martedì 17 dicembre 2019

A cosa serve?

A cosa serve?
A che serve la poesia? Vecchia domanda. Che cosa è? È tutto il gran lusso superfluo dell'arte. I ricchi la comprano, credendo di potersene servire. Re, papi e imperatori hanno comprato arte, e, al di là delle loro intenzioni di fregiarsene (salvo casi eccezionali di potenti intelligenti), l'hanno aiutata, favorita, sostenuta, alimentando artisti. L'arte è più ricca di loro, perché non si chiede che cosa può e che cosa vale. È, e basta. Si tocca l'arte quando si è più di quel che si è. C'è arte nel disegno di un bambino, anche nei più goffi tentativi, come se io mi mettessi a disegnare. C'è bellezza in un sasso sulla via, senza il quale non c'è la bellezza del Cervino. Dal disegno di un bimbo, fino alle opere che vivono millenni, e fanno vivere. Sappiamo che c'è differenza, certamente. Differenza entro uno stesso fenomeno. Ci sono varie teorie, eccome, sull'arte. L'importante è che è inutile, non serve. Perciò è necessaria come il pane. Tanti lo hanno già detto. Ma tanti continuano a chiederselo, a non saperlo. La cultura non si mangia, indimenticabile detto di un ministro di governo. Infatti, l'umanità degli esseri umani non si mangia. Eppure servono, le opere d'arte. Servono a dire che non tutto serve. A dire che c'è libertà, e che nulla è più necessario della non-necessità. Tutto comincia lì. Questo è il bello.
e. p. (aprile 2019)




lunedì 16 dicembre 2019

Anna Bravo, storica del sangue risparmiato

        

(Italiano) Anna Bravo, storica del sangue risparmiato

ORIGINAL LANGUAGES, 16 Dec 2019
        Anna Bravo
9 Dicembre 2019 – Nel rimpiangere di vivo cuore Anna Bravo, morta improvvisamente l’8 dicembre, trovo una delle sue parole che riassume bene la sua passione e la sua intelligente ricerca storica delle azioni di vita invece che di morte organizzata dalla guerra: «È un’idea malsana che quando c’è guerra c’è storia, quando c’è pace no. Il sangue risparmiato fa storia come il sangue versato» (p. 14 e 17 di La conta dei salvati).
Anna è la benemerita storica torinese che ha scritto sulla Resistenza, sulle donne, sul Sessantotto, valorizzando l’altra faccia della storia, quella più umana, più promettente . Chi non letto e amato i suoi libri, li cerchi, e troverà lo sguardo “diverso” che occorre sempre per aprire vie nuove rispetto alla passiva registrazione dei fatti che si impongono con clamore o violenza.
Cinque giorni prima di morire, come nessuno avrebbe immaginato, al convegno internazionale “Gandhi after Gandhi”, nel CLE, era stanca ma sempre gioiosa di lavorare con gli amici. Per fortuna, ho preso qualche scarno appunto dal suo intervento. Li riporto qui come mi è possibile.
Gandhi appartiene alla biopolitica, alla politica per la vita. L’ingiustizia genera nelle vittime avvilimento, senso di inferiorità. Gandhi ha trasmesso fierezza umana, per esempio vestendo come il più povero del suo popolo, e questo anche davanti all’impero. Sul piano simbolico questa è un’azione di vera forza.
Ogni imperialismo induce ad opporsi con gli stessi suoi metodi, violenti. Nell’inventare forti modi alternativi, sempre con aderenza precisa ai casi concreti, Gandhi ha saputo comunicare perfettamente con la gente semplice, facendo educazione e non demagogia: questa è capacità rara nelle guide politiche.
Nelle lotte nonviolente che ha guidato – p. es. in difesa dei contadini, dei coltivatori di indaco, danneggiati dalla produzione inglese – Gandhi ha saputo agire con la capacità di attendere il momento giusto, preparando con cura l’azione, senza esporre il popolo a gravi pericoli, senza umiliare la controparte, e non volendo stravincere.
La cultura torinese e il più ampio movimento per la pace giusta e nonviolenta, per la cittadinanza inclusiva e paritaria, per la memoria della storia più umana, deve tanta gratitudine ad Anna Bravo.
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Enrico Peyretti è membro della Rete TRANSCEND per la Pace, Sviluppo e Ambiente.

