarani, giornalista libabese, Internazionale, 30 ottobre, pp. 43-44), non giova né alla convivenza plurale in Francia, né a vincere il fanatismo religioso islamico.

Calmando le polemiche esasperate, dobbiamo dire che quel discernimento sapiente e buono, quella composizione di libertà e rispetto, con responsabilità delle conseguenze, è la virtù civile oggi necessaria. La libertà di parola è regolata dalla giustizia, cioè dal dovere di non offendere. Ogni persona va rispettata, prima e indipendentemente dalle sue idee. Tutto si può criticare, ma il disprezzo non promuove civiltà e convivenza, non modera e non educa il fanatico, non accresce conoscenza né intelligenza, non costruisce civiltà interculturale. Tanto più questa saggezza civile e politica è necessaria di fronte a chi, in condizioni di debolezza culturale ed eccitazione strumentale, risponde con la violenza.

Noi cristiani abbiamo offeso e perseguitato gli ebrei, con una immagine caricaturale e maligna della loro civiltà morale. Oggi ci stiamo correggendo. L’orgoglio europeo non conosce davvero l’Islam, la sua spiritualità e cultura, ne ha un’immagine da colonizzatore. Non conviene a nessuno.

Enrico Peyretti, 31 ottobre 2020


 

Incanto e disincanto    6 novembre 2020   (successiva edizione migliorata)

Si parla di disincanto per dire la scristianizzazione, e in generale l'uscita dall'illusione religiosa, dalla religione come illusione, quindi la desacralizzazione della società. Cerco in Google alla voce "disincanto" e trovo: <<Liberazione da, o cessazione di, uno stato d’incantesimo; condizione di chi è ormai privo d’illusioni: ormai pensa al passato con disincanto>>

Dunque, uscita da un "incanto". Quando avviene che ci “incantiamo”? che cosa ci incanta? “Incanto” viene definito etimologicamente anche come invocazione di mali spiriti, per dominare un soggetto, mediante canti, canzoni, cantilene magiche. Il soggetto incantato è ammutolito, la sua voce e la sua ragione libera è tacitata dagli effetti di un'altra voce dominante, con poteri nuovi e segreti, che lo "incanta".

Così, la "vendita all'incanto", alcuni la spiegano col latino "in quantum?", cioè: “fino a quale prezzo” offri? Non so valutare se sia una etimologia fondat

Però c'è un altro significato di incanto: io resto incantato davanti ad una eccezionale bellezza, della natura, o di una persona fisica, o di un'opera d'arte, di una musica. Resto incantato, cioè ammutolito: taccio. Oppure canto, parlo un linguaggio che non avevo, che non fa parte della vita normale, quotidiana. Non sono passivo, ma molto attivo nel recepire quella bellezza, che mi sovrasta beneficamente, questa volta, non maleficamente come nell'incantesimo dominante. Ora sono incantato, nel senso che non ho più da chiedere altro, ed esulto, sono saziato nei miei più alti desideri, non mi muovo perché non ho più bisogno di nulla. Ho già tutto. Non sono dominato, ma liberato, portato ad identificarmi con un valore di bellezza.

Si tratta di quella "attenzione" (Simone Weil) per cui tutta la bellezza e la verità in questo incantesimo vengono a me, indipendentemente da altre loro manifestazioni, ad altre persone, o a me in altri momenti. Per cui Simone arriva a dire: "Ogni religione è l'unica vera", come ogni quadro di grande bellezza è tutta la bellezza per me, mentre lo ammiro. Non nego altre bellezze, ma non ne cerco altre. L'ammirare sostituisce la parola: nell'ammirare taccio, ma ho udito e visto, ho risposto, ho comunicato, ho cantato.

Allora, incanto, disincanto, non sono solo un inganno o una liberazione dall'inganno: l'incanto può essere una vera esperienza di vita, di valori della vita; e l'uscire da questo incanto cercandone uno più luminoso è pure una esperienza positiva, di ricerca, di nuova luce, non di annullamento.

Per tornare al punto iniziale: le religioni sono illusioni, o esperienze di qualche valore? Per l'una o l'altra persona, possono essere l'una o l'altra cosa. Non sono certezze afferrabili e inoppugnabili. La stessa bellezza artistica può incantare te e non dire nulla a me. Ma nemmeno possono essere identificate, le religioni, come pure e semplici illusioni. La famosa frase di Marx, "la religione è l'oppio dei popoli", può signficare che è molto utile per addormentare la coscienza del popolo e dominarlo meglio; e può significare anche - diceva Ernesto Balducci - che il popolo oppresso e sofferente si anestetizza il dolore con l'oppio, per soporavvivere, ma quindi reagisce, agisce, ha una volontà.

La consapevolezza di una unità di significato in tutta la realtà, che mi permette di viverne con un senso tutti i momenti, e non subirne alla cieca i casi, e di inserirmi personalmente attivo in questo significato, questa consapevolezza è illusione o realtà? La verifica sarà nell'esistenza. Se in quella religione senti più sensata la tua vita, con uno scopo positivo, allora sei "incantato" (nel senso migliore) da questa verità e bellezza. Se non fai questa esperienza positiva, ti liberi da quella proposta religiosa e cerchi un significato più valido della tua vita. Sarai disincantato da una illusione non valida per te, ma potrai forse rinunciare a cercare un significato, possibilmente una bellezza, che ti appaghi? Chi non rinuncia, e non si appaga di poco, cerca una luce incantevole. Se sei vivo hai diritto a vivere. Il desiderio è seme di luce.



