venerdì 20 aprile 2018

" LA SANTITA' COME PASSIONE PER L'UOMO.
LA FIGURA DI MONS. TONINO BELLO "
(14-15 fenbbraio 1996)

Relazione di Enrico Peyretti
nel convegno "Modelli di santità oggi"
Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale, sezione di Padova, 14-15.2.96
Pubblicato nel volume "Modelli di santità oggi", a c. di Giuseppe Toffanello, Edizioni Messaggero Padova, 1997


Indice


1. «Regala una rosa al primo passante». Significato di un invito di don Tonino.
- l'eucarestia e la strada
- passione come sentimento, passione come sofferenza
- dono, bellezza, incontro
- l'unità dei due comandamenti

2. Passione per l'umanità?
- merita l'umanità di sopravvivere?
- l'amore ama chi non ama
- la chiesa del grembiule
- la carità tutto protegge, tutto sorregge

3. Santi senza Dio?
- la domanda di Albert Camus
- etica laica e etica religiosa
- qualche risposta: Norberto Bobbio, Armido Rizzi
- la passione per l'umanità come santità

4. La passione di don Tonino
- scritti e vita, vita e scritti
- l'impegno per la pace con l'appello alle coscienze
- l'invasione dei «popoli alla deriva»
- ingerenza umanitaria sì, ma nonviolenta
- don Tonino e Romero

1. « REGALA UNA ROSA AL PRIMO PASSANTE »

C'è un pericolo in questo discorso. Il culto dei santi può
prendere il posto della nostra personale risposta alla vocazione
alla santità. E' più facile estasiarsi nell'ammirazione devota di
qualche grande modello, che impegnarsi a realizzare verità e
bontà nella nostra vita. I santi che incontriamo e dobbiamo
sapere riconoscere, sono incoraggiamento e aiuto, non esempi da
ripetere uguali, né proiezioni del nostro desiderio, come i divi
dello spettacolo, cioè appunto "idoli", guardati da lontano
("tele-visivi") senza assumerci responsabilità. Questo è il
pericolo dei santi dichiarati, ed anche "eroicizzati" per loro
"virtù eroiche", mentre la santità diffusa dei "poveri cristiani"
e della "povera gente" è fatta di doni soprannaturali nella carne
del comune quotidiano, nella fedeltà, cadute, riprese, assunzione
di responsabilità (1). Con questa avvertenza, parliamo pure di
santità e di Tonino Bello.
Nel suo testamento spirituale don Tonino scrive, con la sua
arte di estrarre significati dalle espressioni più usuali:
«Siate soprattutto uomini. Fino in fondo. Anzi, fino in
cima. Perché essere uomini fino in cima significa essere santi»
(2).
Ecco una sua idea della santità: compimento della nostra
umanità. Quel che va "mortificato" in noi è quel che abbiamo di
disumano, non la nostra umanità. Da ciò, il desiderio
appassionato di don Tonino che la vocazione e l'immagine umana si
realizzino in tutti, anche e specialmente in chi ha le sue doti
represse, oppresse, impedite dalla violenza e dalle miserie;
desiderio di liberazione del disegno originario e singolare di
Dio in ogni singola persona, per la felicità di questa, per la
gloria di Dio, per l'armonia e bellezza del mondo.
Se l'uomo e la donna sono immagine di Dio, allora il
compimento della loro persona, dell'icona di Dio in loro, è la
loro santità. Se Dio è il Santo e l'uomo è sua immagine,
realizzare l'umanità è realizzare la santità. Dio, il santo, per
questo ci ha creati, questo desidera appassionatamente, questo
opera in noi. Ci sarà un compimento pieno e cosmico - spera chi
crede nella sua parola - quando Cristo ritornerà. Ma intanto, da
ora, ciò comincia veramente tanto quanto si va realizzando la
nostra umanità. Nell'educazione religiosa dei più anziani tra noi
c'è qualcosa da correggere: si parlava di valori "soltanto
umani", estranei alla salvezza; si opponeva la "filantropia" alla
carità, come uno sforzo vano; quasi che Dio avesse fatto un
mondo, un'umanità, una storia inutili, da distruggere come un
castello di carte, una volta superata la prova, per realizzare
poi altrove il suo Regno.
Invece Dio è appassionato per questa umanità. Somigliamo a
Dio non solo, ovviamente, tendendo a Lui (la relazione di
Alessandro Barban: "santità come passione per Dio"), ma
altrettanto condividendo la sua "passione per l'umanità".
La passione di Dio per l'umanità è tale nella duplice
valenza della parola: forte sentimento, in cui qualcosa
dell'altro ti prende; sofferenza condivisa, patita con chi è in
una cattiva situazione.
Il Dio di Israele e di Gesù non è l'Impassibile che non ha
passioni, che non soffre. Tutte le scritture ebraiche e cristiane
lo conoscono come appassionato, nell'immagine dell'innamorato
tenero e tenace, e in quella del sofferente per solidarietà con
noi. Condividere questa sua passione è partecipare alla sua
santità, è un modo di realizzare la sua immagine in noi. I due
comandamenti dell'amore di Dio e del prossimo si saldano: nel
cercare Dio siamo rinviati al prossimo, nell'amare la vita piena
del nostro prossimo ci troviamo ad imitare Dio, scopriamo che
stiamo amando anche lui. La "passione per l'uomo" è imitazione di
Dio, come rivelerà il giudizio finale (cfr Matteo 25) anche a chi
non ci avrà mai pensato,
Don Tonino dice, in una frase del suo Programma pastorale
1989-90: «E' illusione tragica pensare che l'eccedenza di sacro
ci riscatti dalla carestia di santità» (3). Cioè, cercare Dio
soltanto nella sua eccellenza e separatezza dall'umanità non ci
farebbe ricevere e vivere la sua santità, sarebbe appunto una
«carestia di santità».
L'eucarestia della rosa e della strada, cioè dell'amore che
va incontro al prossimo, quasi un fioretto francescano nella vita
di Tonino Bello, caratterizzante la sua santità lieta e poetica,
pur se intimamente sofferta, è un episodio che ho sentito
raccontare, in testimonianza diretta, da una ragazza impegnata
nella Rete di Formazione alla Nonviolenza, quando, a Torino,
nell'ora stessa del suo funerale a Molfetta, ci riunimmo in molti
per ricordare, ascoltare, pregare con e per don Tonino. La
ragazza era venuta all'incontro con una rosa in mano e raccontò:
«Una volta don Tonino, al termine di un convegno internazio-
nale, dato che conosco le lingue, mi invitò all'altare per
tradurre la messa. Io mi schermivo, perché non sono assolutamente
pratica di messe. Durante la celebrazione, ad un certo punto, lui
tirò fuori da sotto l'altare un secchio di rose rosse, ne diede
una ad ognuno dei presenti, dicendo: "Uscite per strada e
regalate questa rosa al primo passante!". Lui intanto rimase ad
aspettare, tutto felice. Anch'io uscii con la mia rosa, ma dopo
poco rientrai con la rosa ancora in mano, e dissi a don Tonino:
"L'ho tenuta, perché il passante che ho incontrato sono io». Lui
mi abbracciò e mi disse con un gran sorriso: "Un'altra volta la
invito a ballare, ma non a Molfetta, se no poi qualcuno fa delle
chiacchiere sciocche!"» .
Quella ragazza aveva incontrato se stessa, aveva consegnato
al proprio cuore l'evangelo del fiore ricevuto, e don Tonino
esultava per lei e con lei. Quel giorno del funerale, la ragazza
terminava il suo racconto piangendo di rimpianto e di gioia, e io
pensavo: ecco, tutto si adempie. L'ultima dei chiamati ci porta
qui tutto lo stile e lo spirito di un cristiano povero e lieto,
pieno di sogni diurni (quelli che si adempiono, come lui diceva,
quelli su cui rifletteva da filosofo Italo Mancini, sulla scorta
di Ernst Bloch), sogni di pace e fratellanza larga come il mondo,
libera come il cielo (4).
«Regala questa rosa al primo che incontri, al tuo prossimo».
Un'azione poetica, profetica, liturgica, un gesto liberamente
inventato nel mezzo dell'eucarestia, e del tutto confacente. Non
dice forse il vangelo: «Se stai presentando la tua offerta
all'altare e là ti ricordi che il tuo fratello ha qualche cosa
contro di te, lascia la tua offerta lì davanti all'altare e va'
prima a riconciliarti col tuo fratello: poi torna e presenta la
tua offerta» (Matteo 5, 23-24)? Nessuna di queste parole è
superflua: non si tratta di purificarti deponendo un tuo rancore
(questo è ovvio), ma di andare incontro al rancore dell'altro con
l'offerta della riconciliazione. Quanto rancore nelle nostre
strade. Quanta freddezza, gelo e deserto di rapporti umani.
Fretta e velocità trasformano la strada da luogo di incontro in
luogo di solitudine, di contesa fra estranei, o di scontro.
Non soltanto il simbolo forte che è nell'immagine della
strada, ma la realtà odierna della strada, con tutta la sua
concretezza e la sua dura macchinizzazione, è spessissimo
presente nelle parole e negli scritti di Tonino Bello, intrisi
degli odori, rumori, grigiori, pericoli e dolori della
quotidianità, posta però sotto la luce rivelatrice dello Spirito.
Nell'episodio narrato, attraverso il simbolo della rosa -
bellezza, gratuità, dono, grazia, delicatezza, tenerezza - don
Tonino manda l'eucarestia nella strada, non con una processione
sacra (che probabilmente sarebbe anche sentita da più d'uno come
una pubblicità ecclesiastica in aggiunta alle tante altre che ci
rintronano), ma per mano della ragazza «niente pratica di messe»!
Ogni dono, anche il più modesto, è segno della grazia, del dono
massimo che riceviamo. Chi non può credere alla grazia divina,
può credere al dono fraterno. Chi crede alla grazia divina, è
spinto a donare quello che può al fratello. Ecco il sacramento
quotidiano, stradale, nelle mani di tutti, per tutti: donare
qualcosa di sé, il proprio impegno, il lavoro volontario, i
frutti del proprio talento, la propria gentilezza, compagnia,
ascolto; tutto ciò che può suscitare, magari chissà quando, in
passanti tristi e grigi un moto di "gratitudine" alla vita, cioè
di "eucarestia". Infatti, è sacramento ogni cosa più grande di
sé, ogni gesto che dice più di quanto sappiamo.
Un libretto che ha più di cento anni, di meditazione
sull'inno alla carità di san Paolo (1a lettera ai Corinti,
cap.13), vede nove rifrazioni di luce nello "spettro della
carità": pazienza, benevolenza, generosità, umiltà, cortesia,
magnanimità, altruismo, buon carattere, sincerità (5).
Nel "fioretto" che ho preso ad emblema della carità di
Tonino Bello, emerge la gentilezza, la cortesia, la finezza,
l'attenzione al singolo "prossimo". Per ciascuno una rosa. «La
cortesia si può definire carità nelle piccole cose» (6). E' vero,
specialmente se credessimo di poter trascurare le "buone
maniere" antiche, come qualcosa di superfluo o di formalista, se
trascurassimo le "piccole cose" in nome di chissà quali
necessarie grandi azioni.
Tonino Bello aveva il dono di testimoniare la grande carità
nelle umili cose quotidiane, anche con levità ed umorismo (7) e
con fantasiosi impulsi di generosità, come quando, appena
nominato vescovo, nella visita al Presidente della Repubblica,
regalò a Pertini, senza pensarci due volte, la croce pettorale di
legno di cui il Presidente aveva ammirato la semplicità (8).
Nell'episodio della rosa il "primo passante" è il "prossimo"
della legge fondamentale ebraica, cristiana e universale, della
"regola d'oro" che è al centro delle etiche di tutte le sapienze
e religioni. Il "prossimo" nel senso di vicino nel tempo e nello
spazio: tanto il primo che incontri, quanto la persona che hai
accanto tutti i giorni. E dagli "una rosa": non soltanto qualcosa
di necessario o di utile, ma qualcosa di bello, il tuo sorriso,
il tuo coraggio, la tua speranza, la tua allegria. Scriveva
Giuseppe Capograssi che i primi diritti della persona umana sono
sorriso, amicizia, speranza. Ma dagli anche, se appena è in grado
di non ferirsi gravemente, le tue spine: cioè, condividi il tuo
peso, confessa le tue afflizioni e i dubbi pungenti. La rosa
significa anche questo, cioè apertura, stima, fiducia, quindi
stimolo ad un rapporto sincero, trasparente, di reciproco
sostegno. Chiedere aiuto è già dare un aiuto. Non basta dare
servizi, opere, fatiche, doveri, impegni. Bisogna dare cose
belle, e cose autentiche. Ognuno sa fare o trovare qualcosa di
bello, anche se non è un eccezionale artista. Ognuno ha
esperienze vive, anche faticose o dolorose, e queste non sono
soltanto né sempre da nascondere, perché sostanziano di verità il
rapporto umano.
«Dio è nell'incontro di due sguardi», ricorda spesso Michele
Do. Tutto ciò che è autentico incontro di persone, che fa unità
profonda, contemplativa e non possessiva, unità libera e
rispettosa, non annessione, tutto ciò realizza la presenza del
Vivente. Egli dà vita e la contempla e rispetta egli stesso come
libertà sacra, fino a lasciarsi dimenticare e offendere pur di
non inporsi. Questa venerazione di Dio per l'essere umano, che
impariamo dalla storia biblica, che rivela Dio padre-non-padrone,
è la rosa delicata che egli offre a noi frettolosi e distratti
passanti, perché possiamo riconoscere lui e noi stessi, e quindi
venerarci gli uni gli altri, con sacro rispetto e dedizione.
"Tutto-dato-a-Dio", muslim, è il fedele musulmano. Hans Küng
chiede ai musulmani «se non potrebbe significare qualcosa di
positivo per il Corano e per la Shari'a il fatto che (...) venga
loro applicato questo principio ermeneutico fondamentale:
adempimento della volontà di Dio [che è al centro dell'Islàm,
n.d.r.] mediante il servizio reso al prossimo. Il che
significherebbe che il servizio reso all'uomo ha la priorità
sull'osservanza della legge» (9).
Infatti, per tutte le religioni abramitiche è rivelazione
divina il racconto che vede in Adamo e in Eva l'immagine di Dio.
Noi possiamo dire: il sacramento, il primo sacramento di Dio, è
la persona umana come tale. Quello che fai all'uomo, lo fai a
Dio. La passione sincera e generosa per gli esseri umani è, in
realtà, al di là della nostra consapevolezza e delle pur
opportune precisazioni, passione per Dio. L'amore umano e l'amore
per Dio, più che su due linee divergenti o in direzioni opposte,
possono essere visti come l'uno il prolungamento dell'altro,
presente in questo dall'inizio, anche nascosto. Ciò che scrive
Gianfranco Ravasi dell'amore sessuale, introducendo il Cantico
dei cantici, vale per ogni forma autentica di amore tra noi
umani: «In questo amore Dio stesso si insedia: questo amore
totale umano diventa il simbolo reale, anche se spesso appannato,
dell'amore totale ed infinito di Dio» (10). Amore che viene a noi
prima che lo sappiamo, amore che torna a Dio se appena cominciamo
ad amare qualcuno, anche se non ci pensiamo.
Per questi motivi, personalmente penso che oggi il lavoro
per la pace, nei suoi vari aspetti, sia la realizzazione più
attuale dell'amore dell'umanità e quindi di Dio.