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sabato 7 dicembre 2019

Recensione - L'Antibarbarie, di Giuliano Pontara

Otto passi fuori dalla barbarie
di Enrico Peyretti (9641 battute)

Gandhi non è soltanto quella curiosa figura di uomo mite e tenace, vestito di pochi panni, per essere uguale ai più poveri del suo paese (tanto che a Churchill – si dice – sembrava «un fachiro seminudo»). Può darsi che, conoscendolo meglio, troviamo in lui l'esperienza, il pensiero, la "grande anima" (Mahatma, lo chiamava il suo popolo), in grado di proporre una via d'uscita, una alternativa da elaborare, al gigantismo vorace e distruttivo del modello di consumi e di vita occidentale, oggi esteso al mondo. Un modello che, analizzato nei suoi termini più crudi ed essenziali, appare, agli occhi più critici, una forma di barbarie, nonostante la crosta brillante e presuntuosa, ed alcuni indubbi valori umanistici, che del resto Gandhi seppe cogliere .
Giuliano Pontara, da giovane, per non fare il soldato, evase dall'Italia e fece l'immigrato in Svezia. Lavorando come vice-bidello in una scuola, studiò da solo (Aldo Capitini gli correggeva i compiti per corrispondenza), prese la maturità classica a Roma, studiò filosofia a Stoccolma, fino a diventare docente universitario. Tra vari lavori di filosofia analitica e filosofia pratica (da noi si chiama morale), sviluppò il suo interesse per Gandhi, su cui ha prodotto molti studi e, già nel 1973, ha raccolto la migliore antologia italiana di scritti, Teoria e pratica della non-violenza, presso Einaudi, a cui lo presentò Bobbio.

Una spietata verità
Il volume appena uscito, L'antibarbarie, amplia, rivede e aggiorna una prima edizione del 2006 (ne pubblicammo una recensione su il foglio nel n. 336, novembre 2006, p. 7). Che cosa dice Gandhi al presente momento della società umana mondiale? Egli ha mosso una corrente di morale e di pensiero, lunga e ampia, che oggi affronta l'imbarbarimento notevole delle relazioni sociali e politiche. Osserviamo anche da vicino questa barbarie, nel "linguaggio di odio" nel nostro paese, nelle politiche come volontà di "pieni poteri" (non lontana dal niciano Wille sur Macht), nel nazi-populismo che scinde il genere umano in "sicuri e respinti". E sul piano internazionale, invece della necessaria solidarietà davanti ai comuni pericoli, nella sorte umana sempre più indivisibile, vediamo opposte politiche di influenza a scopo di speculazione finanziaria, di particolarismo suprematista, nella follia dei crescenti armamenti.
È proprio vero quel che diceva Jacques Ellul nel 1972: «La nostra, più che l'età della violenza, è l'età della consapevolezza della violenza»? Non sempre, ma dove questa consapevolezza c'è, attiva, costruttiva di antidoti e alternative, la scuola di Gandhi è viva e preziosa. In questa linea, Pontara, ricevendo da un suo maestro, Harald Ofstad, sintetizza l'essenza del nazismo permanente e attuale in otto componenti caratteristiche di questa micidiale ideologia:
1. la visione del mondo come teatro di una spietata lotta per la supremazia; 2. il diritto assoluto del più forte; 3. lo svincolamento da ogni limite morale; 4. l'elitismo (diritto di dominio che una élite si attribuisce in quanto “superiore”); 5. il disprezzo per il debole; 6. la glorificazione della violenza; 7. il culto dell'obbedienza assoluta; 8. il dogmatismo fanatico.

