lunedì 3 luglio 2017

Sulla musica
Dico quello che già sapete
Non sono un intenditore. Ascolto qualche concerto, accendo musica classica qualche volta, mentre leggo o scrivo. Durante un concerto pianistico, appunto, mi interrogo su questo bene, questa bellezza pungente e consolante che viene a me. E subito non è più, la musica, fiume di tempo che danza a gocce, scintille, sussurri, esplosioni, correnti. Scompare, e ancora risuona (ri-suona). Linea sinuosa senza dimensione nell'udito, dove fluisce, più che parola. Materia dissolta in spirito, e nuova materia mentale, effetto fisico. Resta e non resta, perduta non si perde. Il volo d'uccello si vede, e non lascia segno. Il suono si sente, ti tocca e non ha corpo. È un'anima, è danza del vento, spirito. Vola via dallo strumento, e se la ride, e piange perduta. Non la tieni e non la perdi, è aria scolpita, colore invisibile. Una nota è già l'altra, e non è più. Ma sono entrambe, sono insieme. Le note perdute fanno collana, sono un continuum. È scala, scalata, caduta, corsa e silenzio, fatica e danza, flusso di presenza e assenza. Memoria e sorpresa. È mondo e non è mondo. Piacere e smarrimento, novità che irrompe, e nostalgia. Ferisce e guarisce. Accorda e urta. È contraddizione, è cosa e non è cosa. La parola indica cose, la musica no: invia sensazioni, ti tocca e non la tocchi. Tra la parola e la musica, si trova la poesia. Una porta d'uscita e d'entrata, in entrambe le direzioni.
Il fascicolo col programma del Conservatorio porta in ultima pagina cinque definizioni della musica, di Platone, di Johann Sebastian Bach, di Nietzsche, di Stravinskji, di Elvis Presley. Tutte giuste, tutte insufficienti. Perciò oso anch'io dire queste ovvietà.
e. p.


sabato 3 giugno 2017

1962-2012
Ri-apriamo il Concilio
(pubblicato su il foglio n. 393, giugno-luglio 2012, www.ilfoglio.info)
Intervento nel convegno “Chiesa di tutti chiesa dei poveri”, nel 50° del Concilio, Roma 15-9-2012

Per chi è nato dopo gli anni '70, il Concilio Vaticano II è archeologia. Oggi, in un mondo minacciato da molti pericoli e molte paure; in una Chiesa che si difende, che ammonisce e rimprovera più che animare e incoraggiare; oggi, per il popolo vario dei variamente credenti in Dio, che cosa vale ricordare i cinquant'anni dall'apertura di quel Concilio?
Chiesa giovane e coraggiosa
Anche chi ne sa molto poco, sa che fu un momento assai vivo della Chiesa, in un tempo storico di speranza e di slancio. Tanto che oggi, col senno di poi, sembra che allora si sia peccato di ottimismo riguardo alla storia successiva. Ma la Chiesa fu in testa ad un movimento di ripensamento e di messa in discussione di molte strutture e idee della vita comune. La Chiesa appariva giovane e coraggiosa.
Sacerdozio comune
Ebbe il coraggio di aprire alla partecipazione attiva del popolo cristiano la liturgia fino ad allora supersacrale e riservata al monopolio del clero separato. Avviò la trasformazione della forma di Chiesa da piramidale papo-centrica assoluta, a popolare, comunitaria, sinodale (che significa “camminare insieme”). Il sacerdozio comune di tutti i seguaci di Cristo tornava a valere più di quello di un clero sacralizzato, con forme di vita strane e separate da quelle di tutti.
Altra immagine di Dio
La stessa immagine di Dio, rivelato come Padre da Gesù, mutò da Grande Padrone che esige adorazione, da Giudice cui nulla sfugge, a Padre anzitutto amoroso e misericordioso - «misericordia voglio, non sacrifici» - , e spirito che anima e scalda i cuori. Davvero cambiava la teologia, l'idea che avevamo di Dio, nientemeno, e faceva spaventare gli arcigni guardiani della sua concezione padronale.
Morale dell'amore
Le leggi morali, preoccupanti e incombenti, perciò spaventose, col ritorno alla lettura dei Vangeli si riassumevano nel «comandamento nuovo» di Gesù, l'amore che compie tutta la legge e la giustizia.
Fraternità col mondo
Il rapporto della Chiesa col mondo moderno passava dal corruccio maledicente alla fraternità rispettosa: affidandosi alla libertà e ai diritti di tutti, la Chiesa perdeva la fede nel potere temporale e relativizzava molto i concordati; si parlava di fine dell'era costantiniana, che non aveva crocifisso Gesù, ma, peggio, ne aveva fatto una gamba del trono imperiale; e di fine della cristianità, cioè della finzione e illusione che la società intera fosse evangelizzata con un battesimo a pioggia, e coincidesse con la Chiesa, che aveva parte nel governarla, collaborando coi potenti di turno.
Chiesa povera di potere
Chiesa dei poveri” in Concilio voleva dire Chiesa povera di potere, ricca solo della forza mite del Vangelo affidatole, vissuto e annunciato, in umiltà, con umili mezzi. Leggera e spoglia di potere, la Chiesa poteva riconoscere le vittime di tante violenze, e spendersi tutta per la giustizia e la pace.
Altre luci per la coscienza
Così, libera dalla pretesa di avere tutta la verità, su Dio e su tutto, la Chiesa stava imparando a rispettare altre luci per vivere, nelle altre religioni, nelle culture ad essa esterne, e in ogni cammino umano sincero, sicché giunse a capire che non ci sono diritti della verità sull'errore (anche diritti penali, fino al rogo purificatore), ma ci sono diritti della persona umana che cerca, cammina, un po' trovando, un po' errando, un po' donando e ricevendo nella «fecondazione reciproca» (Panikkar), che è la regola del crescere nella verità. Insomma, la Chiesa scopriva la libertà religiosa, facendo implicita penitenza della propria secolare occupazione coloniale dell'isola della verità, una roccaforte armata, una verità rocciosa, non un prato fiorente scaldato dalla luce viva, dai molti raggi.
Rivoluzione-conversione
Tutto ciò ed altro, è stata una rivoluzione. Nulla di meno. Strana rivoluzione, quella che non coltiva un progetto utopico, ma ritrova la genuinità attingendo di nuovo alla fonte originaria. La rivoluzione fu il lungo movimento, sfociato nel Concilio, di ritorno dal cristianesimo ecclesiastico alla fede biblica evangelica. Come rimuovere un pietrame che otturava la sorgente. L'antico nativo era il vero nuovo futuro. Naturale che ciò abbia terrorizzato i pavidi e allarmato i padroni custodi del sistema precedente, amante di se stesso, più che dell'umanità assetata. Naturale che, rispettando e omaggiando lo forme, questi abbiano cercato di svuotarne la viva novità. Il cardinale Siri profetizzò che sarebbero occorsi 40 anni per rimediare ai danni del Concilio. Ci siamo, e oltre. In buona parte si è rimediato, con una potente azione congelatrice.
Fuori dal congelatore
Ma il seme evangelico non è morto. Ora, dal congelatore monumentale portiamolo di nuovo a fecondare il terreno caldo e umido della vita quotidiana personale, delle piccole Chiese fraterne senza potere sociale. Il nostro disagio e lo scontento sano e impegnato che in questi anni, in tanti modi e in tante reti, ha preso liberamente la parola, esercitando la propria responsabile funzione nella intera Chiesa, hanno l'occasione, in questo cinquantennio, dal 2012 al 2015, di ri-accogliere il dono del Concilio, di raccontarlo ai giovani, di realizzarlo in tutti i luoghi della Chiesa “in stato di concilio” (come si diceva allora), di proseguire un riesame teso solo alla forma evangelica.
Questioni aperte
Anche perché ci sono questioni lasciate aperte dal Concilio di allora: i ministeri ecclesiali ancora sacrali e maschili, perciò ridotti senza motivo; i rapporti della Chiesa coi poteri sociali e politici, di convivenza più che di profezia; l'etica, fissata su alcuni punti certamente importanti del rispetto della vita, ma troppo poco annunciatrice e liberatrice sulle sistematiche offese delle potenze contro la vita, nel dominio economico e culturale, nelle guerre strumentali, nell'economia dell'ingiustizia, della fame e della rapina. La Chiesa parla e si impegna, a vari livelli, per correggere il costume banalizzante, nichilista, che corrode la solidarietà sociale e universale, ma è credibile solo dove si svincola, fisicamente e spiritualmente, dall'abbraccio interessato dei potenti. Il cappellano di corte, di palazzo, di banca e di caserma, predica un vangelo falso, tanto per i ricchi come per i poveri, se non riparte dal vangelo di giustizia del Battista e di Gesù. Non ci è facile dare questo avviso, perché sappiamo che riguarda anzitutto ciascuno di noi, in prima persona.
(da il foglio n. 393, giugno-luglio 2012; www.ilfoglio.info )