Note
(1) Cfr Gabriella Zarri, Finzione e santità tra medioevo ed
età moderna, Rosenberg & Sellier, Torino 1991, p.15.
(2) Dal testamento spirituale, in Tempi di fraternità,
n.5/1993, p.4.
(3) Scritti di Mons Antonio Bello (d'ora in poi Scr. A.B.),
Mezzina, Molfetta 1993, vol. 1, p. 340.
(4) Ho raccontato l'episodio in Rocca, 1 giugno 1993, p.49.
(5) Enrico Drummond, La cosa più grande del mondo, con
prefazione di p. Enrico di Rovasenda o.p., Soc. A.BE.T.E., Roma
1961, p.28-29.
(6) E. Drummond, op. cit, p.36.
(7) Claudio Ragaini, Don Tonino, fratello vescovo, Edizioni
Paoline, Milano 1994, p. 59.
(8) C. Ragaini, op. cit., p.52-53.
(9) Hans Küng, Cristianesimo e religioni universali,
Mondadori, Milano 1986 (1984), p.85.
(10) Gianfranco Ravasi, Cantico dei cantici, Ed. Paoline,
Cinisello Balsamo 1986, p.12.

2. PASSIONE PER L'UMANITA' ?

Ma merita l'umanità di essere amata, di appassionarsi ad essa? Merita una singola persona, reale e concreta, con tutti i suoi limiti, difetti invincibili, errori e colpe, di essere amata con passione? E se qualche giusto merita di essere salvato, tratto fuori dall'accumulo di male storico, lo merita la massa dell'umanità? Dio, nel racconto biblico antropomorfico, una volta se l'è chiesto, ha risposto di no, non merita, anzi merita la morte, e si è fatto col diluvio omicida, genocida.
Il filosofo Norberto Bobbio, realista e pessimista sulla storia e il suo senso, se lo chiede in questo nostro tempo: «Un'umanità corrotta sino al punto da non arrestarsi di fronte alla grande ecatombe, anche se sopravvivesse, sarebbe degna di sopravvivere?» (1). E lascia la domanda sospesa. Uguale domanda, sotto un diverso profilo, Bobbio si pone commentando quelle famose parole contenute in una intervista postuma di Heidegger: «Ormai solo un Dio ci può salvare». Scrive Bobbio: «Perché un Dio dovrebbe salvare il mondo? Perché? Nell'universo degli infiniti mondi, chi siamo noi? Quali meriti abbiamo? Siamo tanto intelligenti da capire il male, ma insieme tanto stupidi da non riuscire a trovare da noi stessi il rimedio. Perchè dovrebbe salvarci chi non è responsabile delle nostre sventure?» (2).
La sola ragione inclina a rispondere di no. Ma l'amore - lo sanno anche i filosofi - ha ragioni che la ragione non comprende. Dopo il diluvio Dio ha promesso: «Non lo farò più! Anche se l'uomo rimane malvagio!» (cfr Genesi 8,21-22). Dio non è meritocratico, perché l'amore non è dato al merito, non è un salario guadagnato, ma un dono creativo.
Lo dice limpidamente Etty Hillesum, la giovane ebrea che per solidarietà con gli altri non si è sottratta, come forse poteva, al destino di Auschwitz: «Non esiste alcun nesso causale fra il comportamento delle persone e l'amore che si prova per loro. Questo amore del prossimo è come un ardore elementare che alimenta la vita. Il prossimo in sé ha ben poco a che farci» (3).
L'amore non è un calcolo che quantifica il positivo e il negativo, li soppesa, e fa il bilancio. Non è un giudice obiettivo, ma è desiderio, passione, volontà, perciò è squilibrato a favore di ciò che ama. L'amore è desiderio,non soltanto nel senso che vuole avere con sé ciò che ama, ma soprattutto nel senso che sa vedere nell'amato, che poco è, la pienezza compiuta del suo essere. L'amore-desiderio vede perciò ogni cosa più bella e più buona di ciò che è, senza ignorare come essa di fatto è. L'amore è profezia e azione, è creazione, è promozione di libertà. Come i genitori vedono nel loro bambino tutto da crescere, che deve ancora tutto imparare, l'adulto che sarà, perfetto sotto ogni aspetto, così fa ogni amore. Perciò l'amore è destinato a soffrire, perché ogni realizzazione è inferiore, ma accetta di soffrire e continua a credere e sperare, perché vede quel che non c'è ancora, un compimento atteso al di là di ogni parziale realizzazione. L'amore è l'intelligenza dell'utopia, non dell'irreale, ma del possibile non-ancora-reale.
Nella scienza, che deve vedere e dire le cose come stanno, il "pensiero desiderante" non ha una funzione propriamente conoscitiva. Ma il pensiero dell'amore è il desiderio che l'amato sia perfetto: un desiderio tale che non guarda più la mancanza, ma la perfezione desiderata. Non quella perfezione imposta come un dovere gravoso e opprimente, ma quell'orizzonte che è luce trasfigurante la povertà umana. Perciò l'amore è azione creativa e liberante. L'amore non opprime e non umilia. Non opprime come farebbe se imponesse condizioni difficili. Non umilia come se ti concedesse benevolenza sebbene tu sia un nulla. Ti ama perché vede il tuo valore che gli occhi non vedono. Ti promuove perché ti mostra quanto puoi crescere e te lo chiede. L'amato, per il fatto di essere amato, arriva a meritare l'amore.
Questo fa Dio che crea e santifica, con passione miseri/ cordiosa, cioè con cuore che si mette nella miseria dell'amato, senza ripugnanza, vedendo e attendendo per lui la pienezza realizzata di ogni suo valore. Questo fa il santo, nel quale opera Dio. L'amore ama le cose da poco, perché vede il valore di quel poco, e perché ha fede in loro, come se fossero già un valore pieno. E lo sono, per opera dell'amore. L'amore valore, perché vede valore anche dove la fredda osservazione non ne trova. L'amore nutre più del cibo, come dimostra la psicologia e l'esperienza fondamentale della vita infantile.
L'umanità, che disperde e sconcia il proprio valore, forse non merita di essere amata, ma l'amore la ama. Il Santo ama questa umanità, così com'è; la nostra santità è partecipare a questa passione di Dio per l'umanità (il genere umano, la nostra personale umanità e quella degli altri, del nostro prossimo concreto), nonostante la sua miseria, per il suo valore.
Un idealismo senza amore ci porterebbe a quella «misantropia sublime» di cui parla Kant, nel sogno evasivo di una umanità perfetta e nel disprezzo di questa reale. Invece, come ha detto Alex Zanotelli a Torino il 26 gennaio scorso, «Dio ama i poveri non perché sono buoni, ma perché nessuno li ama». Chi ama i brutti e i cattivi? Dio li ama, altrimenti la scintilla di valore che è anche nel peggiore o nel più sfortunato tra noi, andrebbe spenta e perduta.
Si può ascoltare il paradosso vero di questi versi inediti di Luca Sassetti: «Il cane di Hitler / lo amava. / Eva Braun / amava Hitler. / Ogni madre / ama il figlio assassino. / E non perché malvagio / ma perché è lui. / Dio non fa di meglio. / Di meglio non si può fare».
Santità è cominciare a comprendere e vivere questa passione di Dio per la miseria e grandezza umana. Infatti, le persone reali e concrete che abitano e affollano la parola di Tonino Bello, e dunque il suo cuore, non sono personaggi belli, buoni, puri. Sono esseri umani nella tempesta della vita, ma lui sa vedere di ciascuno la luce nascosta, e la onora, mentre si spende per accoglierla, salvarla, liberarla. E quando questo, come spesso accade, non è subito possibile, le rende tutto il rispetto, la venerazione, che la eleva sopra ogni giudizio sociale o morale. La "povera gente" (come diceva Primo Mazzolari), nei personaggi reali della sua impolverata quotidianità stradale, è al centro della parola di Tonino Bello, al centro della sua chiesa, nel posto d'onore, nel primato degli ultimi, che diventa possibile solo con l'"ultimato" dei primi. Scrive don Tonino nella lettera quaresimale del 19.2.1989 su I piedi di Pietro: «A furia di difendere la tesi del "primato" di Pietro, abbiamo perso di vista che egli è il capostipite di quell'"ultimato" di poveri verso cui Gesù ha sempre espresso un amore preferenziale» (4). «I piedi dei poveri sono il traguardo di ogni serio cammino spirituale» (5).
La circostanza liturgica di queste parole, la memoria di Gesù che lava i piedi a Pietro, ci porta a ricevere di nuovo da Tonino Bello quella famosa figura della chiesa, che egli amava vivere e presentare: la "chiesa del grembiule". E' una bella immagine laico-diaconale, più che sacro-sacerdotale, che risulta emblematica del servizio e della dedizione di don Tonino, un vescovo per niente clericale.
Egli dice che quando la Chiesa passa dalla Parola annunciata alla Parola celebrata e «finalmente alla Parola da tradurre in testimonianza vissuta», sembra che la sua pressione interna scenda. «Sembra proprio che la fotografia della Chiesa meglio riuscita sia quella che la ritrae col lezionario in mano o con la casula addosso. Quella che la riprende col grembiule ai fianchi è giudicata un tantino osée, scattata forse in momenti di intimità e di abbandono e che, comunque, non è bene far circolare troppo nei salotti perché la gente non faccia commenti. E' proprio vero: la Chiesa del grembiule non totalizza indici altissimi di consenso» (6).
La Chiesa del grembiule non sceglie piedi puliti, degni, profumati. Sappiamo bene che questo servizio da schiavo, che Gesù compie per amore - e durante la Cena (dice Giovanni 13,2), non prima e non dopo - tiene, nel vangelo di Giovanni, il posto che l'eucarestia ha nei sinottici, persino nell'uso di alcuni termini: «... anche voi dovete lavarvi i piedi l'un l'altro. ... Vi ho dato un esempio, affinché, come vi ho fatto io, facciate anche voi»; parole che suonano analoghe al «fate questo in memoria di me» (Luca 22,19; 1a Corinti 11, 24 e 25) (7).
Il grembiule, dunque, non è un abito feriale e secondario della Chiesa, ma l'ornamento del momento culminante e sorgivo (8) della sua vita. Così ornato, Tonino Bello ha celebrato la sua vita, in servizio umile e festoso, sulla via di Gesù Cristo.
Perché, dunque, l'umanità maleodorante e colpevole merita di essere amata? Perché è amata! L'umanità è degna di sopravvivere, risponde Tonino Bello "persuaso" a Bobbio "perplesso" (9), anche se non lo merita. L'amore è amore perché ama chi non ama, chi non ricambia l'amore, perché dà senza attendere restituzione (cfr Luca 6,35).
Credo che sia questo il motivo più profondo dell'impegno di Tonino Bello per la pace: non accettare che l'umanità stoltasi distrugga, volere che ognuno e tutti vivano, che la politica cessi assolutamente di usare la morte come un mezzo di azione, e che invece le arti e l'intelligenza del bene rispondano alle arti e all'intelligenza del male. Non si limitava ad auspicare che nessuno facesse guerra, né ad esortare alla pace, né al solo pregare. Sosteneva la conoscenza e la progettazione della difesa popolare nonviolenta (DPN) come possibilità non bellica, non distruttiva, di difendere i giusti diritti da ingiuste aggressioni e di risolvere i conflitti tra diverse ragioni. Considerava realisticamente l'eventuale necessità della difesa, ma senza la guerra (10). Nella relazione di Torino (cfr nota 10), tra le altre cose, don Tonino vede la nonviolenza attiva come la forma storica odierna dell'evangelico amore dei nemici nei conflitti politici, ovviamente senza rinuncia alla difesa della giustizia. Questo amore fino ai nemici appare come il motivo profondo del suo impegno per la pace.
Vorrei concludere questa parte tornando all'inno alla carità di san Paolo con una notazione linguistica che aiuta a vedere questa gratuità dell'amore che cura e incoraggia ogni essere, ogni vita, prima di ogni merito. Le parole greche di Paolo solitamente tradotte «La carità ... tutto scusa (o più equivocamente: tutto copre) ... tutto soffre (o: sopporta)» (1a Corinti 13,7), mi pare che contengano rispettivamente l'idea di protezione (con la stessa radice della parole tetto) e di sostegno. Sicché potremmo intendere «La carità tutto protegge ... tutto sorregge». Da sopra e da sotto, come due mani delicate, la carità circonda, cura, ripara, scalda, valorizza ciò che ama, affinché sia e viva. Questo amore per gli ultimi, i deboli, le vittime, è l'impegno di Tonino Bello per la pace, tutto all'opposto della giustificazione della violenza e dell'omicidio come mezzi necessari o inevitabili per difendere il diritto.