Pericolosi moderati
Accettiamo questa spietata verità sul sistema di vita in cui siamo? Oppure lo vediamo come il migliore dei mondi possibili, con qualche difetto riparabile? Per Martin Luther King, il Gandhi americano, i "bianchi moderati" erano più pericolosi del Ku klux klan (Lettera dalla prigione di Birmingham, 16 aprile 1963). Le persone moderate, «con una superficiale comprensione», indebolivano il movimento dei diritti civili e lo spingevano ad accettare un intollerabile status quo. Lo richiama Giovanni De Mauro, direttore di Internazionale (22-28/11/2019, p. 5), che cita il ricercatore statunitense Jamie Aroosi: «Oggi siamo in una situazione simile». Tanto basta per impegnarci a pensare a fondo.
Per 60 pagine, nel primo capitolo, Della barbarie, l'Autore illustra la realtà storica e le espressioni teoriche, fino alle assolutizzazioni teologiche, di queste otto «componenti essenziali dell'ideologia nazista»: atteggiamenti, eretti a princìpi, di lacerazione della convivenza umana.
Da questo punto, Pontara interroga ed esamina l'alternativa globale proposta e praticata nella scuola gandhiana: l'uomo Gandhi, il politico, il suo pensiero; i temi della verità, della religione, della tolleranza e del perdono nella sua riflessione ed esperienza; il valore e i limiti del rispetto per la vita; il concetto di violenza e una gestione dei conflitti emancipata da tale mezzo, nella necessaria coerenza tra mezzi nonviolenti e risultati umani, liberi da sofferenza inflitta e da nuova sopraffazione.
Gandhi è più scienziato sperimentatore che filosofo e politico. Nella ricerca di verità e giustizia professa un "fallibilismo" disposto a correggersi continuamente, pur teso ad una verità che sta oltre ogni concezione che la cerca e la approssima, nella pluralità delle vie culturali, civili, religiose. Egli dice di fare «esperimenti con la verità» (titolo di un mio libretto elementare su Gandhi), con fede in questa Verità che è Dio, che è l'unità suprema di tutte le cose, e che egli scrive sempre con la maiuscola. «È la mia devozione alla Verità che mi ha condotto alla politica» (scrive nell'Autobiografia).
Nell'analisi della linea gandhiana si incontra anche il suo appoggio eventuale alla lotta violenta, ma sempre nella intensa chiarificazione della strategia nonviolenta, e della trasformazione dei conflitti. Ognuno di questi problemi è trattato da Pontara con riferimenti all'esperienza storica del Mahatma, nella più ampia riflessione critica.
Tutto un capitolo, Una società del benessere di tutti, tratta il socialismo nonviolento di Gandhi. Crescendo da moderato a rivoluzionario, per l'attuazione dei diritti umani, che vede discendere dai doveri, egli ha individuato e avviato esperienze di politiche e di economie dell'autosufficienza, dell'autocontrollo, dell'autogoverno, alternative al superindustrialismo e allo sfruttamento, in un quadro di armonia con la natura e di condivisione sociale, di «benessere di tutti» (sarvodaya), di ricostruzione della società dal basso. La grande proprietà privata, che deve essere produttiva per i bisogni di tutti, deve essere gestita come "amministrazione fiduciaria".

Uscire dalla barbarie
Quello gandhiana non è il sogno di alcune anime belle, ma una linea da conoscere e considerare, nella fatica storica, oggi che la crisi ambientale e il capitalismo predatore impongono profondi ripensamenti per poter riuscire a salvarci dal disastro globale.
Così, nell'ultimo capitolo, Pontara traccia i punti di una «uscita dalla barbarie», le alte alaternative a quegli elementi essenziali di nazismo visti all'inizio:
1. il mondo come teatro delle forze costruttive; 2. il primato della democrazia; 3. la subordinazione della politica all’etica; 4. l’umiltà dell’egualitarismo; 5. l’empowerment dei deboli; 6. la dissacrazione della violenza; 7. la responsabilità della disobbedienza; 8. il fallibilismo.
Se accostiamo a specchio le due serie di punti vediamo quale rivoluzione culturale ci propone il lascito di Gandhi, che non manca di camminare in alcuni esperimenti di continua ricerca, educazione, azione.
Il libro di Pontara è stato presentato vivamente da Pietro Polito e da Matrco Revelli, il 4 dicembre, nel Centro Studi Sereno Regis (la cui biblioteca contiene le centinaia di libri di e su Gandhi). È seguita la discussione, dalla quale raccolgo solo alcuni punti.

