sabato 20 ottobre 2018

Noterella su Dio
Forse la realtà di Dio ci appare quando vediamo in altri, o sperimentiamo in noi, anche solo per un momento, la capacità di dare più di quanto riceviamo. E' questo un cuore del vangelo: p. es. Luca 6,35. Sembra solo un grande esigente precetto, ma è una rivelazione: voi siete questo. A volte, nella povera umanità, compare la capacità di creare bene, che supera il male. E' la rivelazione che l'amore creativo esiste. Noi chiamiamo ancora Dio, secondo un linguaggio diffuso in antiche culture, un ente superiore, dalle formidabili virtù e potenze. E lo invochiamo, se crediamo che esista da qualche parte, in aiuto alla nostra debolezza, ai nostri peccati, al destino avverso. Quando, anche solo in una scintilla, appare tra noi ciò che le religioni chiedono a lui, cioè la presenza del buono, del giusto, non abbiamo più bisogno di scalate metafisiche a dimostrare un "Essere perfettissimo" ecc. ecc. Quella apparizione rivelatrice mette in dubbio il pessimismo metafisico - cioè la legge imponente per cui solo la forza e la sopraffazione regnano nei rapporti umani ("O si domina o si è dominati"), e che l'uomo è egoista (dogma del capitalismo: niente si fa per niente)  - e ci persuade dolcemente che in noi agisce anche uno Spirito più largo del nostro animale (e rispettabile) istinto di conservazione. Se non viviamo sempre solo per noi stessi, ma anche per altri, è segno che in noi c'è una realtà vivente e creatrice, che non è la stretta conservazione, accanita quando si sente minacciata. Già il prodigio della dedizione materna, del soccorso gratuito ad un bisognoso, della generosità, del dono, della compassione, sono suggerimenti di ciò che filosofie e teologie e religioni teorizzano a modo loro, nel tentativo, sempre insufficiente e discusso, ma non vano e inutile, di interpretare la vita. In pratica - dio o non dio -  se siamo capaci a volte di favorire la vita, perché non lo facciamo sempre, in giustizia e amore? Non ne siamo sempre capaci, se non coltiviamo e ascoltiamo lo Spirito buono, chiamandolo e pensandolo come meglio crediamo. Le persone migliori e più illuminate della nostra specie umana lo hanno immaginato o chiamato come realmente Vivente, più di noi, in noi.

lunedì 8 ottobre 2018

Domenica 15 Maggio 2016 10:52

È troppo poco (di Enrico Peyretti)

Pubblicato da Fausto Ferrari


Contrariamente alla religione diventata costume sociale, la festa più grande non è il Natale, e neppure la Pasqua ebraica o cristiana, ma la cosiddetta Pentecoste, perché è festa non di una o due religioni, ma festa universale e quotidiana dello Spirito, che riempie la terra.
«È troppo poco che tu sia mio servo per rialzare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti d’Israele, perciò ti farò luce delle nazioni, perché la mia salvezza raggiunga l’estremità della terra» (Isaia 49,6 dal secondo carme del Servo)
È troppo poco l’elezione di Israele: deve essere per tutti i popoli, e non per una terra, ma per tutta l’estensione della terra; non basta la prima alleanza e l’elezione nazionale; non basta la rivelazione ad un popolo, né una religione che prende il nome di quel solo popolo. Non basta che Dio parli e sia ascoltato in una lingua, in una cultura e una storia particolare. O la sua parola è udibile da tutti, o chi parla non è il Dio di tutti. Se Dio non è di tutti, diventa l’arma più potente di alcuni contro altri. Se è di tutti, è il fondamento e l’appello della pace.
Quella prima parola è solo l’inizio di un discorso.
«Nella relazione con Israele, la chiesa è come l’Israele escatologico. Gesù non pensa di fondare un’altra religione, non pensa una chiesa come realtà altra da Israele, ma come il compimento di Israele. Perciò c’è ben più che una relazione: Israele è costitutivo della chiesa e la chiesa è il compimento di Isarele, il superamento del suo limite (vedi in Romani 11,18: radice e rami)» (riflessione raccolta dalla presentazione del libro di Roberto Repole, Il pensiero umile, Ed. Città Nuova, il cui ultimo capitolo è intitolato Una chiesa umile).
A loro volta, il cristianesimo, la chiesa, sono da superare nel loro limite storico e culturale, limite che può essere stato necessario (come per Israele) per avviare il cammino concreto, ma che diventa ostacolo e arresto al cammino stesso quando troppo si consolida: accade così quando papa Ratzinger insiste sulla lingua filosofica greca necessaria per dire il messaggio cristiano; accade così quando la garanzia del messaggio è identificata in una struttura gerarchica.
I cristiani guardano a Gesù il Cristo, ma non basta neppure una religione che prenda il suo nome: è troppo poco. Gesù rinvia allo Spirito, che è dappertutto e non sai donde viene né dove va; i suoi discepoli sono avvertiti che il peccato maggiore non è contro Cristo ma contro lo Spirito; e quando Cristo si assenta, ucciso, resta presente con la sua vita, comunicando lo Spirito che ha spinto e animato lui stesso; e i veri adoratori del Padre non lo adorano in questo o quel tempio, ma in Spirito e verità; cioè, la «vera religione» (tema ampio nella Bibbia) è il soccorso al prossimo bisognoso, chiunque esso sia, di qualunque nazione, religione e idea, perché su questo, non sulla religione e neppure sulla fede esplicita, saremo giudicati, alla fine. La «vera religione» è spirituale, interculturale, interreligiosa, è amore operante, anche se ciascuno di noi, giustamente, esprime questa verità in una sua lingua materna e domestica, purché intimamente comunicante con ogni altro linguaggio ed esperienza dell’unico Spirito.
Perciò, contrariamente alla religione diventata costume sociale, la festa più grande non è il Natale, e neppure la Pasqua ebraica o cristiana, ma la cosiddetta Pentecoste, perché è festa non di una o due religioni, ma festa universale e quotidiana dello Spirito, che riempie la terra, pur contrastato dalle tenebre, ed è effuso in tutti i cuori aperti e anelanti, comunque lo chiamino. Lo Spirito è il non-ancora-detto, dopo tutto il detto delle religioni.