Note

(1) Norberto Bobbio, I chierici e il terrore, in La Stampa 3.9.1981, ora in Il terzo assente, Sonda, Torino 1989, p.203.
(2) N. Bobbio, Elogio della mitezza e altri scritti morali, Linea d'ombra, Milano 1994, p.193.
(3) Etty Hillesum, Lettere 1942-1943, Adelphi, Milano 1990, p.114-115.
(4) Scr. A.B., cit., vol. 2, p. 346.
(5) ivi, p. 345.
(6) Scr. A.B., vol. 1, pp. 201-202. L'immagine sarà poi sviluppata nell'articolo Stola e grembiule sulla rivista Presbyteri, sulla Rivista eccelesiale nel 1987, e da Ed. Insieme, Terlizzi, 1993. Il passo centrale è riportato in C. Ragaini, op. cit., p. 71.
(7) Cfr Enrico Peyretti, Il sacramento del lavare i piedi, in il foglio n.90, giugno 1981. In questo articolo attribuivo per errore a Paolo Ricca un commento di Ernesto Balducci.
(8) Così il Concilio Vaticano II dice della liturgia; cfr Costituzione sulla Sacra Liturgia, n. 10.
(9) Cfr le ultime emblematiche righe della bellissima Introduzione di N. Bobbio ad Aldo Capitini, Il potere di tutti, La Nuova Italia, Firenze 1969, p. 39; ora anche in N. Bobbio, Maestri e compagni, Ed. Passigli, Firenze 1984, 1994, pp. 261- 299.
(10) Si veda, su questo tema: 1) «La DPN non è un tenero sentimento per novizie, ma è diventata una scienza, articolata e complessa» (da un articolo di Tonino Bello sul settimanale diocesano Luce e vita, durante la Guerra del Golfo, citato in C. Ragaini, op. cit., p. 124). 2) Il discorso nel teatro al buio di Sarajevo il 12 dicembre 1992, in Scr. A. B., vol 1, pp. 123-126. 3) L'articolo L'ultima radice, in Nigrizia, settembre 1991. 4) La relazione tenuta a Torino, il 2 novembre 1990, nel pieno della crisi del Golfo, nel 2° Convegno internazionale di Ricerca sulla Difesa Popolare Nonviolenta, sul tema Fondamenti etici della DPN. Questa relazione di Tonino Bello non mi risulta finora pubblicata (lo sarà, secondo le informazioni avute, nel 4° volume di Scr. A.B., cit.). Ne ho stesa una sintesi, ricavata dai miei appunti nell'ascolto, che non ricordo se ho già pubblicato da qualche parte.

3 - SANTI SENZA DIO ?