Pluralità delle vie
Come volgere in positivo il termine "nonviolenza" e lo stesso "antibarbarie" (solo per meglio intenderci, pur sapendo che non si modifica il linguaggio corrente)? Nonviolenza può dirsi anche (forse meglio?) con "non-nocività", "in-nocività" (che non è innocenza, qualità di chi, pur accusato, non ha nuociuto). La violenza ha tante forme, materiali, psichiche, culturali, che tutte sono offese o danni all'umano. Il nonviolento gandhiano èvuole farsi sempre più capace di "non nuocere", non fare danno, non infliggere sofferenza, non disprezzare, e così cerca di alleggerire il mondo dal peso del dolore, anche caricandosene, se necessario per trasformarlo.
Nel linguaggio di Gandhi si trova "satyagraha", "forza della verità", che esprime il mezzo costruttivo di lotta, quella verità profonda che unisce tutte le cose, e dà la capacità anche di soffrire per comporre l'unità nella diversità, senza nulla sopprimere, come invece fa la violenza. E l'uscita dalla barbarie che cos'altro è se non ritrovare il fondamento umano? Ma cosa è umano? Come risolviamo l'amibiguità di male e bene, di miseria e grandezza, che è in tutti noi? Gandhi non è semplicista. Assume tutta la realtà, e lotta perché offesa, dolore, negazione, siano avvolte e risanate dall'azione che riconosce e costruisce. Non è forse una politica dell'amore, quella di Gandhi, se l'amore vuol dire rispetto, accoglienza e liberazione della vitalità in tutti?
In modi e misure diverse, le spiritualità e le religioni umane esprimono questa ricerca, tra limiti e contraddizioni. Ma tutte, nella visione di Gandhi e dei suoi discepoli, camminano su una pluralità di vie e unità di orizzonte. Che nessuna via offenda l'altra, ma, nell'apprendimento reciproco, nello stimolo della ricca e bella varietà, l'umanità cerchi la propria umanizzazione, uscendo dalla vergogna del disconoscerci e farci male.
Ma come riconosciamo, in noi e negli altri, l'umano, ciò che è degno di rispetto, inviolabile, perché supera se stesso, tende oltre e alto? «All of our humanity is dependent upon recognizing the humanity in others», dice Desmond Tutu.

Giuliano Pontara, L'antibarbarie. La concezione etico-politica di Gandhi e il XXI secolo. Edizioni Gruppo Abele, Torino 2019, pp. 347, euro 24,00

lunedì 2 dicembre 2019

Bozza per un articolo sulla immoralità e illiceità del possesso di armi nucleari.

Bozza per un articolo sulla immoralità e illiceità del possesso di armi nucleari.