Enrico Peyretti

Enrico Peyretti ha fondato con altri, nel 1971, il mensile torinese Il foglio; è ricercatore per la pace nel Centro Studi Domenico Sereno Regis di Torino e membro del Movimento Nonviolento e del Movimento Internazionale della Riconciliazione.
(Testo pubblicato sul n. 7-8 di Interdipendenza, settembre-dicembre 2007)

venerdì 14 settembre 2018

Abbecedario della democrazia

Democrazia sì o no? Democrazia del Capitano, o della piattaforma Rousseau? O quella dei leader e segreterie?
La democrazia è il sistema di decidere contando le teste favorevoli o contrarie, senza tagliare quelle contrarie. Diremo dunque che maggioranza è giustizia? Oppure la democrazia è anche un sistema di valori non decisi dai semplici numeri?
Perché, avendone la possibilità, non decidiamo come piace a noi, che sappiamo con certezza quel che è giusto, mettendo a tacere (o peggio) chi vuole il contrario? Così la chiesa ha sempre pensato, nel tempo della cristianità (reale o immaginata), e così hanno pensato e fatto le ideologie totalitarie, e gli interessi forti, incarnazione della forza-verità storica, che dicono: verità e giustizia e realtà siamo noi, non la maggioranza. Questa semmai verrà dopo, convinta da noi. No, l'idea della verità politica incarnata, più decisiva dei numeri, l'abbiamo superata, con dolorose fatiche storiche. Siamo democratici, decidono i numeri.
Ma decidono tutto? Ci sono valori che non si identificano né con la forza, né col consenso maggioritario. Un valore così è la coscienza libera di ciascuno: nessuno può essere costretto a volere o ad avallare ciò che non trova giusto secondo la propria coscienza. La democrazia che conta le teste deve contare teste libere, rispettate e aiutate nella loro libertà. Legalità non è necessariamente giustizia. Alla legge regolarmente stabilita, una coscienza può sentire il dovere di disobbedire, per giustizia, accettando la sanzione.
Perciò la maggioranza deve rispettare e anche favorire la libera convinzione ed espressione di volontà differenti e alternative. Il metodo democratico e la democrazia come valore politico consistono in due cose: si decide come vuole la maggioranza; si rispetta e si ascolta, nel continuo cammino di umanizzazione, la volontà alternativa delle libere minoranze. Democrazia è azione, ma prima è dialogo, senza imposizioni. Per questo si basa sul “parlamento”, non solo sul lancio della parola istantanea (twitter), senza le mediazioni del “dis-correre”, che si svolge e si corregge nel tempo. La democrazia è la forma primaria e più elementare di nonviolenza. Ogni maggioranza che si crede in diritto di tutto, rovina la conquista storica della democrazia sull'assolutismo.
Il principio umanistico della dignità inviolabile di ogni persona è superiore al principio tecnico della maggioranza, perché ne è la vera ragione sostanziale. Si suppone, con fiducia nella ragione umana, che i più riescano mediamente a vedere e decidere meglio. Ma non è una sicurezza: la maggioranza è legittima, ma può sbagliare, può essere ingiusta, eccome! C'è una cosa che non deve fare: conculcare le minoranze. Cuore più vero della democrazia non è il principio di maggioranza, ma il principio di rispetto delle minoranze. Qualunque opinione che critica ma rispetta le altre, non può essere conculcata. E se c'è un'opinione che non rispetta le altre si spera che la maggioranza delle persone ragionevoli la giudichi e la isoli.
La democrazia non è verità, ma metodo. E non è solo un metodo tecnico, ma una civiltà etica. Il risultato tecnico non è sempre etico. Il valore etico sociale non si attua se non col metodo del consenso di maggioranza. Il consenso può produrre un effetto non etico. Dobbiamo custodire le procedure, e dobbiamo educare il civismo. Sono come il corpo e l'anima della democrazia vivente: reciprocamente necessari.
La democrazia è una scommessa sulla ragionevolezza umana, sul senso della giustizia, sul rispetto dell'altro. Preziosi beni mai conquistati per sempre. La storia cammina, ma l'umanità – bambini e vecchi - è sempre di nuovo a frequentare la prima elementare, ad aprire l'antico abbecedario, insostituibile.
e. p.  