Pericolo di guerra. Che fare? | Enrico Peyretti


L’opinione pubblica internazionale assiste impotente allo scivolamento verso scenari di guerra aperta, in assenza di una mobilitazione che ottenga per tempo dai governi saggi passi indietro. Non c’è solo il terrorismo nella “guerra mondiale a pezzi” da tempo in corso, che può condurre a esiti incontrollabili. Sentiamo questo allarme, che sollecita riflessioni, dibattiti, impegno. Ma è davvero immaginabile un confronto militare diretto tra Occidente e Russia? Cosa si può fare?
Non porta molto avanti l’analisi delle diverse responsabilità nella storia, sia prima sia dopo la fine della Guerra Fredda, nel 1989, seguita da nuove guerre di interessi, mascherate da “guerre di civiltà”, come confessava il Nuovo modello di difesa italiano del 1991. Non serve a molto accusare di più l’influenza o dominio geopolitico occidentale, o di più l’espansionismo rivendicativo della Russia umiliata (trattamento sempre pericoloso). Serve che i popoli ottengano che tutti abbassino le minacce e le contro-minacce.
Che fare? La grande mobilitazione mondiale del 15 gennaio 2003 e la campagna popolare delle bandiere non impedì la 2a guerra all’Iraq. Allora, siamo impotenti? Mail-bombing sui governi? Preghiere in piazza delle varie religioni? Digiuni pubblici, non come ricatti, ma assunzione del dolore su di sé per toccare le coscienze? Messaggi al “nemico” per indurlo al dialogo? Elezione di un “ministro della pace”, come chiedevano Aldo Capitini e, in Parlamento, Tullio Vinay (cfr. il mio La politica è pace, Ed. Cittadella 1998, pp. 46-49)? Una dichiarazione-richiesta di pace concordata al “nemico” dell’Occidente, Putin? Una uguale dichiarazione-richiesta all’alleato Usa?
Sappiamo già che nessun segno o manifestazione è visibile se non ha forza sui media! Inchinarsi alle regole dei media?
L’azione più profonda che può avvenire è l’evoluzione mentale-morale (ciascuno in se stesso perché cresca in tutti) dalla ideologia della fatalità della guerra alla capacità di trasformazione-soluzione nonviolenta dei conflitti. Non è utopia disperata perché la cultura corrente ha ancora da scoprire la storia del “sangue risparmiato” (Anna Bravo), occultata dal fracasso delle guerre e da chi le celebra. Ci sono storie consistenti di lotte nonviolente, mezzi giusti per la giustizia, poco conosciute e considerate.
In questo impegno sappiamo bene che la giustizia non è affermata nella storia se non come frammenti profetici, apparizioni e non installazioni vincenti, ma sempre come tensione-aspirazione insopprimibile, nerbo e orizzonte della storia pur oscillante, ubriacata da qualche follia.
Ma oltre i tempi profondi e lunghi, occorre agire e proporre decisioni sui tempi brevi, perché troppe vite soffrono e muoiono, offese e vilipese, la storia umana è deviata dal suo senso, l’umanità intera è minacciata. Perché possa avvenire questa evoluzione umana bisogna rimuovere la causa che blocca il riconoscimento reciproco e divide l’umanità: la causa è la volontà di potenza, il capitalizzare ricchezza anche a danno altrui, la conquista di ricchezze sottraendole ad altri, l’influenza sulle terre ricche di risorse sottratte a chi le abita, e tutto ciò nella sottoconsiderazione dell’umanità altrui. Francesco vescovo di Roma, sull’aereo per la Polonia, il 27 luglio 2016, ha detto: «C’è guerra di interessi, c’è guerra per i soldi, c’è guerra per le risorse della natura, c’è guerra per il dominio dei popoli: questa è la guerra. Qualcuno può pensare: “Sta parlando di guerra di religione”. No. Tutte le religioni vogliamo la pace. La guerra, la vogliono gli altri. Capito?». È un’accusa al capitalismo liberista, della libertà senza giustizia.
Il problema della guerra – che è solo la più vistosa e ripugnante delle tre forme della violenza (diretta, strutturale, culturale) – è problema antropologico: quale relazione tra gli umani? Soci (socialismo non imposto) o rivali (competizionismo sfrenato)?
Ed è perciò problema politico: della “polis”, della città, dei “molti insieme”, del “mio” che non è contro il “tuo” perché sono entrambi il “nostro”. L’obbligo reciproco è originario (Simone Weil), prima del contratto sociale, perciò prima di rapporti politici imposti dal più forte. Nella politica umana la libertà è indivisibile: io non sono libero se non lo sei anche tu, e anche lui. Ed è la giustizia – assicurare ad ognuno la sua dignità, la possibilità di vita umana – che regola la libertà, che rende liberi. Non è la libertà di “libere volpi fra libere galline”, cioè il “lasciar fare” tra forti e deboli, che possa produrre giustizia, e dunque pace giusta.