Albert Camus, in un grande romanzo, emblematico della
condizione umana, La Peste, del 1947, fa vivere un personaggio,
Tarrou, che, ad un certo momento, ha un lungo colloquio col
medico Rieux, impegnato a curare gli ammalati nella città
appestata di Orano, in Algeria (1). Dice Tarrou: «Io soffrivo
della peste molto prima di conoscere questa città e questa
malattia (...). Io ho sempre voluto uscirne». Era figlio di un
magistrato, pubblico accusatore. Quando aveva 17 anni, il padre
lo invitò ad assistere ad un processo importante in Corte
d'Assise, in cui chiese la condanna a morte dell'imputato, un
uomo sui 30 anni, capelli rossi, povero. «Aveva l'aria di un gufo
sbalordito da una luce troppo viva (...). Era un uomo vivo». Il
giovane Tarrou sentì «con quello sciagurato un'intimità ben più
vertiginosa di quella che mai ebbi con mio padre». Quando capisce
che il padre ogni tanto si alza prestissimo per andare ad
assistere alle esecuzioni, fugge da casa. Gli interessa la
condanna a morte, vuole regolare il conto col "gufo rosso". Fa
della politica, combatte la società fondata sulla condanna a
morte, partecipa a tutte le lotte in Europa. Ma anche i suoi
compagni pronunciano condanne. Gli dicono che quei pochi morti
sono necessari per arrivare a un mondo in cui non si sarebbe
ucciso più nessuno. Fino a quando, un giorno, assiste ad una
fucilazione, «e la stessa vertigine che aveva colto il ragazzo
che io ero oscurò i miei occhi di uomo. (...) Ho capito allora
che io, almeno, non avevo finito di essere un appestato (...). Ho
saputo di avere indirettamente firmato la morte di migliaia di
uomini». I compagni di lotta non ne sembravano urtati, ma Tarrou
discuteva con loro e pensava che «se si cedeva una volta, non
c'era ragione di fermarsi. Mi sembra che la storia mi abbia dato
ragione, oggi si fa a chi uccide di più». Tarrou si era rifiutato
di dare mai una sola ragione all'uccidere: «Ho scelto questo
acciecamento ostinato in attesa di vederci più chiaro. (...) Ho
capito questo, che tutti eravamo nella peste; e ho perduto la
pace. Ancora oggi la cerco, tentando di capirli tutti e di non
essere il nemico mortale di nessuno. (...) Dal momento che ho
rinunciato ad uccidere mi sono condannato a un definitivo esilio.
Saranno gli altri a fare la storia. (...) Ci sono sulla terra
flagelli e vittime e bisogna, per quanto è possibile, rifiutarsi
di essere col flagello. (...) Bisognerebbe che ci fosse una terza
categoria, quella dei veri medici, ma è difficile. Per questo ho
deciso di mettermi dalla parte delle vittime, in ogni occasione,
per limitare il male. In mezzo a loro posso almeno cercare come
si giunge alla terza categoria, ossia alla pace».
A questo punto Rieux, il medico, chiede a Tarrou se ha
un'idea sulla strada per arrivare alla pace. «Sì, la simpatia»,
risponde Tarrou, e prosegue con semplicità - siamo qui al culmine
del colloquio - «quello che mi interessa è sapere come si diventa
un santo». «Ma lei non crede in Dio», gli dice il dottore.
«Appunto: se si può essere un santo senza Dio, è il solo problema
concreto che io oggi conosca», conclude Tarrou.
Vediamo sette elementi di queste pagine: 1) un «istinto
formidabile come un'onda» porta il ragazzo Tarrou a fianco del
condannato a morte; 2) egli combatte la società violenta; 3) si
accroge che la rivoluzione violenta è altrettanto appestata, e
lui stesso lo è; 4) per questo ha perduto la pace, e ora la cerca
col rifiuto assoluto di uccidere; 5) questo lo pone, così gli
sembra, fuori dalla storia; 6) la via della pace è la simpatia;
7) l'unico problema concreto è sapere se si può essere santi
senza Dio, come è Tarrou.
Nei nostri termini di oggi, diciamo che quest'uomo ha
rifiutato la violenza per una potente passione interiore a favore
delle vittime; non vede e non conosce possibilità di rivoluzione
nonviolenta della società omicida; preferisce patire il male
piuttosto che commetterlo; sa che la via alla pace, fuori dalla
tenaglia carnefici-vittime, è la simpatia - che noi abbiamo
chiamato qui passione per l'uomo; e infine si interroga sulla
santità. Intuisce che la guarigione dalla peste è la santità:
salvezza, sanità, vita, in/nocenza. Ma entrambi gli interlocutori
non credenti, nominata la santità, nominano Dio, il Santo, per
porsi la domanda concreta, «l'unica concreta»: se l'uomo possa
diventare santo da solo, se possa guarire dalla peste della
violenza da solo, se possa diventare giusto senza un contatto
vitale con uno che sia il Giusto. In Camus la domanda rimane
sospesa, ma è posta. E, comunque, la santità è in relazione alla
simpatia (sun/pàtheia), alla com/passione per l'altro essere
umano. E' il nostro tema. C'è in Tarrou la passione per l'uomo e
non c'è Dio conosciuto. E' santità quella passione per l'uomo?
La questione della santità senza Dio è la stessa questione
dell'etica laica e dell'etica religiosa, di cui oggi nuovamente
si discute, p. es. tra il cardinale Martini e Umberto Eco sulla
rivista Liberal (febbraio 1996). Chiedersi se è possibile la vita
etica, la vita giusta e buona, senza credere in Dio, è lo stesso
che chiedersi se è possibile un'etica laica senza fondamento
religioso.
Il termine santità, nella tradizione filosofica, ha un
significato oggettivo: «un valore che va in ogni caso
riconosciuto o salvaguardato», e uno soggettivo: «il grado
eccellente e superiore della virtù o della religione come virtù»
(2). Se aggiungiamo che santità, in senso cristiano, è
somiglianza con Dio, per la vita in noi del suo Spirito effuso
nei nostri cuori, nella ricerca di rendere sempre meglio fedeli
ad esso le nostre intenzioni e i nostri atti (3); e se intendiamo
l'etica non come precettistica, ma come ispirazione fondamentale
che motiva la coscienza; allora vediamo che si possono avvicinare
la questione della santità, in senso generale, e quella della
vita etica: essere santi è vivere la vita etica, cioè sentire e
voler seguire sempre meglio la voce della coscienza che chiama e
guida al bene. In qual modo influisce su questa vita credere o
non credere in Dio?
Per Norberto Bobbio, nella morale «il vero problema è
l'osservanza». «La ragione profonda dell'allacciamento della
morale a una visione religiosa non sta tanto nell'esigenza di
fondare la morale, quanto nell'esigenza, praticamente ben più
importante, di favorirne l'osservanza». «L'appello a Dio è più
rivolto a Dio come giudice (infallibile) ed esecutore severo
della trasgressione, che non a Dio come legislatore». «Uno degli
argomenti principali per indurre gli uomini a obbedire alle leggi
morali è il timore di Dio, non importa se questo argomento sia
addotto con intenzioni pure dalle chiese (...) o se invece venga
utilizzato dallo stato (...) per ottenere facile obbedienza ai
suoi comandi, anche quelli ingiusti». «Per ottenere l'osservanza
dei principali precetti morali occorre ben altro che la loro
giustificazione razionale. (...) Occorre minacciare pene tali da
non rendere vantaggiosa la violazione delle norme stabilite». E'
ciò che fa il diritto coattivo. Lo stesso risultato ottiene «a
maggior ragione il timor di Dio che è sempre stato considerato
una forma d'intimidazione non meno intensa, e in alcune epoche
più intensa, di quella giuridica». «Da questo punto di vista, ma
solo da questo punto di vista, si può presumere che in una
società secolarizzata le leggi morali siano meno osservate che in
una società religiosa» (4).
In un seminario su "Laicità e religione di fronte alla
Guerra del Golfo", nel 1991, Bobbio ricapitolava questi
argomenti, ma aggiungeva:
«C'è una ragione più forte per la superiorità dell'etica
religiosa. La società sconsacrata è moralmente peggiore della
società cristiana. La sconsacrazione, forse, cambia il concetto e
il valore dell'uomo. Quelle parole di Dostoevskij «Se Dio non
c'è tutto è permesso», possono voler dire anche: «Se Dio non c'è
l'uomo è più vulnerabile, più indifeso, più assoggettabile».
Oppure: «...è abbandonato a se stesso, non distingue bene da
male, è indifferente o cieco di fronte ai valori». E' necessario
pensare che l'uomo ha natura divina ancorché decaduta? Una
società in cui Dio è morto è destinata a precipitare nella vio-
lenza, nello stordimento, nell'effimero, nel volgare, nel diver-
tissement, senza più nulla di eterno?».
Su queste domande, Bobbio si soffermava perplesso e dava una
risposta interlocutoria da laico. Ammetteva che «dopo Auschwitz
e i gulag (opera di regimi scristianizzati), la domanda sembra
dire il vero». Ma ricordava che «altri delitti immani furono
commessi in epoca cristiana, e benedetti: persecuzioni religiose,
genocidio degli indios, tratta degli schiavi. Chi ha sconfitto
Hitler e Stalin? Una concezione laica e liberale. Quando mai si è
parlato di diritti dell'uomo nei secoli cristiani?» (5).
A Bobbio osservai in quella occasione che Dio può essere
pensato non solo giuridicamente come legislatore o come giudice,
ma anche, in una visione personalistica e dialogica, come
ispiratore e sostenitore intimo della vita morale propria
dell'uomo, quindi come animatore di una morale dello spirito e
non della legge solamente, perciò più autonoma che eteronoma, più
libera che costretta, così come un buon educatore non impone
nulla all'educando, ma promuove in lui le sue qualità migliori.
Si può ancora ascoltare, a questo proposito, una pagina di
Pasternak, nel Dottor Zivago: «Penso che se la belva che dorme
nell'uomo si potesse fermare con una minaccia di pena (...)
l'emblema supremo dell'umanità sarebbe un domatore da circo col
frustino, e non un profeta che ha sacrificato se stesso. (...)
Per secoli, non il bastone, ma una musica ha posto l'uomo al di
sopra della bestia e l'ha portato in alto: una musica, l'irresi-
stibile forza della verità disarmata, il potere d'attrazione
dell'esempio».
Ma la verità di quello che afferma Bobbio (Dio giudice
perfettamente efficace, più che legislatore) è detta anche da
Armido Rizzi, filosofo e teologo, quando esprime ciò che Kant
vide nel terzo postulato della ragion pratica, con queste parole:
«Soltanto Dio può garantire infallibilmente l'unione di dovere e
felicità, al di là della storia che li vede spesso sconnessi»
(6).
Proprio il libro di Armido Rizzi appena citato è un'altra
voce sul problema "etica laica-etica religiosa" (7).
Dopo aver sostenuto una «reciprocità di etica e religione»,
Rizzi conclude che «fondamento necessario della morale è Dio, non
la religione», perché «se Dio è l'ipostatizzazione del principio
morale, questo non può esistere al di fuori di lui, ma può
manifestarsi senza il riconoscimento di quell'ipostatizzazione.
Più che di morale atea, si dovrebbe parlare di morale
religiosamente agnostica [e tale mi pare quella di Bobbio,
n.d.r.], più che di morale senza Dio, si dovrebbe dire di una
morale senza l'idea di Dio» (8).
Sulla base di una fenomenologia della coscienza come facoltà
che comprende e si apre al "è giusto", "è bene", ed è esperienza
immediata di questa trascendenza (9), Armido Rizzi constata «la
sua [della coscienza morale] autonomia non soltanto da
presupposti religiosi, ma anche da presupposti razionali».
«Questa lettura fenomenologica della coscienza non è né
teologica né secolare: non fonda il bene né sull'idea di Dio né
sull'idea di uomo, ma lo delinea nella sua posizione
inconfondibile di autofondazione. Perciò essa ci mette in grado
di ridefinire la posizione sia della religione che della ragione
nei confronti dell'etica. Dell'evento etico né l'una né l'altra
possono essere momento fondativo; esse ne sono il momento
interpretativo, ne sono le ermeneutiche. Abbiamo un'ermeneutica
religiosa della coscienza, la quale ci dirà che essa è la voce di
Dio (...). Ma abbiamo anche un'ermeneutica per la quale la
coscienza è l'espressione più profonda della natura umana (...).
Nel caso che due individui divergano nell'interpretare la
coscienza morale, dicendo il primo che essa è parola di Dio (...)
e dicendo invece l'altro che essa è la dimensione profonda di me
stesso o della storia, la divergenza non porterà nessuno dei due
a negare il nucleo di verità della coscienza dell'altro. Ben
diversamente sarebbe se si trattasse di due fondazioni. Infatti
la fondazione è necessaria all'evento stesso della coscienza,
alla sua validità, mentre l'interpretazione (...) è come un
commento al testo originario che è "la voce della coscienza"»
(10).
In più luoghi dei suoi scritti e delle sue lezioni, Armido
Rizzi esamina la parabola del buon samaritano (in Luca 10, 25-37)
come narrazione emblematica dell'evento etico. Il contesto e la
cornice del fatto narrato sono religiosi («Maestro, che cosa devo
fare per avere la vita eterna?», v. 25), ma il fatto è totalmente
laico, umano, anzi la parabola è polemica verso una religiosità
(quella del sacerdote e del levita) che antepone il culto divino
alla compassione attiva per la vittima dei violenti. Il
significato salvifico che Gesù dà all'atto esemplare del
samaritano («Fà così e vivrai», v. 28; «Fà anche tu lo stesso»,
v. 37) non determina l'atto, non ne è il motivo.
Quell'uomo buono, anche se eretico per gli ebrei, non scansa
il ferito come hanno fatto gli altri, ne sente compassione, gli
si avvicina, lo cura, lo prende a suo carico. Questa sequenza di
azioni risponde alla domanda posta a Gesù: «E chi è il mio
prossimo?» (v. 29). La risposta, se interpretiamo la parabola nel
suo contesto e nella sua novità, penso che possiamo così
formularla: «Il tuo prossimo è chi ti è lontano, chi non
appartiene al tuo gruppo, famiglia, nazione, religione, ed ha
bisogno di te, ti chiede di approssimarti a lui. Nel suo bisogno
ti è prossimo. Tu, dunque, fatti prossimo a chi ha bisogno».
Gesù, scrive Rizzi, «risponde negando il presupposto, e cioè che
la legge etica sia l'amore al prossimo» nel senso di vicino, co-
appartenente, conosciuto. «L'amore non è legame con il prossimo,
ma è "farsi prossimo" a colui con il quale non ci sono legami»
(11). Non ci sono altri legami, potremmo aggiungere, che la
comune natura umana bisognosa, la quale unisce attraverso tutte
le separazioni, anche l'inimicizia. L'amore è vivere e attuare
questa unità.
Questa unità, movimento di allargamento della prossimità,
identificazione con l'altro in quanto tale, è l'evento etico
originario; non secondario, come in esecuzione di un comando o di
un ragionamento (il che non esclude l'utilità pratica di
precetti, esempi, pensieri che ci ricordino e ci conducano a
trovare o ritrovare in noi stessi la sorgente dell'evento etico,
perché la coscienza morale può essere addormentata o risvegliata,
perduta oppure educata e sviluppata).
Il samaritano sente scaturire in se stesso la com/passione,
la passione insieme a quell'uomo sconosciuto, un intralcio sul
suo cammino, ma mezzo morto, colpito dal male. Nel ferito, è la
propria umanità che lo chiama vicino e lo impegna. Nel
samaritano, il bene risponde al male. L'atto etico trascende l'io
di quell'uomo, i suoi programmi, i limiti della sua appartenenza.
Il samaritano obbedisce ad un assoluto "è giusto", non lo elude
come i due che camminarono sull'altro lato della strada. Si
lascia colpire e deviare dalla pietà, passando accanto ad una
presenza che tacitamente invoca, chiama.
In questo appello, in questo superamento di sé, che, per
avvenire, non richiede né una fede né una interpretazione
teologica, appare tuttavia, nella lettura di fede dell'evento
etico umano, l'appello di Dio, sicché la risposta attiva è
salvezza. Il samaritano soccorre il ferito non per andare in
paradiso (chissà se ci crede?), ma perché un assoluto in lui,
precedente ad ogni denominazione e interpretazione, lo esige, in
risposta all'appello assoluto che è il bisogno e il diritto alla
vita dell'altro, chiunque esso sia. E' l'originaria "passione per
l'uomo".
La quale - va però precisato (11 bis) - non è un sentimento,
un gusto, che c'è o non c'è, ma una qualità umana essenziale che
può essere sostenuta e sviluppata dall'educazione oppure
trascurata e smarrita, fino ad isterilirsi, cadere in letargo,
nell'a-moralismo. In tal caso l'umanità si oscura e si nega in
noi, ma io credo senza mai poter essere uccisa del tutto, in
nessun uomo, in nessun caso.
In questa "passione" assoluta che conduce oltre a sé, anche
a rischio di sé, la fede riconosce la presenza nell'uomo, in cui
tutto è relativo e limitato, di un principio di vita superiore
che lo solleva oltre le sue misure, i suoi limiti naturali.
Riconosce lo spirito di Dio nell'uomo, il soffio immesso
nell'argilla di Adamo, che l'uomo lo sappia o no, che ci pensi o
no. «Dio è l'istanza suprema che chiama nel povero lungo la
strada (...), amarlo con tutto il cuore e con tutte le forze è
servire quel povero al di là di ogni umana prossimità. Se l'atto
del samaritano è per la salvezza, è perché qui accade quell'amare
Dio senza riserva che della salvezza è la condizione» (12).
Rizzi osserva che il verbo che esprime la "compassione" del
samaritano, nel punto centrale del racconto, è lo stesso verbo
che esprime, poche pagine prima, nel vangelo di Luca, la reazione
di Gesù di fronte al figlio morto della vedova di Nain; e che,
poche pagine dopo, descriverà, nella parabola cosiddetta del
"figliol prodigo", la reazione di Dio al ritorno del peccatore.
«L'evangelista vuole insinuare che ciò che spinge il samaritano a
farsi prossimo è la partecipazione dell'amore stesso di Dio
(...). Così Dio non è soltanto colui che, presente nel povero,
sollecita l'amore comandandolo; è ancora colui che, presente in
chi vede il povero, comunica l'amore come principio del libero
gesto di prossimità» (13).
Così, la "passione per l'uomo" è santità, perché la santità
di Dio è passione per l'uomo, e Dio anima e opera in chi
liberamente ama l'altro uomo. L'atto buono non ha bisogno della
conoscenza di Dio, della fede. Basta che sia fedele al nucleo
profondo e alla dinamica aperta della nostra umanità, che ci
richiama a diventare umani, nel riconoscimento e nella
compassione reciproca e attiva.
Chi ci comanda e ci ispira la compassione non è solo la
parola esplicita di Dio, ma anzitutto e per tutti il "volto di
Altri" (Levinas), quell'obbligo originario (Simone Weil) che
precede ogni contratto sociale, ogni convenzione morale, ogni
formulazione della morale in precetti. Ma l'atto buono rivela Dio
e la sua santità nell'uomo. Chi conosce questa rivelazione ha
anche questo motivo per impegnarsi, sperare, e giudicarsi sulla
via del bene. Chi non la conosce ora, la riceverà nel giorno in
cui chiederà al giudice: «Signore, quando mai ti vedemmo
affamato, assetato, pellegrino, nudo, malato, carcerato e ti
demmo soccorso?» (Matteo 25, 37-39), e gli sarà risposto: «Ogni
volta che avete fatto queste cose a uno dei più piccoli di questi
miei fratelli, l'avete fatto a me» (Matteo 25, 40).
L'atto buono è "santo", non occorre che sia "religioso".
Perciò, l'atto buono, nella misura della sua genuinità e
generosità, testimonia la presenza della santità nel mondo. Non è
propagandista di questa o quella religione, ma della santità che
può vivere anche nell'uomo che non segue una determinata
religione istituita.
Dunque, santi senza Dio? chiedeva il Tarrou di Camus. Noi
che crediamo in Dio mentre lo preghiamo di guarire la nostra
incredulità (Marco 9,23), possiamo dire che dove c'è un po' di
santità, dove c'è un po' di amore, là c'è Dio, anche nascosto e
ignorato. Anzi, poiché la santità c'è, Dio c'è, il mondo non
è abbandonato.
La santità c'è, perché essa non è la vetta inaccessibile
degli eroi, ma il seme nascosto nella terra e il lievito nella
pasta, e noi, nonostante la tristezza (che a volte ci schiaccia
mortalmente) per il male nostro e del mondo, tristezza che non ci
deve dominare, possiamo pregare così: «Noi crediamo in te, perché
in mezzo alla morte persiste la vita, in mezzo alla menzogna
persiste la verità, in mezzo alle tenebre persiste la luce» (14).
Aggiungiamo: perché in mezzo alla malvagità persiste la bontà. Se
c'è un argomento persuasivo - non "dimostrativo" - dell'esistenza
e in/sistenza di Dio, a me pare questo.