«L’uso dell’energia atomica per fini di guerra è immorale, come allo stesso modo è immorale il possesso delle armi atomiche, come ho già detto due anni fa. Saremo giudicati per questo dalle nuove generazioni.. Come possiamo parlare di pace mentre costruiamo nuove e formidabili armi di guerra? E mentre giustifichiamo determinate azioni illegittime con discorsi di discriminazione e di odio?», ha detto papa Francesco a Hiroshima.
A Nagasaki ha detto: «La corsa agli armamenti spreca risorse preziose che potrebbero invece essere utilizzate a vantaggio dello sviluppo integrale dei popoli e per la protezione dell’ambiente naturale. Nel mondo di oggi, dove milioni di bambini e famiglie vivono in condizioni disumane, i soldi spesi e le fortune guadagnate per fabbricare, ammodernare, mantenere e vendere le armi, sempre più distruttive, sono un attentato continuo che grida al cielo». La spesa per gli armamenti è giunta, dicono gli analisti, a 1800 miliardi di dollari, nel 2018.
Le armi, che si giustificano contro gli attentati, sono dunque esse stesse un attentato. E non solo perché costano moltissimo agli stati che devono provvedere alle necessità vitali degli umani e alla custodia della terra, ma perché procurano fortune criminali a chi le fabbrica e le vende, imprenditori privati e gli stati stessi.
Giovanni XXIII disse «la guerra è fuori della ragione». Francesco aggiunge una nuova definizione alla pace: «La vera pace è disarmata», perché «le armi, ancor prima di causare vittime e distruzione, hanno la capacità di generare cattivi sogni, (...) falsano la psicologia dei popoli. La vera pace può essere solo una pace disarmata».
Le armi, specialmente le più minacciose, corrompono l'animo dei popoli. Lo diceva anche il pensiero più razionale: «Il possesso della forza (Gewalt) corrompe inevitabilmente il libero giudizio della ragione». (Immanuel Kant, Per la pace perpetua, Secondo supplemento: «..weil der Besitz der Gewalt das freie Urteil der Vernunft unvermeidlich verdirbt»).
Compito primo della politica è salvare la vita. E oggi la vita si può salvare solo con una politica per la Terra, dettata da una Costituzione mondiale, cosmopolitica.
Ma è proprio per salvare la vita – dicono – che le politiche fino ad oggi si sono affidate alle armi. Così sono entrate nella follia, che è l'escalation della minaccia, in quantità e in potenza. Ma oggi la sorte umana è comune, indivisibile: quel che poteva valere nella logica parziale di una fazione di umanità (gli stati illusoriamente "sovrani"), oggi non vale più. Nessuno si difende da un altro con mezzi distruttivi, senza minacciare a se stesso la propria distruzione.
E prima della distruzione fisica, la logica della minaccia è distruzione morale, della stessa dignità del soggetto minacciato, tanto quanto del minaccioso.
Simone Weil: «La forza che uccide è una forma sommaria, grossolana della forza», ma ce n'è un'altra più sorprendente: «Quella che non uccide ancora. Ucciderà sicuramente, o ucciderà forse, ovvero è soltanto sospesa sulla creatura che da un momento all'altro può uccidere; in ogni modo muta l'uomo in pietra». E' il potere di «mutare in cosa un uomo che resta vivo. E' vivo, ha un'anima; è, nondimeno, una cosa. (...) L'anima non è fatta per abitare una cosa: quando vi sia costretta, non vi è più nulla in essa che non patisca violenza». «Si tratta di un'altra specie umana, un compromesso tra l'uomo e il cadavere», contraddizione che strazia l'anima. La condizione delle vittime, degli schiavi, «è una morte che si allunga, si stira per tutto il corso di una vita». Questa morte artificiale e organizzata è solo la punta più visibile e orrenda della violenza, che si ramifica nel profondo in tutte le forme di dominio.
Simone Weil legge nell'Iliade un'altra verità: «Tanto spietatamente la forza stritola, altrettanto spietatamente essa inebria chiunque la possieda o creda di possederla». (Simone Weil, L'Iliade poema della forza, 1939, in La Grecia e le intuizioni precristiane, Rusconi, Milano 1974).
Altrove scrive: «L'esercizio della forza è un'illusione. Nessuno la possiede: essa è un meccanismo». «Vincitori e vinti sono fratelli nella stessa miseria». (Giancarlo Gaeta, Simone Weil, Fiesole 1992, p. 137, cita Quaderni III, Adelphi, Milano 1988, p. 158).
«Tutto ciò che è sottoposto al contatto con la forza è avvilito, comunque avvenga il contatto. Colpire e essere colpiti è un'unica e medesima impurità» (Gaeta, op. cit. p. 124, cita L'ispirazione occitanica, 1940, trad. di Giancarlo Gaeta, in «In forma di Parole», II, 1983, pp. 90-112).
Ma, si dice guardando alla storia,, è stata proprio la Mutua Distruzione Assicurata (MAD = pazzo) che ha evitato l'apocalisse nucleare durante la Guerra Fredda. Sì, ma quante sono state le situazioni di rischio estremo, evitate fortunosamente, per un pelo? Si conosce il caso di Stanislav Petrov, il 26 settembre 1983, ma quanti altri? Affidarsi al caso o alla saggia prudenza? Se è nadata bene nel passato, si può sfidare l'apocalisse nel futuro prossimo?
Il 7 liglio 2017 l'assemblea dell'Onu ha votato il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW), che rende illegittimo il possesso di queste armi. Per entrare in vigore, c'è bisogno della ratifica di cinquanta stati. La Santa Sede è il primo stato che ha aderito. Fino al 25 novembre, sono 34. L'Italia non ha aderito Una campagna di base insiste da due anni al motto «Italia, ripensaci!». La Campagna internazionale contro le armi nucleari ICAN è Premio Nobel per la Pace 2017.
Bene, con tutto ciò in Italia stazionano, sotto controllo Usa, 70 ordigni nucleari nelle basi Usa di Ghedi, a Brescia, e Aviano, Pordenone.  É prevista, nel 2020, una loro progressiva sostituzione con nuovi modelli, B61-12, adatti ad essere trasportati con i caccia bombardieri F35, al cui acquisto il governo ha da poco rimosso ogni limite. (https://www.cittanuova.it/armi-atomiche-italia-cambiare-possibile/).
Il possesso e detenzione di armi atomiche è politica morale e saggia? Detenere un'arma a scopo di deterrenza, e non di uso, è in sostanza un falso: non c'è alcuna deterrenza nei confronti dell'avversario pericoloso, se non c'è la disponibilità all'uso di quell'arma. E questo vale, in misura terribile, anche per le armi nucleari. Perciò il loro semplice possesso è immorale, come dice papa Francesco, perché è effettiva minaccia di enorme strage, che nessuna tensione politica può giustificare [ ]