Il problema della pace nei rapporti politici è passare dal “potere su” al “potere di”, riconosciuto a tutti. Trasformare gli uomini da rivali a soci, è opera immane di maestri, di cultura, etica, mistica, spiritualità. È opera di tutto ciò, e anche della analisi critica dei fatti e dei movimenti sociali, purché vedano le dimensioni profonde della evoluzione che deve salvare l’umanità dall’autodistruzione. In questa linea propositiva, uno scritto di Nanni Salio del novembre 2015, quasi suo testamento morale-politico, presenta le alternative nonviolente ai «due terrorismi», quello di stato, quello ribelle, con proposte per il medio periodo e per il medio-lungo.
Salio conclude: «Tutte queste misure possono essere ampliate e perfezionate ulteriormente. Per far ciò “non basta la vita” di una singola persona, per quanto geniale, creativa, amorevole come quella dei grandi maestri che ci hanno preceduto, da Gandhi a Martin Luther King, da Danilo Dolci ad Aldo Capitini, da Buddha a Gesu’. E’ un compito collettivo dell’intera umanità, possibile, doveroso, entusiasmante, per mettere fine alla violenza nella storia e far compiere un salto evolutivo alla natura umana.»
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PierGiorgioVisintin's avatar
PierGiorgioVisintin · 60 settimane fa
Da aggiungere alle altre citazioni : Da “UTOPIA” lib. II° Thomas MORE (1478-1535) (Trovata in “L’Africa dentro di me” di don Piero Gallo)
“Quando considero tutti questi nostri Stati oggi vigenti e ci rimugino sopra, la sola cosa – Iddio mi guardi – che mi viene in mente è che si tratti di una conventicola di ricchi, che sotto il nome e pretesto di stato, pensano a farsi gli affari loro; così almanaccano ed escogitano tutti i modi e le sottigliezze che consentono anzitutto, di conservare, senza rischio di perderlo, tutto ciò che si sono accaparrati con mezzi disonesti, poi di assicurarsi col minimo esborso la possibilità di abusare del lavoro e delle fatiche di tutti i poveri.
Queste macchinazioni, una volta che i ricchi hanno stabilito di metterle in atto con pubblico decreto (perciò anche a nome dei poveri) assumono forza di leggi.”
Mi pare di una modernità e attualità sconcertante!!
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PiergiorgioVisintin's avatar
PiergiorgioVisintin · 60 settimane fa
aggiungo ancora questa: da Lao Tse "il suo crdo antistorico" , p72

Più armi affilate ci saranno
più ottenebrata sarà tutta la terra.
Più abili artigiani ci sono
più saranno inventati pericolosi congegni.
Più leggi saranno promulgate
più ladri e banditi ci saranno.
Tendi l'arco al massimo
e desidererai di esserti fermato in tempo.

venerdì 2 giugno 2017

Siamo fortunati. Possiamo assistere ad un fenomeno storico, in realtà non raro, ma sempre sorprendente: il re pazzo. Abbiamo inventato un sistema di cui andiamo orgogliosi, pronti a difenderlo coi denti e con le bombe che distruggono tutto (anche il sistema): è la democrazia. Cioè tutto il popolo insieme sceglie i migliori, i più capaci e adatti per governarci. E' vero: non c'è un sistema migliore. Ed ecco che il sistema migliore elegge un peggiore: un maschio rozzo, ignorante, grintoso e ridanciano, drogato di soldi, che scambia il suo paese per il mondo intero, e comunque col diritto di essere primo, first, e gli altri si arrangino. Per creare lavoro, fabbrica armi, quelle cose che ammazzano chi lavora e chi non lavora, e le vende a chi le usa largamente, ammazzando largamente. Gli dimostrano tutti che stiamo guastando l'aria di casa, e distruggendo il pavimento della vita, e che dobbiamo tutti, molto in fretta, rimediare insieme, se è ancora possibile, e lui dice: "Io faccio da me. Inquino se mi serve inquinare". La democrazia dovrebbe servire a buttar giù subito, quando si è sbagliato a mandar su. Cosa manca alla nostra democrazia?
e. p. (29 maggio 2017)

The President

Se nel palazzo reale nasceva dal re (forse) e dalla regina un bimbetto strano che da grande si rivelava pazzo o scemo, quello era il re, niente da fare. Ma se un popolo (con un sistema strampalato per il quale non conta la somma dei voti personali, ma la somma dei delegati per collegio o stato) elegge un riccone pazzo a cui non presteresti la bicicletta, e tanto meno il telefono, tutto bene, è la democrazia, dolcezza!