Note

(1) Albert Camus, La Peste, Bompiani 1960, pp. 232-245.
(2) Nicola Abbagnano, Dizionario di filosofia, Utet, Torino
1971. Altre utili precisazioni in Dizionario critico di
filosofia, a cura di André Lalande, Isedi, Milano 1971.
(3) V. p. es. Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica
sulla Chiesa, n. 48.
(4) N. Bobbio, Elogio della mitezza, cit, p. 181, 182, 171,
183, 184.
(5) AA.VV. Voci laiche della ricerca morale, in Servitium,
Coscienza e incoscienza dei diritti umani, n. 82, luglio-agosto
1992, p.19.
(6) Armido Rizzi, Crisi e ricostruzione della morale, Sei,
Torino 1992, p. 104.
(7) A. Rizzi, op. cit., parte seconda, cap. 2, L'etica tra
religione e laicità, pp.99-117.
(8) A. Rizzi, op. cit., p. 105.
(9) op. cit., p. 43-46. V. anche p. 54.
(10) op. cit., p. 108, 109-110.
(11) op. cit., p. 69.
(11 bis) Questa precisazione è molto chiara nel famoso testo
del saggio confuciano Mencio (II,A,6), seconda metà del IV secolo
av. C., che si può leggere in Pier Cesare Bori e Saverio
Marchignoli, Per un percorso etico tra culturae, La Nuova Italia
Scientifica, Roma 1996, pp. 55-56.
(12) A. Rizzi, L'Europa e l'altro. Abbozzo di una teologia
europea della liberazione, Ed. Paoline, Cinisello Balsamo 1991,
p. 82. Si vedano le pp. 77-85.
(13) A. Rizzi, Crisi e ricostruzione della morale, cit., p.
83.
(14)Da un libro di preghiera adottato in passato nella Comunità monastica di Bose (Magnano, Vercelli). Preghiera originariamente di Gandhi, in Antiche come le montagne, Edizioni di Comunità, 1965, p. 100.