sabato 30 novembre 2019

Meditazione sul tempo, 1 dicembre 2019

Domenica 1 dicembre 2019 - Avvento - Meditazione sul tempo
Mi pare che il tempo spirituale dell'avvento guardi ben oltre l'attesa del giorno della nascita di Gesù (convenzionalmente fissata nel soslstizio d'inverno). Mi pare che suggerisca di raccogliere da buone fonti qualche riflessione sul tempo.
Dio viene in Gesù in modo eminente, nella “pienezza dei tempi”, e viene sempre.
Come pensiamo Dio? Nel passato, all'origine (sì, anche) ma alle nostre spalle? Oppure lo pensiamo di fronte, all'orizzonte, che ci viene incontro?
Il tempo viene: ogni giorno è l'occasione nuova: non solo quella eccezionale, ma sempre l'occasione quotidiana: il tempo è una sorgente continua, non una cascata che va giù.
Ogni giorno e ogni momento sono importanti, decisivi: il “momento buono” (kairos) è sempre ora, davanti a noi.
Attendere lui, non solo la sera di Natale. Il vero natale è nascere e rinascere noi con lui ogni giorno. Vivere in avanti, anche da vecchi. Il bello deve ancora venire.
È bello ricordare, ma non con nostalgia (= dolore del ritorno impossibile), non voltati indietro. Chi muore, diciamo che “è tornato” alla casa del Padre. Forse meglio: è “arrivato” alla casa del Padre
Diventare “come bambini”: guardare avanti, crescere, andare incontro, scoprire le novità, con curiosità, sempre in movimento, anche inciampando! Così si cammina!Avere desideri! «Il tuo desiderio è la tua preghiera» (S, Agostino). Siamo esseri aperti, chiamati: «Il mio essere ha sete di te, o Dio!» (salmi).
Vivere è muoversi, cambiare, andare incontro all'avvenire che viene. Facciamoci trovare vivi dalla morte: «Attraversare la morte da vivi» (Carlo Molari)
La fede guarda avanti, non è una dottrina fissa: è fiducia, passi nuovi, tutta rivolta in avanti, è sporgersi in fuori, oltre la sicurezza.
«La Scrittura cresce con chi la legge» (S. Gregorio Magno): cioè, si capisce meglio, in modi nuovi. Fedeli e nuovi. «Lo Spirito vi guiderà in tutta la verità» (Gv 16,13). La fede cambia per essere fedele, come la vita cresce sempre: siamo sempre noi e siamo sempre altri. La Scrittura non è un libro chiuso: «Se non l'avessimo, potremmo scrivere noi la Bibbia, perché abbiamo lo stesso Spirito» (Gregorio Magno, sottolineato da Benedetto Calati).
La tradizione è preziosa, ma non è fissa, non è una statua morta, come pensano i conservatori-ripetitori, che si oppongono a papa Francesco e al Concilio. Disse papa Giovanni all'apertura del Concilio: «Una è la sostanza dell'antica dottrina della fede, altra è la formulazione del linguaggio con cui viene trasmessa» nelle diverse epoche e culture. «La Scrittura cresce con chi la legge», cioè dice cose nuove, cambia perché è viva. Ciò che è morto non cambia mai.
Avvento vuol dire: tutto comincia ora, continuamente è un inizio. Vivere è vita più vita. Vivere è nascere sempre, anche con fatica, sbagli, cadute e riprese, e scoperte.
Avvento vuol dire: Dio viene. Ci dà sempre nuova vita.
Più cresce la vita, più è vinta la morte. Gesù risorge perché è molto vivo, infinitamente vivo. Ucciso davvero, ma la morte non poteva trattenere una vita così viva. Questo è dato anche a noi. La vita viene, non si perde, perché Dio viene.