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(15 gennaio 2017)

Il terrorista (per discutere)

di Enrico Peyretti

venerdì 21 aprile 2017
Per discutere. E’ inutile terrorizzare il terrorista. Il vantaggio ce l’ha lui. Né leggi, né controlli, né armi, lo fermano. O inventi altro, o vince sempre lui. Lui ha nemici assoluti, più assoluti di quanto lui è nemico tuo. Lui ti fa paura, ma lui non ha paura. Per uccidere i suoi nemici (anche tutti noi, potenzialmente) ha l’arma invincibile dell’uccidersi con loro. Non teme nessun danno, perché ha già messo nel conto il danno totale. Tu, davanti a lui, sei disarmato. Noi siamo disarmati. Ma forse no.
L’unico modo di fermarlo è levargli il motivo, la sua vera arma. La lotta al terrorismo non si fa con le armi, tutte spuntate davanti alla sua, ma con la parola, il colloquio, la cultura, la convivenza, il riconoscimento, la fine dei ghetti, l’uguaglianza, la sconfessione delle violenze del passato.
Il terrorista terrorizza perché è terrorizzato (anche a torto) dalla sua condizione, reale o presunta, o ideologica. Vuole infliggere agli altri ciò che sente in sé. Se viviamo una vita apprezzabile non vogliamo metterla a rischio per sopprimere vite altrui. Alla peggio, facciamo la guerra da posizioni sicure, per esempio coi droni. E’ sempre ammazzare, è sempre terrore, ma non è la morte che cammina in città, accanto a noi, la città della morte  Chi vuole uccidere senza morire, lo fa in altri modi sicuri, non facendosi bomba o bersaglio lui stesso. Se fa questo, ragiona diversamente. Se vuole morire non è èer le vergini del paradiso – via! – ma perché la sua vita è brutta, si sente brutta, offesa, obbligata alla vendetta.
Terrore chiama terrore. La sera stessa di ogni attentato i governi promettono di rafforzare la vigilanza. Lo hanno già promesso subito dopo il precedente attentato. Non hanno terrorizzato il successivo terrorista.
La causa che arma l’attentatore non è solo sociale-culturale. La malvagità esiste, potenziale in tutti. In alcuni si scatena per le circostanze, remote o prossime. Impossibile sradicare, anche in noi stessi, tutta la malvagità. Opporle umanità, il ritorno alla parola reciproca, espressione e ascolto, empatia, sentire come mio il sentire tuo.
Non serve fare paura a chi ha già paura di subire torti, di essere disconosciuto, e perciò ha volontà di vendicare i torti. Non serve. Solo aumenta la paura, che può diventare violenta.
Occorrono colloqui pubblici in tv con chi sostiene o comprende le ragioni della jihad. Come in tutti i conflitti, piccoli o grandi, solo la ragione e la parola reciproca superano la consegna della decisione, come in una macabra lotteria, alle armi, o all’offesa. Occorre, in ogni cuore, come in ogni collettività e istituzione, l’ “avvocato dell’avversario”, o del nemico, per conoscere le sue motivazioni, anche le più sgradevoli, ingiuste, pericolose. (cfr Avvocato dell’avversario, ministro della pace, nel mio La politica è pace, Cittadella 1998, pp. 46-49). Nei tribunali ecclesiastici c’era (c’è ancora?) l’avvocato del diavolo, cioè il portatore delle cattive ragioni, per conoscerle, capirle, eventualmente superarle. Così nei conflitti sociali e culturali. Specialmente in questi. Può darsi che non sia tutta cattiva una ragione che porta ad azioni cattive. Oppure può darsi che sia originariamente cattiva. Bisogna conoscerla, ascoltarla, per renderla meno violenta, o per coglierne il valore senza prezzo di sangue.
Bisogna che il prossimo terrorista sappia che può parlare, e che noi lo ascoltiamo, che lui sarà ascoltato e ci potrà ascoltare. Se sa che gli spariamo, noi siamo già perduti. Il vantaggio ce l’ha lui. Vogliamo lasciarglielo?
Il terrorismo italiano degli anni di piombo non fu vinto dalle armi, ma dai contatti umani.
e. p.