4. LA PASSIONE DI DON TONINO

Per tratteggiare qualcosa della "passione per l'umanità" di
don Tonino (passione-amore e passione-sofferenza), qualcosa che
ricordi il suo spirito a chi meglio di me lo conosce, e lo
presenti a chi, se c'è, lo conosce meno, sono stato in imbarazzo
se attingere di più dalla vita o dagli scritti. Non c'è molta
differenza: la sua vita è pubblica, è per il popolo, davanti al
popolo, offerta al popolo; i suoi scritti sono pieni, palpitanti
della sua vita: le sue righe sono vene vive in cui batte il suo
cuore, con tutte le vive presenze di umanità e le vicende umane
personali e generali che in esso prendono posto. Sceglierò quindi
qualcosa dalla vita (guidato dalla biografia di Claudio Ragaini)
e qualcosa dagli scritti (che nella raccolta critica e ordinata
in corso di pubblicazione a Molfetta prendono nuova forza e
chiarezza).
Nel 1988, celebrandosi un anniversario (1) di Gaetano
Salvemini, nativo di Molfetta, ne parla come di un «profeta
laico», sottolinea il rigore morale e gli impulsi religiosi della
sua coscienza, dicendo: «Anche la cultura laica ha l'elenco
degnissimo dei suoi santi» (2).
Nel 1986, sulle riserve ecclesiastiche e attacchi politici
al primo appello "Beati i costruttori di pace", si inserisce
Indro Montanelli, allora direttore de Il Giornale, con un attacco
sciocco e per di più basato su una circostanza inesistente,
contro il vescovo Bettazzi, che aveva difeso l'obiezione di
coscienza alle spese militari. Tonino Bello, da poco presidente
di Pax Christi, difende il vescovo di Ivrea e il suo «magistero
che affonda le sue radici sulle piaghe dei poveri». Montanelli
non pubblica la lettera e gli risponde con un telegramma
sprezzante: «Nostro giornale non est quaresimale» (3).
Il crescente impegno di don Tonino per la pace, contro la
cultura di guerra - che, insieme alla politica e all'industria di
guerra, è l'effetto e il moltiplicatore di tutti i mali e i
dolori umani - incontra sofferenze e consolazioni.
Dopo una lettera di Pax Christi a Craxi presidente del
consiglio, per criticare la politica militare e di riarmo, riceve
un richiamo da Poletti, cardinale presidente della Cei (4). Dopo
la cacciata di Alex Zanotelli da Nigrizia (maggio 1987), Tonino
Bello, che ha da mesi su quella rivista una rubrica fissa, si
trova isolato nella Cei: «I suoi rari interventi alle assemblee
plenarie venivano accolti con sorrisi di compiacenza e mormorii
di dissenso». Più di una volta è convocato in Vaticano (5).
Ma gli scrive una lettera ardente un altro che brucia di
passione per l'umanità e per i poveri, David Maria Turoldo
(6): «Mi dicono che sei stato richiamato (...), che non è bene
parlare troppo contro le armi (...). Ebbene: non solo ti sono
vicino, ma oso perfino darti un consiglio: a maggior ragione
intervieni, intervieni sempre di più; e insieme dì che sei stato
richiamato, dillo pubblicamente, perché di questo hanno paura.
Sono anche vili, come sappiamo (...). Per amore dei poveri e
della verità; e cioè per amore della Chiesa e della pace, non
scoraggiarti, caro fratello vescovo! Ti voglio dire una mia
intenzione che rinnovo spesso nella preghiera: è questa, di
pregare per i santi, perché non si scoraggino; perché almeno loro
riescano! Se noi non ce la facciamo. David Maria Turoldo» (7).
Il corsivo è mio, per sottolineare che padre Turoldo
riconosceva un segno di santità nella passione del vescovo Tonino
Bello per la pace.
Nell'Arena di Verona, autunno 1989, diecimila convocati da
"Beati i costruttori di pace" ascoltano don Tonino: «Sono interni
alla nostra fede i discorsi sul disarmo, sulla smilitarizzazione
del territorio, sulla lotta per il cambiamento dei modelli di
sviluppo che provocano dipendenza, fame e miseria nel Sud del
mondo e distruzione dell'ambiente naturale» (8). Quel momento di
"Arena 89" è preceduto e seguito, nelle chiese cristiane,
dall'assemblea ecumenica di Basilea e da quella di Seul su "Pace,
giustizia, salvaguardia del creato". Tonino Bello afferma che
questi impegni per l'umanità e per il mondo sono interni alla
vita di fede e perciò alla santità cristiana.
1990, crisi del Golfo; 1991, Guerra del Golfo. Le speranze
dell'89, anno delle più grandi rivoluzioni nonviolente della
storia (9), sono spente dalla ostinazione dei "vincitori" della
Guerra Fredda a rilegittimare la guerra, come criterio e metodo
di soluzione dei conflitti, a difesa non tanto del diritto
internazionale e dei popoli, spesso e largamente violato da molti
senza risposta bellica, quanto del primato e degli interessi
materiali dei potenti del mondo, come essi stessi affermeranno di
lì a poco nei "nuovi modelli di difesa" che dichiarano a chiare
lettere tali fini e prendono esplicitamente a modello la Guerra
del Golfo (10).
Tonino Bello è in prima fila, con pena interiore, con mille
instancabili iniziative, nell'impegno totale per la pace che fa
onore il quel momento alla Chiesa, ma una cosa lo distingue: in
una lettera ai parlamentari dell'inizio di gennaio 1991 prospetta
come extrema ratio ciò che nessuna autorità morale, salvo Oscar
Romero, ha detto, né allora né poi: la possibilità di «dover
esortare direttamente i soldati, nel caso deprecabile di guerra,
a riconsiderare secondo la propria coscienza l'enorme gravità
morale dell'uso delle armi» (11).
Solitamente e normalmente l'appello morale alla pace è
rivolto alla buona volontà dei responsabili politici, dei
governanti, non alle coscienze dei cittadini e dei soldati
chiamati ad eseguire le politiche di guerra. Timore di
interferire coi poteri economici e politici? Non c'è un uguale
timore di entrare d'autorità nella vita intima e spesso difficile
delle persone, con l'imporre obblighi di etica sessuale
dettagliatamente definiti in tutto il loro peso. Sembra proprio
che il magistero morale della chiesa sia più delicato coi poteri
forti che con le persone deboli e alle prese con difficoltà a
volte drammatiche, che pesano per lo più sulle donne.
Tonino Bello pone il problema della guerra e della pace a
quell'istanza suprema che è la coscienza personale, certo non
isolata ma responsabilmente decisiva. Questo è eversivo. Craxi e
il Giornale di Montanelli rispondono con l'irrisione e l'insulto.
Il deputato repubblicano Gaetano Gorgoni, conterraneo di don
Tonino, cita il Qohelet per dargli del pazzo. Ma Tonino Bello
ripete in una intervista televisiva che se un pilota non può, in
coscienza, bombardare i civili, deve avere il coraggio di
disertare. Dell'ammiraglio Buracchia, privato del comando della
spedizione navale italiana nel Golfo perché ha dichiarato che «la
guerra si poteva evitare», dice con ammirazione: «Ha dato voce e
libertà alla sua coscienza» (12).
Ma il consiglio permanente della Cei, per bocca di Ruini,
prende le distanze: «Le scelte politiche non ci competono». Così
altri vescovi, come Biffi e Saldarini, dicono in sostanza: pace
sì, pacifismo no. Questa posizione, oltre che una facile
scappatoia, sembra vittima dell'errore di pensare il pacifismo
nell'unico significato di rinuncia alla lotta giusta per viltà,
ma questo senso della parola è superato dalla realtà dei
movimenti per la pace attiva e giusta.
Anche nell'episcopato pugliese Tonino Bello incontra
posizioni differenti dalle sue. La maggiore amarezza gli viene
dagli ambienti ufficiali della città, dalla Democrazia Cristiana,
da alcuni settori del suo clero, da una parte del consiglio
pastorale, che non capiscono né condividono le sue posizioni
radicali contro la guerra e l'intervento italiano (13). «La cosa
che più mi fa soffrire - commenta il vescovo Tonino - è di
vedermi delegittimato nella mia funzione di pastore. Se un
vescovo non può appellarsi alla coscienza, cosa gli resta?
Decidere dei colori dei paramenti?» (14).
Un documento di Pax Christi, intanto, ribadisce che le
obiezioni «non sono disprezzo verso lo Stato e le sue
istituzioni, ma espressione di un amore più grande e di un
servizio fatto per l'uomo, specialmente per quelli che le
"patrie" dimenticano» (15). Ecco interpretata la "passione" di
don Tonino e di tanti: chi obietta alle soluzioni violente,
patisce l'urto coi potenti per amore degli ultimi.
Intanto compare la malattia, il cancro che frenerà e fermerà
infine l'azione appassionata di Tonino Bello, almeno su questo
versante della realtà, dove siamo noi ora. Viene la drammatica
immigrazione degli albanesi, don Tonino si mobilita, con tutte le
associazioni della diocesi organizza l'accoglienza di centinaia
di profughi. Dopo l'ondata di agosto 1991 corre allo stadio di
Bari, tra gli albanesi, dichiara e scrive la sua vergogna e
indignazione per il trattamento usato: «Le persone non possono
essere trattate come bestie. Prive di assistenza, lasciate nel
tanfo delle feci che il profumo del mare non riusciva a
mascherare. Mantenute a dieta con i panini lanciati a distanza,
come si fa allo zoo (...). No, l'uomo, chiunque esso sia, quali
che siano le sue colpe, merita ben altro rispetto» (16).
Ha parole severe per la brutta "operazione Sardegna" con cui
lo stato, con mezzi militari e con l'inganno, rastrella in tutta
Italia e rimpatria con la forza questi profughi di «popoli alla
detriva». Anche il sindaco di Bari critica l'operato del governo,
ma il presidente Cossiga lo definisce «irresponsabile e cretino».
Il ministro democristiano degli affari interni, Scotti, ritiene
di potere scherzare e dice: «A peste, fame et Bello libera nos
Domine» (antica preghiera che significa: Liberaci, Signore, dalla
peste, dalla fame, dalla guerra) (17).
Il 6 febbraio del 1992 muore padre Turoldo, di cancro anche
lui, e il 25 aprile padre Balducci, vittima di un incidente
stradale. Il 23 maggio a Sarajevo, nella "strage del pane", 23
persone sono uccise da una granata. Grandi dolori per tutti.
Turoldo aveva scritto la prefazione al libro di don Tonino
Alla finestra la speranza (18), con la forza abituale delle
verità paradossali, quelle cioè che prendono di petto le opinioni
correnti: «Non inoltrarti troppo su queste strade di poveri», gli
dice con dolente ironia; gli parla della «tua passione di voler
essere uomo e cristiano»; gli riconosce «il merito di avere
proclamato che la comunione di Cristo col mondo dei poveri è
l'unico spazio umano, lo spazio dove avviene la sua unica vera
incarnazione» (19).
Nell'estate del 1992 si accalora, per passione di giustizia,
nella difesa dei pacifisti derisi, accusati, e insultati da
grossi giornalisti: Miriam Mafai, Enzo Bettiza, Walter Veltroni,
Angelo Panebianco (20). Dimostra la loro azione quotidiana, nella
formazione, nelle analisi, nell'educazione alla nonviolenza
attiva, non nei cortei o nelle televisioni, l'unica cosa che
certa informazione sa vedere. E' in questa occasione, replicando
a quei giornalisti, che Tonino Bello ci dà una delle più esatte e
vere sentenze sulla guerra, su ogni guerra, quando afferma che «i
cannoni non tuonano mai amore di patria, ma sillabano sempre in
lettere di piombo la suprema ragione dell'oro» (21). Lavora
freneticamente, viaggia per l'Italia, si affatica utilizzando
spesso le ore della notte per ridurre le assenze da Molfetta.
Interpellato da Sandro Magister de L'Espresso sull'apparente
contraddizione di papa Wojtyla, pacifista nel '91 ed ora
propugnatore della "ingerenza umanitaria" nella tragedia
jugoslava, Tonino Bello non esita ad affermare che il diritto-
dovere dell'ingerenza umanitaria si può praticare in diverse
modalità, ad esempio quella nonviolenta (22). E lancia l'idea di
un «cuscinetto umano», una interposizione nonviolenta di
centinaia di migliaia di obiettori e volontari di pace. Albino
Bizzotto, di "Beati i costruttori di pace", raccoglie l'idea, che
si realizzerà poi nel dicembre 1992 in misura molto minore, ma
ugualmente di grande significato per il futuro, insieme ad altre
analoghe precedenti azioni di pace, ancora troppo ignorate dalla
cultura storica (23).
Don Tonino era malato, quando a dicembre i 500 andarono a
Sarajevo. «Ci andrò, anche con le flebo addosso», disse al suo
medico (24). E così fece. A Kiseljak e a Sarajevo dice parole,
raccolte anche nelle videoregistrazioni fatte da alcuni presenti,
che sono tra le sue più alte, più illuminate, più sofferte, ed
anche, sì, più piene di gioia. Al ritorno, profetizza la
scomparsa della guerra dalla storia (25), con la fede di chi vede
oltre la durezza e l'oscurità delle cose.
Ormai si prepara a morire. Un mese prima, confida a Claudio
Ragaini, l'autore della biografia: «Io non faccio altro che
partecipare alle sofferenze di Cristo, ma anche alle sofferenze
della gente» (26). Ecco: santità come passione per l'uomo.
Volevo raccogliere altre parole sue dagli scritti,
specialmente dalle lettere quaresimali, ma sono già stato troppo
lungo. Osserverò soltanto, in sintesi, che le sue omelie e le sue
lettere al popolo somigliano a quelle di Oscar Arnulfo Romero,
che il martirio e il popolo dei poveri hanno subito dichiarato
santo. Ogni lettera di don Tonino presenta a noi una persona tra
le più umili e sofferenti, una presenza viva, intera, con tutto
il suo carico, con il suo nome proprio; una santa litania di
crocifissi che egli abbraccia ed onora, che "eleva sugli altari",
direi, perché in essi riconosce e indica il Signore.
Le persone singole e i problemi di tutti. Nella lettera
pasquale del 1987 parla anche del megapoligono di tiro che i
piani militari vogliono piazzare «sulle nostre Murge». E avverte:
«Non fate lo sbaglio di dire che il vostro vescovo sta facendo
politica» (27): è la passione per il suo popolo, che è poi la
vera e giusta politica, e sono anche, senza alcun integralismo,
«discorsi interni alla nostra fede», come abbiamo sentito.
I problemi di tutti e le persone singole. «Coraggio! Il
cristianesimo è la religione dei nomi propri, non delle essenze.
Dei volti concreti, non degli ectoplasmi. Del prossimo in carne
ed ossa con cui confrontarsi, e non delle astrazioni
volontaristiche con cui crogiolarsi» (28). Come Romero, le cui
omelie erano la memoria nominativa, davanti a Dio, delle vittime
quotidiane del suo popolo.
Tonino Bello ricorda Romero in una grande omelia,
pronunciata nella basilica dei Santi Apostoli, a Roma, il 23
marzo 1987, che termina con una lunga preghiera al santo vescovo
dei poveri. Involontariamente, parlando di Romero, ci dà un
ritratto del proprio spirito di servizio. Come Romero, don Tonino
è «vescovo fatto popolo». Cita parole di Romero, che sono anche
pensiero suo, come abbiamo già sentito: «I poveri sono quelli che
ci dicono che cos'è la polis, la città, e che cosa significa per
la chiesa vivere realmente nel mondo. Tutto questo non solo non
ci allontana dalla nostra fede, ma ci rimanda al mondo dei poveri
come al nostro vero posto!». Prega Romero che gli dia una mano
«perché possiamo coraggiosamente incarnare [la parola di Dio]
nella cronaca, nella nostra piccola cronaca personale e
comunitaria, e produca così storia di salvezza» (29).