mercoledì 12 settembre 2018

Tempi di Fraternità – Circolo dei Lettori – Torino 10 settembre 2018

Ripartiamo da Erasmo

Perché ritrovare Erasmo, come propone Tempi di Fraternità? Per ritrovare l'umanesimo.
Ci accorgiamo, se ascoltiamo le voci delle coscienze più attente, che il problema del momento politico, civile, sociale, è un problema di umanità. «Restiamo umani», ci ripetono le testimonianze più vive. Ritorniamo umani, ci diciamo davanti a certi fenomeni glaciali e frane spirituali in corso.
Nella nostra comune umanità c'è miseria e grandezza. Sentiamo umiltà, pentimento e bisogno di cambiamento per la miseria comune. Viviamo anelito, desiderio, ricerca, per la grandezza umana, che compare nei maestri illuminati, e resta anelito nascosto nei giusti sconosciuti, su cui poggia il mondo.
La “cultura animi”, la coltivazione dell'umano in noi, l'umanesimo, composto di varie luci, oggi è minacciato dalla riduzione dell'uomo a funzione, a semplice supporto della tecnologia auto-noma (fino ai robot-killer, che decidono da soli e potranno minacciarci). L'uomo rischia di essere governato dalla tecno-crazia. Comunichiamo con frasi-frecce, senza meditazione, senza mediazioni. Sentiamo confusamente che qualcosa ci confonde e ci fa paura. Anche in altri momenti l'umanità si è degradata, ma a noi tocca vivere questa contingenza.

1 – L'altra modernità
Erasmo è un mite alfiere dell'appello alla nostra umanità, differente e irriducibile alle cose. Non facciamo di Erasmo il maestro unico, ma ci interessa molto, tra le voci creative della civiltà moderna, oggi in crisi (o in evoluzione?), perché egli ha parlato e dato segnali sul bivio storico dal quale nacque il cammino sia della modernità umanistica (dei diritti umani, della coscienza planetaria), sia della modernità caratterizzata dal potere distruttivo, tanto dell'ambiente vitale, quanto della stessa esistenza umana.
Erasmo è l'altra modernità interrotta , non è riconosciuto dalla modernità che è prevalsa.
Erasmo è conosciuto soprattutto per l' Elogio della follia: fine ironia amara e sorridente sulla miseria umana. È meno conosciuto per la sua opera di pace, che è ammirazione e speranza-stimolo per il compimento della grandezza umana. Vigilante severo contro ogni fanatismo, ci preserva dal rendere violenta la passione del vero e del giusto.
Scrive Eugenio Garin: Erasmo è “ossessionato” per la pace, cioè per l'umanità che ha cura dell'umanità. Oggi è dunque da riaccendere l'attenzione e l'interesse per Erasmo come un padre della migliore modernità. «In Erasmo la lotta per la pace, il bene della pace, è davvero il pensiero dominante, il punto di raccordo e la radice di tutto il suo umanesimo cristiano, del suo cristianesimo evangelico» (Eugenio Garin, Erasmo, Edizioni Cultura della Pace 1988, p. 7)
Erasmo costruisce una cultura di pace, in senso ampio, per almeno tre ragioni: respira l'umanesimo pre-cristiano classico; riporta il cristianesimo alle fonti genuine (traduce e restituisce il Nuovo Testamento alla sua forma autentica); è vero che non riforma le istituzioni (critica di Stefan Zweig), ma riforma l'anima che queste hanno bisogno di respirare.