domenica 23 aprile 2017

La guerra non è destino


La guerra non è destino
di Enrico Peyretti
«À la guerre comme à la guerre» dice il proverbio che si limita a registrare la caduta nella necessità, senza prospettare nulla che non sia la guerra stessa. In questa logica, la guerra risponde alla guerra, e vince sempre, sul vinto come sul vincitore. Se dalla guerra non si esce, la guerra è un destino senza risposte, senza alternative. E non è forse questa la concezione dominante, la politica degli stati (Ekkehart Krippendorff, Lo Stato e la guerra. L’insensatezza delle politiche di potenza, Gandhiedizioni, Pisa 2008), la storia insegnata a scuola, una catena di sconfitte e di vittorie belliche, disastrose come le sconfitte?
Le cosiddette “paci” da imparare a scuola con luogo e data, non sono paci, e neppure tregue, ma realizzazioni dello scopo della guerra, perché sono l’imposizione al vinto della volontà del vincitore. Lo scopo della guerra è la guerra: un inferno senza uscita, una follia senza guarigione, una prigione della storia come La Ronda di van Gogh. Infatti, è guerra non solo l’azione che colpisce e uccide: questo è lo strumento criminale. Il risultato e scopo della guerra è l’imposizione del dominio, non più clamoroso e cruento, ma ugualmente offensivo, lesivo della dignità.
Si può obiettare: la guerra difensiva è umanamente e politicamente legittima. Certo, ma gli strumenti della giusta difesa da aggressioni armate dovrebbero essere – come reclamavano pacifisti tedeschi nella crisi dei missili degli anni ’80 ‒ “strutturalmente incapaci di aggressione”. La difesa militare entra per sua natura nella spirale della ricerca di potenza superiore all’aggressore. Perciò - dal movimento gandhiano alle ricerche attuali (già proposte da Alex Langer nel Parlamento Europeo) di costituire “corpi civili di pace”, basati sulla resistenza sociale - è in corso una preziosa evoluzione culturale dalla difesa che risponde all’aggressione coi suoi stessi mezzi, verso una difesa che innova il conflitto riducendone la violenza. La resistenza, anche nei casi storici contro il nazi-fascismo, non fu essenzialmente bellica, ma solo strumentalmente armata, e in grande parte non armata. Essa rappresentava anzitutto uno scatto morale e un “tener fermo”, “re-sistere”, dell’umanità alla disumanità. I movimenti e le lotte di liberazione più autentici e di lunga efficacia sono lotte popolari nonviolente, forti di forza umana e non militar-omicida.
Fatto sta che, col pretesto della giusta difesa, affidata alle armi, tante guerre passano ad imporre un dominio ribaltato, che è una situazione di nuova “violenza strutturale”. Le armi non difendono davvero, ma catturano il giusto diritto in una logica estranea al diritto.
Guerra realizzata è il dominio statico, non più clamoroso e cruento ma ugualmente offensivo, lesivo della dignità. Il dominio stabilizzato, garantito dalla capacità di violenza e relativa strumentazione (gli eserciti, gli armamenti) è quella violenza che la peace research chiama “violenza strutturale”. La violenza fisica cessa con la c.d. “pace”, perché ormai non ha più bisogno di scomodarsi ad infliggere dolore per ottenere potere: il dolore è già inflitto e il potere è ottenuto dal piede sul collo del vinto. Il quale, se resta passivo, è collaboratore autolesionista della violenza che gli viene fatta. Allora, come rispondere alla guerra e al suo scopo? La ribellione è moralmente necessaria, ma quale ribellione?
La guerra non risponde al conflitto
Non trovo più parole, dopo mille tentativi di sapienti, che hanno espresso e mostrato fino alla ripugnanza l’impossibilità umana della guerra. Bobbio ha scritto: «La guerra è l’antitesi del diritto», quindi la negazione della dignità che ti fa degno di vivere. (ho svolto una relazione con questo titolo in AA.VV. Le regole della battaglia, Morlacchi, Perugia 2013). Non solo: la guerra è l’antitesi dell’umanità, la distruzione dell’umano nel nemico e in noi stessi. C’è un unico argomento contro la guerra: la giustizia.
«La guerra è un male perché fa più malvagi di quanti ne toglie di mezzo» (Kant, Per la pace perpetua. Progetto filosofico, 1795, Primo supplemento). La ragione della guerra è togliere o neutralizzare (sinonimo di uccidere!) il male e i malvagi. Il fatto è che rende malvagi i “buoni” che combattono il male. Tutto è terribilmente semplice. Difficile è seminare questa semplicità nella prassi dei poteri politici: la ragion di stato non è la ragione umana.
«La guerra è la malattia, non la soluzione» (Claudiana, Torino 2005), diceva Eugen Drewermann, e lo diceva a proposito della guerra giustificata come risposta risolutiva dell’Occidente ad un fondamentalismo violento islamista. Oggi, 2016, vediamo tutte le aggravate patologie inoculate nel corpo dell’umanità da quella folle criminale risposta.
La guerra alla guerra non è un risposta, ma una accettazione passiva della guerra, una conferma mediante sottomissione. La guerra è la risposta sbagliata al problema del conflitto. La guerra risponde ai problemi eliminando un lato del problema. Semplifica la realtà plurale amputando uno degli arti del corpo vivo e vivace, plurale, che è l’umanità.
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Succede così: due bambini giocano, si contendono un giocattolo, chi sta per perderlo lo distrugge pur di non darlo all’altro. Il conflitto pare superato, non si vede più, ma resta pesante il risentimento, la rivalsa. La guerra ha distrutto l’oggetto conteso – distruggere cose e vite è la sua unica capacità ‒ ma non ha distrutto il conflitto, che prosegue più profondo, interiorizzato, pronto a tradursi in nuova violenza.
Così le due madri che ricorrono al giudizio di Salomone (nella Bibbia, primo libro dei Re, cap. 3): la falsa madre è disposta a tagliare in due il bambino, la vera madre è disposta a donarlo vivo alla contendente. La prima usa la morte come soluzione del conflitto, che è danno per entrambe, ma a lei non importa: le importa di più il proprio prestigio, non darla vinta all’altra. La seconda, la madre vera, non tollera che il bambino venga sacrificato ad accontentare le opposte pretese, e preferisce la vittoria della vita del bimbo alla vittoria della propria pretesa. Questa donna anticipa la saggezza di Erasmo: «La guerra non conviene. Molto meglio una pace ingiusta che una guerra giusta» (Dulce bellum inexpertis, n. 14).