Noi siamo di sinistra

Noi siamo di sinistra. Che non è affatto essere neo-stalinisti. Tutto il contrario. Lo stalinismo non era di sinistra, perché imponeva una terribile diseguaglianza fra la nomenklatura e il popolo, e dava un pane duro facendolo pagare al prezzo inaccettabile della libertà.
L'irrinunciabile triade della modernità – libertè, égalité, fraternité – non può essere mutilata di nessuna delle tre colonne-obiettivi-valori.
Sono tre nomi di verità antiche come l'umanità, alte come lo spirito, nuove come l'avvenire.
La libertà e l'eguaglianza si sono comportate come sorelle nemiche: l'una toglie all'altra. Ma se diventano sagge, imparando dalla fraternità, vedono che si è liberi solo se si è uguali in dignità e valore, e mezzi per vivere; e si diventa uguali se si è liberi dall'egoismo insano che ruba agli altri, e se gli altri sono liberi come noi.
C'è una verità nel mito del monogenismo in Adamo: siamo tutti dello stesso ceppo, e nessuno può dire all'altro: mio padre è più grande del tuo.
Nazionalismi e razzismi sono nanismo politico: il problema degli uni è il problema di tutti.
La sorte umana è ormai unica. La cosmpolitica si articola in buon vicinato, e il vicinato è intelligente se opera nella causa comune.
La «fraternité sans terreur», indicata da Sartre, si incontra con la nonviolenza attiva praticata e insegnata da Gandhi.
La politica diventa arte della convivenza umanizzata quando ha il coraggio di emanciparsi dal potere come dominio, dalla violenza e dai suoi strumenti: la menzogna per ingannare, le armi per terrorizzare.
L'economia si umanizza quando non ingrassa il capitale che divora le vite, ma quando il lavoro e l'ideazione nutrono ogni vita e hanno cura della terra che ci dà vita.
La cultura e le religioni animano la convivenza con la visione e il sentimento della profonda comunione umana.
Noi vogliamo vivere la cittadinanza locale e cosmpolitica, facendo le nostre scelte più lontano possibile da nazionalismi, xenofobia, razzismo, e poteri concentrati, non distribuiti; e vogliamo sostenere il più possibile politiche costruttive di libertà, eguaglianza, fraternità.
Noi siamo di sinistra.