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All'inizio di questa relazione ha parlato la ragazza della
rosa. Alla fine deve parlare il barbiere di don Tonino: «Io ero
abituato, col vescovo precedente, che mi chiamava il segretario
in curia per il mio servizio. Lui invece arrivava in negozio come
uno qualunque. I clienti si alzavano in piedi, volevano che
passasse avanti. No, no, non c'era verso, aspettava il suo turno
e nel frattempo il mio negozio si riempiva di gente, lui aveva
una parola per tutti» (30).
Anche per noi, qui, oggi ha avuto una parola, io credo.


Note

(1) Non il 15° anniversario, come scrive Ragaini, essendo
Salvemini morto nel 1957.
(2) Claudio Ragaini, Don Tonino, fratello vescovo, Ed.
Paoline, Milano 1994, p. 80.
(3) C. Ragaini, op. cit., p. 94-95.
(4) C. Ragaini, op. cit., p. 99-100.
(5) C. Ragaini, op. cit., p. 103.
(6) Ho provato a descrivere la passione di Turoldo, da lui
stesso in mille toni cantata e gridata, in Rocca 1.3.1992.
(7) C. Ragaini, op. cit., p. 104.
(8) C. Ragaini, op. cit., p. 114.
(9) Si veda il libro più documentato su questo punto:
Giovanni Salio, Il potere della nonviolenza, Ed. Gruppo Abele,
Torino 1995.
(10) Per la critica dei "nuovi modelli di difesa"
statunitense, tedesco e italiano mi limito qui ad indicare il
libro, pensato da Ernesto Balducci, di U. Allegretti, M. Dinucci,
D. Gallo, La strategia dell'impero, Ed. Cultura della Pace,
Fiesole 1992, e il più breve degli articoli da me scritti
aull'argomento, Difendere che cosa? e come?, in Rocca, 1.12.1994,
p. 47.
(11) C. Ragaini, op. cit., p. 116.
(12) C. Ragaini, op. cit., pp. 116, 117, 120, 121.
(13) C. Ragaini, op. cit., p. 122, 123, 124, 125.
(14) C. Ragaini, op. cit., p. 126.
(15) C. Ragaini, op. cit., p. 122-123.
(16) C. Ragaini, op. cit., p. 131, 132.
(17) C. Ragaini, op. cit., p. 133-134.
(18) A. Bello, Alla finestra la speranza, Ed. San Paolo,
Cinisello Balsamo 1988.
(19) A. Bello, op. cit., Prefazione di David Maria Turoldo,
pp. 8, 9,10.
(20) C. Ragaini, op. cit., p. 144, 147.
(21) C. Ragaini, op. cit., p. 146.
(22) Sull'attenzione e informazione di Tonino Bello riguardo
alla cultura, metodi, esperienze di difesa nonviolenta, si veda
la nota 10 alla seconda parte di questa relazione.
(23) Per una bibliografia, ancora parziale e in continuo
aggiornamento, dei casi storici di difesa senza guerra, posso
indicare il paragrafo 14 del mio saggio Possibilità del
pacifismo, apparso su Testimonianze, n. 376, giugno-luglio 1995,
pp. 7-26.
(24) C. Ragaini, op. cit., p. 148.
(25) C. Ragaini, op. cit., p. 169.
(26) C. Ragaini, op. cit., p. 176.
(27) Scritti di Mons. Antonio Bello (d'ora in poi Scr.
A.B.), Mezzina, Molfetta 1993, vol 2, p. 310 e 305.
(28) Scr. A.B., cit. p. 301.
(29) Scr. A.B., cit. p. 162. V. tutta l'omelia alle pp. 157-
164.
(30) Gianni Amaini, Un addio a don Tonino, in Avvenire,
29.4.1993, p. 20.



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