Il conflitto in sé non è guerra, lo diventa soltanto quando adotta lo strumento della eliminazione, l’arma che sopprime o sottomette. L’arte del conflitto vitale è l’inventiva, la memoria, lo sviluppo dei mezzi non distruttivi di promuovere il confronto e la composizione tra le differenze, per la costruzione della vita comune, la convivenza e la politica, frutto di qualche rinuncia e di qualche contributo di tutti. Il dialogo tra le persone, la diplomazia mediatrice tra le politiche, valgono qui come accenno a tutto un complesso di mezzi e metodi che il lettore può trovare nella vasta letteratura della nonviolenza, molto cresciuta e articolata nel secolo di Gandhi e oggi ancora in crescita di qualità e quantità. Si tratta di un ramo della scienza e dell’arte delle relazioni umane, e di una storia delle esperienze reali di lotte nonviolente troppo ignorata nella storiografia più ufficiale. Indico in appendice una prima bibliografia orientativa sulla ricerca di cura del conflitto. Johan Galtung, il maggiore peace researcher attuale adotta il paradigma medico: diagnosi, prognosi, terapia. La degenerazione del conflitto in guerra è, infatti, una malattia da esaminare e curare.
La guerra ha paura del problema
In realtà, non si tratta di rispondere alla guerra, ma ai problemi a cui la guerra risponde male, crede di rispondere. La guerra ha paura del problema. La sola risposta alla guerra è la preventiva messa in atto delle alternative alla guerra, che evita la guerra. Una volta entrato nel tunnel della guerra, non ne esci senza danno. L’inno di vittoria è una lugubre illusione per nascondere e ignorare il veleno che ti è entrato nel corpo, fino a quando produrrà i suoi effetti.
La guerra vuole il potere. Annulla conflitto e problema inebriandosi nella droga del potere: il verbo della possibilità (io posso, tu puoi, ...), cioè della vita, oggettivato in sostantivo assoluto, nella immobilità garantita in se stessa, che esclude e blocca l’alterità e così si autocondanna alla sterilità, all’agire solo per mantenersi, cioè non agire. Prestigio, cioè illusione: «Il prestigio, ossia l’illusione, è nel cuore stesso del potere». Vincere sugli altri, ridurre la complessità, è un’apparenza vuota. (cfr. Simone Weil, Non ricominciamo la guerra di Troia, scritto del 1937, riprodotto in parte in Giancarlo Gaeta, Simone Weil, Edizioni Cultura della pace, Fiesole 1992; parole citate da un pensiero più ampio a p. 116).
La vittoria illude
La vittoria bellica sul nazismo viene sempre portata come esempio di guerra necessaria, inevitabile, giustificata anche nei suoi effetti collaterali dolorosi. Ma quella vittoria, ottenuta col potere militare più forte, è in buona parte illusoria: eliminato Hitler non è eliminata, o almeno non è storicamente superata, l’essenza dello hitlerismo. I vincitori hanno portato a compimento l’armamento capace di distruttività totale, che era nel progetto di Hitler. Il nazismo invece è stato vinto dalla reazione morale rifondativa della convivenza umana che si è avuta nel “neocostituzionalismo”: il pensiero che fonda le costituzioni postbelliche è un’alternativa basilare all’esperienza tragica del nazismo e dei fascismi, è una risposta di vita alla volontà di morte di quel potere dominatore e bellico. Non per nulla le costituzioni migliori, come quella italiana, «ripudiano» la guerra. Il nazismo è vinto dalla filosofia dei diritti umani universali, e del diritto di pace. Questa vittoria non è totale né garantita, essendo anch’essa dentro la mutabilità storica, e va protetta, custodita, coltivata, come risposta preventiva ai sempre ritornanti spiriti di guerra,
Infatti, oggi sono ancora presenti e vitali e minacciose vere «tendenze naziste», componenti essenziali dell’ideologia nazista, che Gliuliano Pontara individua ed elenca con precisione, nel volume L’Antibarbarie. La concezione etico-politica di Gandhi e il XXI secolo (ed. Ega, 2006), pp. 29 e 322.2
2 La nuova barbarie: tendenze naziste oggi
Sono otto elementi indicati in questo specchietto. Nella colonna di destra l’Autore indica i corrispondenti antidoti, che si trovano nel pensiero e nell’azione dell’etica politica di Gandhi e del movimento gandhiano:
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O politica o guerra
Non è vero che la guerra è continuazione della politica con altri mezzi (così viene sintetizzata la teoria di von Clausewitz): invece, la guerra è interruzione e morte della politica. La quale è l’arte e la tecnica del vivere insieme nella stessa città-polis, quindi è azione per la vita. Più che mai, oggi la polis è il mondo umano intero: la politica è planetaria perché ogni punto dell’umanità influisce su tutta l’umanità, come ogni cittadino e ogni casa, ogni quartiere e ogni piazza compone e plasma una determinata convivenza urbana.
Il diritto cosmopolita, il tentativo di stabilire e far valere leggi di vita per tutta l’umanità, oggi supera il diritto “internazionale”, tra le nazioni fattesi (non tutte) stato “sovrano”, cioè insubordinato alla legge umana universale. In una concezione adeguata alla realtà, la legge universale ha come soggetti le persone umane (diritto dei diritti umani), e non più gli stati, come se fossero soggetti sostitutivi delle persone umane che li compongono. Ci occorre una legge dei popoli in quanto legge delle e per le persone.
Allora la guerra non è più di uno stato contro uno stato, ma di un gruppo bellico contro altri gruppi umani. La guerra è promossa dalle politiche statali, ma in realtà, sempre più, da poteri occulti che manovrano le autorità statali, e si svolge effettivamente non tra eserciti, ma sul corpo vivo delle popolazioni umane. I militari tecnologizzati al massimo, da tutte le parti in guerra, per lo più fanno operazioni di guerra dietro lo scudo dei telecomandi lontanissimi dal fuoco. E il fuoco cade quasi totalmente su chi è fuori dalla guerra, sulle popolazioni civili che si trovano sul territorio colpito. È far guerra alla pace, alla vita. È far guerra alla politica, arte di vivere insieme.