mercoledì 27 novembre 2019

La festa della sorpresa
Enrico Peyretti – 450° articolo pubblicato su Rocca (n. 21, 1 novembre 2019), Assisi (www.rocca.cittadella.org)
Noi diciamo “compleanno”, cioè: «hai completato un altro anno; ce l'hai fatta; avanti!». E insieme ai complimenti, ti auguriamo di vivere ancora, e anche meglio: «Ad multos annos!».
Tedeschi e inglesi dicono “giorno della nascita”, cioè natale. Quella tua data è il tuo natale. È festa perché sei nato. Non c'eri, eri niente, e poi sei nato. Lo straordinario non è che sei vivo, pur invecchiando. Lo straordinario è che sei nato, comparso dal nulla. Biologicamente lo sappiamo: i gameti dei tuoi genitori. Loro potevano desiderare un figlio, una figlia, ma di te persona unica, originale, nessuno poteva sapere nulla. Nessuno è uguale a te, né prima, né dopo. Per questo ti facciamo regali: è la festa di una sorpresa.
L'origine è novità, è mistero. Non ti appartiene. Tutto il seguito, fino ad oggi, sei tu. Ma la tua origine non sei tu. Tu sei e resti mistero, che non si può dire. Il fenomeno è afferrabile, l'origine no.
Noi non possiamo risalire alla nostra nascita, all'origine, o (se volete) all'Origine. L'origine ci è data. Noi siamo dati: dati a noi stessi, e all'esistenza. Siamo creati, dice la tradizione, quindi contingenti, per nulla necessari. Poi, siamo novità unica, preziosa, inviolabile. Siamo anche creatori, aggiungiamo realtà, cambiamo le cose, e noi stessi. Possiamo fare mille cose, eccetto la nostra origine. Appare quando appariamo noi, ma non possiamo risalire a toccarla, a prenderla, a definirla.
Raimon Panikkar dice che abbiamo tutti una fede costitutiva, apertura esistenziale, cicatrice permanente, come l'ombelico nel corpo, la firma della mamma. Se respiriamo e viviamo è per fede in quel fatto unico, primo: il nostro essere posti, l'essere nati, è un valore. Qualunque cosa facciamo, noi poggiamo su quella base, ci fidiamo di essa.
Solo in una vita così disgraziata da maledirla (come Giobbe: «Maledetta la notte che ha detto: è stato concepito un uomo!»), solo allora (forse) non abbiamo fede. Ma se nel prossimo minuto continui a respirare, tu hai fede nella vita, nelle possibilità di quell'evento originario fuori dal nulla. Se lotti per emergere dalla malasorte, per un po' di felicità, è perché credi nella tua origine. La puoi chiamare in tanti modi: Dio, la natura, il caso, l'evoluzione, l'ātman, il brahman, il vangelo, come pensi tu, con il linguaggio che hai trovato. In tante lingue e visioni dici quella radicale gratitudine e sorpresa che ti costituisce nella dignità, nel diritto, nell'impresa di vivere. La scienza che vede e tocca, parla del seguito, ma l'inizio è mistero, è quel silenzio che precede la parola, l'invisibile terreno da cui nasce il tentativo di dire ciò che non si può né si sa dire. Abbiamo e non abbiamo la nostra origine. Le crediamo.
Questa fede coincide con la vita, prima di essere detta con una parola, una immagine, una credenza, una storia, un simbolo, ed è fede universale. Lasciamo che quella origine mai vista sia detta e pensata in tanti modi: le vie per guardare lontano, all'ultimo - o al primo - orizzonte, sono tante, e tutte mormorano un tentativo, e nessuna lo afferra, nessuna lo de-finisce. Vie gloriose delle sapienze umane, tutte vie balbettanti, eppure luci sul cammino.
Festeggiamo il tuo compleanno, il tuo natale, la tua origine, che di nuovo ci sorprende, anche se sei già carico di anni. E non allontaniamoci, non allontanarti tu dalla tua nascita. Cammina oltre, dovunque puoi, ma non allontanarti da là. Diventa sempre bambino. Tu, come tutti noi, sei quell'origine, che però non puoi afferrare e stringere. Perciò la festeggiamo. Siamo tutti ricchi e poveri di quella scintilla, ognuna unica e nuova. Tu, io, tutti siamo figli, una fraternità di generati. Stiamo cercando chi siamo, anche dopo tanti compleanni. Se siamo fatti di origine, di inizio, di aggiunta, di inedito, e se abbiamo proseguito ad aggiungere, ad essere vivi, se è davvero così, che cosa ancora si compirà fino in fondo a questa sorpresa che è la vita?