venerdì 3 luglio 2020

Editoriale sulla pandemia, il foglio n. 472, mag-giu 2020


Pandemia. Imparare o dimenticare 
Editoriale in “il foglio” - http://www.ilfoglio.info/ - n. 472 del maggio-giugno 2020 
Ognuno ha detto la sua sul tempo della pandemia (che non è finito). No, non tutti l'hanno detta, ma ognuno l'ha sentita personalmente. Saremo capaci di fare sapienza da questa esperienza? Anche questa domanda, mica tutti ce la poniamo. Tanti pensano solo a buttarsi dietro la schiena questo tempo chiuso: nel senso di chiusi in casa, e di tempo passato, da non pensarci più.Se ne abbiamo avuto una coscienza sufficiente, è stata l'esperienza di una minaccia in parte oscura in un mondo in cui cerchiamo il più possibile di chiarire il tutto, e di controllarlo (anche) in modo scientifico-tecnico, specialmente quando è nocivo. C'è qualcosa di piccolo-enorme che conosciamo (diversamente dalla peste del 1300 e da quella manzoniana), ma che almeno inizialmente non riusciamo a controllare.Il fatto è questo: siamo minacciati. Siamo intimoriti da quel materiale genetico (Dna) parassita in quanto non auto-sufficiente, per cui ha bisogno dei corpi umani per sopravvivere. Di conseguenza gli altri esseri umani, coi loro corpi, ci insidiano con la sola presenza, col loro fiato avvelenato. Temiamo gli altri, e gli altri temono noi. Siamo tutti pericolosi e impauriti. «L'enfer c'est les autres», diceva Sartre. Siamo la società della paura, associati nella paura, dissociati per la paura. Tu paura per me, io paura per te. Bruttina assai, la situazione umana. Tanti muoiono (la fila di camion militari carichi di salme, chi la dimentica?), tutti possiamo morire.Stiamo chiusi in casa, usciamo in fretta, l'indispensabile, per pane e latte e poco più. Le strade sono vuote, non c'è da guardarsi dalle auto, c'è silenzio. Non è poi così male. Leggeremo poi che l'aria è molto migliorata. Ci diamo coraggio: bandiere dai balconi, cartelli sui portoni «Andrà tutto bene», disegnati dai bambini. Si scherza, si canta, divertenti vignette su facebook: il 25 aprile, da qualche balcone «Bella ciao!», anche con la chitarra. Da altri balconi niente. Qualcuno avverte subito, dai primi dibattiti in tele-conferenza: è troppo innaturale per bambini e ragazzi il taglio della socialità (la scuola, i coetanei). La telescuola rimedia qualcosina, ma il più manca. Per i vecchi, altri problemi. Per quelli ricoverati è tragedia.La famiglia è valorizzata? Mah. Oppure, la solitudine accentuata? Si intensificano le comunicazionivia web, grande scoperta il lavoro da casa, più ancora che la scuola da casa. Anche qui, però, discriminazione secondo le possibilità: chi deve lavorare fuori per forza, chi con maggiori contatti pericolosi, come le cassiere dei supermercati: un giorno il papa le nomina nella preghiera delle settealla tv, seguita da molti. La tv è la finestra più grande: da lì si può uscire. Ci si fida del governo e dei medici: cos'altro si può fare? Verrà poi, a emergenza calante, l'accusa estremista al governo di aver fatto un esperimento totalitario. Anzi, di avere inventato la pandemia, che era «una normale influenza». Salvo moltiplicare le morti naturali.Spicca il ruolo morale di papa Francesco: alle 7 del mattino, e la sera del 27 marzo in piazza S. Pietro deserta: c'eravamo tutti, empi e pii. Un grande momento di uguaglianza: «Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato». «Nessuno si salva da solo». Intanto, le chiese senza messa. Crisi di quella religione che respira principalmente nei momenti rituali. Discussioni sulla necessità o meno del clero e del rito sacro, sulla fede «in spirito e verità», e rivendicazione dei vescovi verso lo stato, e il papa che dice di tutelare anzitutto la salute fisica, e lo scandalo dei tradizionalisti. Le preghiere contro il virus (anche il papa), oppure per invocare lo Spirito che ci sostiene e ci guida? Il mondo, in conclusione, è insicuro: si sa che arriverà un altro virus dopo questo. L'equilibrio tra le specie selvagge e la specie umana è rotto, col disastro ambientale in corso. Abituarsi all'emergenza. Mascherine sul viso per tutta l'estate, e oltre, probabilmente. Una paura aggiunta a quella ambientale e atomica. Poi, al primo sollievo, il tuffo nella vita piacevole precedente: movida, mare, viaggi, imprudenze. Ma i dati calano (salvo Lombardia e Piemonte, e cominciano le cause giudiziarie) e dunque, via!
Specialmente i giovani.E le conseguenze economiche: crisi di portata storica, crollo del Pil, imprese fallite, posti di lavoro perduti, famiglie nel bisogno, code ai centri di ascolto (parrocchie, conventi, moschee, associazioni,banco alimentare...) dove si distribuiscono cestini alimentari completi. Meno male che c'è l'Europa, e l'euro, quello da cui certuni volevano uscire.La prima immagine è su un cestino, calato da un balcone a Napoli: «Chi può metta, chi non può prenda». Poi un po' dappertutto. L'effetto più sano del virus: altri hanno bisogno, non sono soltanto un contagio. Socialismo spontaneo, il migliore.Insomma: apprendimento, o stolto oblio? A noi rispondere nei fatti.