La politica umana è essenzialmente evitare la guerra. Credo che si possa dire: «La politica è pace o non è». Non esiste politica se non è azione coordinata per costruire rapporti di pace, cioè di vita insieme. E se non esiste politica, rimane via libera al suo opposto, gli egoismi sopraffattori che covano negli individui e nei gruppi in qualche modo omogenei. La politica umana unifica il diritto e il bisogno di vivere tutti, di vivere insieme, diritto che è dei singoli viventi, liberati dalla paura di essere compressi o impediti o soppressi da altri viventi.
Rispondere prevenendo
Sono convinto che la prima essenziale risposta alla guerra è mentale. Quindi è vedere, guardare e di nuovo guardare quanto la guerra ripugna a ciò che è umano. Il discorso è teorico, ma allo stesso tempo immediatamente pratico. Infatti, la convinzione è il primo passo pratico.
Se la domanda posta a queste semplici riflessioni è come rispondere alla guerra, io distinguerei: alla guerra già scoppiata non c’è rimedio, si tratta di fuggirla se è possibile, o di boicottarla in tutti i modi, anzitutto col rifiuto interiore, quindi coi canali umanitari e i diritti delle vittime. La guerra è maledetta. Se è scoppiata, se l’incendio della casa è cominciato, sono scadute le possibilità preventive, le migliori, forse le uniche.
A quel punto, si tratta almeno di non replicarla: che la risposta alla guerra non sia altra guerra, né subito, né in seguito. L’adeguamento logico alla violenza bellica è già sconfitta mentale: il presidente Hollande dopo la strage di Parigi del 13 novembre 2015 ha gridato «Siamo in guerra!», seguito da altri governanti, e così ha confermato la logica violenta. Così era avvenuto dopo gli attacchi a New York del 2001, e le conseguenze di danni moltiplicati si scontano ancora oggi.
Ristabilire la politica degli uguali diritti è la risposta successiva ad una guerra, e non tirare le somme tra vincitori e vinti, che non finiscono mai.
1. la visione del mondo come teatro di una spietata lotta per la supremazia 1. il mondo come teatro delle forze costruttive
2. il diritto assoluto del più forte 2. il primato della democrazia
3. lo svincolamento della politica da ogni vincolo morale 3. la subordinazione della politica all’etica
4. l'elitismo (diritto di dominio che una élite si attribuisce in quanto “superiore”) 4. l’umiltà dell’egualitarismo
5. il disprezzo per il debole 5. l’empowerment dei deboli
6. la glorificazione della violenza 6. la dissacrazione della violenza
7. il dovere assoluto di obbedienza 7. la responsabilità della disobbedienza
8. il dogmatismo fanatico 8. il fallibilismo gandhiano
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Ma ciò che conta davvero è prevenire in ogni modo la guerra. La maggiore prevenzione è nella cultura, nell’educazione dei popoli, nella democrazia dei diritti e dei doveri aperta all’umanità intera. Su questa prevenzione mentale ho tentato una modesta riflessione di principio. Altri sapranno proporre indicazioni più operative, sebbene a lungo termine. Io accenno qui, per concludere, a qualche punto.
Fare resistenza (come ho già cercato di dire) non è fare guerra: è fare muro, anche se quei resistenti che non fanno la scelta completa della nonviolenza, usassero le armi. Così è avvenuto, ma non principalmente, nella Resistenza italiana (cfr. Ercole Ongaro, Resistenza nonviolenta 1943-45, I libri di Emil, Bologna 2013). La resistenza non risponde, non replica alla guerra, ma si oppone, tiene fermo. Una resistenza morale, lo scatto morale di opposizione alla violenza, anche se usa le armi, non si fonda sulle armi, non ha questa fede, non ignora che è illusione affidare la vita alle armi.
La cultura di pace ha da preparare per ogni evenienza una resistenza popolare disobbediente alle politiche di guerra, sia promossa che replicata. Nel 1940 Gandhi è contrario alla guerra, e la sua pagina più famosa è un appello agli Inglesi del 7 luglio 1940, mentre sono sotto attacco tedesco, nel quale chiede loro di concedere tutto a Hitler meno la loro obbedienza, ma di non resistere con le armi al tentativo di Hitler di sbarcare in Inghilterra, perché la guerra si può vincere soltanto diventando più crudeli dell’avversario. Si potrebbe parlare molto dell’affermazione di Gandhi: «Voi volete eliminare il nazismo, ma non riuscirete mai ad eliminarlo adottando i suoi stessi metodi», cioè con la guerra (cfr. Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, Torino, Einaudi 1996, pp. 248-251).
La Danimarca seppe resistere e rispondere all’occupazione nazista usando poco le armi e molto la coesione popolare, la comunicazione sociale, la solidarietà nel coraggio espressa in gesti simbolici di massa, cosicché i danesi furono in grado di sottrarre alla deportazione nazista il 95% degli ebrei del loro paese e di salvare pienamente la dignità nazionale (cfr. per esempio Anna Bravo, La conta dei salvati. Storie di sangue risparmiato, Roma-Bari, Laterza 2013, cap. 5, pp. 127-155).
Per distogliere un conflitto dall’esito bellico è importante cercare una terza parte, una mediazione che collabori alla ricerca di una pace concreta. Sono da far valere le istituzioni dell’Onu nell’educazione civica dei popoli, e di riflesso nelle politiche degli stati.
Anticipare la pace
Contro il mito assolutista e manicheo della guerra è importante ed anche moralmente bello che i “nemici della guerra” sappiano mandare segnali di pace e amicizia alla popolazione “nemica”, per scavalcare il muro dell’inimicizia proclamata, aggirare il fronte della divisione mortale, sabotare la propaganda di guerra. Quello che, nella prima guerra mondiale, era il reato gravissimo di “intelligenza col nemico” è invece l’azione che può riportare gli avversari alla ragione umana e al comune interesse di vivere. Ci furono episodi di fraternizzazione tra “nemici”, uomini del popolo ridotti a strumenti, ancora capaci di essere umani, ma furono travolti dalla macchina diabolica della morte.
Intellettuali e insegnanti possono illustrare le qualità umane della civiltà “nemica”, sia mostrando ad essa che è indegna di comportarsi in modo aggressivo, sia mostrando a questa parte che non è da distruggere né offendere quell’altra forma di umanità. Il dialogo tra le culture – oggi tra islam e occidente ‒ è in grado di scavalcare il fronte e i muri dell’ostilità. Tutto al contrario dello scontro fatale tra le civiltà, le diverse culture si fecondano a vicenda, come mostra Raimon Panikkar, profeta della pace culturale (cfr. La torre di Babele. Pace e pluralismo, Edizioni Cultura della Pace, Fiesole 1990 e Pace e disarmo culturale, Rizzoli, Milano 2003).
Ugualmente, la cultura e l’informazione possono riconoscere gli errori politici della propria parte, evitando che possano essere usati come pretesti o cause dell’aggressione che ci viene fatta.
Le democrazie chiamano con pudore “ministro della difesa” quello che si chiamava ministro della guerra, ma la difesa continua ad essere pensata quasi esclusivamente come difesa bellica, e fiumi di denaro sono spesi in eserciti e armi.
Ogni stato dovrebbe avere un “avvocato dell’avversario”, col compito di cercare, ascoltare, sostenere, nei conflitti acuti, le ragioni dell’avversario. Ci vuole il ministro della pace. Era questa la proposta di Aldo Capitini nel marzo 1948 (cfr. Aldo Capitini, Elementi di un’esperienza religiosa, Cappelli, Bologna 1990, pp. 15-16 e Fabrizio Truini, Aldo Capitini, Edizioni Cultura della Pace, Fiesole 1989, p. 102) e il suggerimento di Tullio Vinay nel febbraio 1977 (cfr. T. Vinay, L'utopia del mondo nuovo. Scritti e discorsi al Senato, Claudiana, Torino 1984, p. 285). Un tale ministro sarebbe incaricato di tenere aperta, e riaprire sempre, la ricerca dialettica e autocritica della verità e giustizia nelle controversie, con esclusione delle soluzioni violente, come impongono l’art. 11 della Costituzione e la Carta dell’Onu.
Questa istituzione, acquisita nella tecnica giudiziaria (anche il peggiore colpevole ha diritto alla difesa; la logica del ragionamento giudiziario ha bisogno dell’“avvocato del diavolo” previsto nel diritto canonico), è
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stata finora esclusa dai conflitti politici tra stati (nonostante le proposte antiche di grandi come Erasmo), rimasti alla fase primitiva in cui ognuna delle parti si pretende assoluta. La pace (cioè la gestione dei conflitti in forme non distruttive) può essere assicurata, meglio ancora che dal Terzo superiore (Hobbes; Bobbio), dal relativizzarsi di ogni parte, dal riconoscimento essenziale dell’altro. Infatti, lo spirito di guerra è, nella sua essenza, il disconoscimento dell’umanità dell’avversario, che lo trasforma in nemico totale e fonda il diritto (necessità, dovere, merito, gloria) di ucciderlo.
La guerra può essere superata, oltre che sul piano etico profondo (l’altro è, col suo solo essere, il fondamento del mio obbligo di rispettarlo e favorirlo, che mi vieta di distruggerlo in caso di contrasto), col rendere giuridico il conflitto. Essere un soggetto in una unità giuridica, in un sistema di regole per convivere, consiste nel riconoscersi parte di un insieme, nel sapere di non essere tutto. Questa unità morale e giuridica è, in modo intero, la famiglia umana completa. Gli stati ne costituiscono delle parti che si sono fatte ciascuna un tutto, ma devono sfociare in una cosmopoli umana.
L’“avvocato dell’avversario” avrebbe la funzione di rappresentare l’altro all’interno di una parte che, nel conflitto, entra in un delirio di totalità. Infatti, la stessa idea di sovranità assoluta che costituisce gli stati moderni, è fattore di guerra, è belligena. La realtà storica dell’interdipendenza smentisce e corregge oggi, provvidenzialmente, questa pretesa. D’altra parte, alla durezza degli interessi iniqui e privilegiati, si aggiunge oggi l’ondata di nazionalismi, di nazioni che si induriscono sul loro “particulare” e murano le frontiere terrestri e mentali. Ciò indica che coscienza e cultura non sono adeguate al movimento reale di unificazione della famiglia umana.
Occorrono istituzioni rappresentative dell’altra umanità, fuori da questo particolare stato, così come, nonostante i molti difetti, le istituzioni democratiche rappresentano ad ogni cittadino i diritti degli altri cittadini entro la porzione di umanità compresa in questo stato. Si potrebbe attribuire un vero ruolo politico interno agli ambasciatori degli altri popoli e stati (specialmente dello stato con cui si è in conflitto), o all’autorità delle Nazioni Unite, e questo sarebbe il meglio, oppure si può assegnare ad un organo dello stato il compito di rappresentare interessi e punti di vista dell’avversario. Non c’è altro modo di fare la pace, quella che sta al posto e non al termine della guerra. È necessità della vita e della dignità lavorare con forte iniziativa, anche unilaterale, per giuridicizzare il conflitto militare. L’obiettivo pieno non può essere altro che la scomparsa del rapporto militare, con tutto il suo apparato e la relativa mentalità, tragicamente tornata in auge. I passi saranno parziali, ma quella è la meta. Nulla di meno.
Studiare la pace nei conflitti
Tra le tante possibili, mi limito a queste indicazioni di siti e libri:
www.serenoregis.org
https://www.transcend.org/tms/ (Transcend Media Service. Peace Journalisme Perspective)
www.pacedifesa.org
Johan Galtung, La trasformazione dei conflitti con mezzi pacifici, Centro Studi Sereno Regis, 2006
Johan Galtung, La pace coi mezzi della pace, Esperia, 2000
Sulla pace e nonviolenza nella storia, consiglio:
Jacques Semelin, Senz’armi di fronte a Hitler. La Resistenza Civile in Europa 1939-1943, Sonda, Torino 1993.
Gene Sharp, Politica dell’azione nonviolenta, vol 1, Potere e lotta; vol 2, Le tecniche; vol 3, La dinamica, Ed. Gruppo Abele 1985, 1986, 1997
Pontara Giuliano, L’Antibarbarie, La concezione etico-politica di Gandhi e il XXI secolo, Ed. Gruppo Abele 2006
Salio Giovanni, Il potere della nonviolenza, Ed. Gruppo Abele 1995
Enrico Peyretti (a cura di) Difesa senza guerra. Bibliografia storica online sulle lotte nonarmate e nonviolente (ultimo aggiornamento novembre 2016).
Patfoort Pat, Difendersi senza aggredire. La potenza della nonviolenza, Ed Gruppo Abele 2006
Muller Jean-Marie, Il principio nonviolenza. Una filosofia della pace, (Prefazione di Roberto Mancini, traduzione di Enrico Peyretti), Ed. Plus, Pisa University Press, 2004; titolo originale Le principe de non-violence. Parcours philosophique, Desclée de Brouwer, 1995.
Una bibliografia di oltre 70 titoli è pubblicata in appendice al mio libro Il bene della pace. La via della nonviolenza, Cittadella editrice, Assisi 2012.