2 - L'opera di pace
Considero, per quel che ho potuto capire, il Dulce bellum inexpertis più importante e diretto della Querela pacis, il Lamento della pace.
Ci vedo un anticipo della cultura moderna della pace politica, che è assenza e liberazione dalla violenza sia fisica, sia strutturale, sia culturale. La pace politica è frutto e compimento delle pace personale condivisa. Il terribile Novecento è anche il secolo della evoluzione del concetto di pace, da virtù personale, mitezza, in-nocuità, alla virtù politica, qualità e obiettivo della politica umana: la pace non si raggiunge solo come frutto della giustizia (Isaia 32,17), ma anche la giustizia va ottenuta con mezzi pacifici.
Chi non desidera la tranquillità della pace? Pero, non basta il pacifismo – che è paura di morire (e può essere astensione, tradimento) – ma occorre la nonviolenza attiva, che è paura, ripugnanza ad uccidere (Simone Weil, La prima radice). Si arriva alla pace nonviolenta col sentire che uccidere è uccidersi. Non basta il principe buono (Enchiridion, di Erasmo), occorre la cultura popolare pacifica, una civiltà della pace. La pace può essere violenta, come la “pax romana”, quando è “pace d'imperio”, la peggiore specie di pace, nella classificazione di Norberto Bobbio e di Raymond Aron. Certo, è sempre meglio della guerra – Erasmo ripete: «Meglio una pace ingiusta di una guerra giusta» - ma non è l'obiettivo di qualità umana.
Non basta la democrazia, se è consenso popolare ad una politica contro altri popoli umani. Il “demos” (popolo), libero e titolare di diritti, è ormai il demos planetario: la democrazia è cosmopolitismo, o non è. Chi non vede questo, è chiuso nella sua piccola tribù regionale, dialettale, ignorante e impaurita: il sovranismo nazionale è ormai una contrazione spastica dell'umanità.
La modernità di Erasmo su pace-guerra, si può riassumere in alcuni punti:
- Il Dulce Bellum inexpertis vuol dire non solo che la guerra piace a chi non la conosce, ma che piace a chi la fa fare agli altri. I veri “esperti” della guerra sono le sue vittime, e i suoi esecutori-vittime. Erasmo denuncia l'ignoranza della realtà umana da parte di chi promuove le guerre.
- Questo libretto contiene un'analisi dell'antropologia e della politica di guerra.
- Porta argomenti non solo morali, ma anche di convenienza contro le guerre, con molto realismo.
- Afferma la piena incompatibilità della guerra col Vangelo. Questa chiarezza arriverà soltanto con la Pacem in terris di Giovanni XXIII e coi giorni nostri.
- Il Dulce bellum cerca e propone un superamento non solo morale, ma anche nel sistema politico internazionale, della pratica della guerra legata ai poteri politici e alle culture.
- Vede chiaro che le leggi dello stato sono soggette al diritto dell'umanità.
- Porta, contro la guerra, criteri cristiani-laici, umanistici, evangelici, liberanti, non autoritari.
- Ha rispetto (realistico) dei Turchi, che rappresentavano il nemico esterno, l'altra religione (ma possono essere «più cristiani di noi», dice Erasmo): ammette la difesa dall'aggressione, ma non la guerra teologica.
La sostanza del Dulce Bellum - “non conoscete la guerra, altrimenti non vi piacerebbe, non la giustifichereste” - è demolizione dell'idolo statale, di un potere che si autorizza il sacrificio umano, l'omicidio politico. Ed è il continuo ritrovamento dell'uomo nell'uomo, dell'umano oltre lo smarrimento dell'umano. Il nostro art. 11 della Costituzione, col verbo “ripudia” rompe il matrimonio, dato dall'origine per indissolubile, tra stato e guerra, nati insieme. Lo stato (antico e moderno) vale come necessaria regola di convivenza, ma è nefasto come rottura dell'umanità tra l'interno e l'esterno, tra noi e loro.
In sostanza, il pensiero di Erasmo mette in discussione lo Stato omicida, il diritto di uccidere. Come farà Tolstoj, come fanno i profeti che precorrono la matura nonviolenza politica gandhiana.
Alcuni, anche Hans Küng, hanno accusato Erasmo di «troppo poco coraggio paolino», e di «fuga» (in Teologia in cammino, Mondadori 1987, pp. 21-55, spec. 48), di fronte a Lutero e alla sua Riforma. Ernesto Balducci, in una lettera del 21 gennaio 1989, mi scriveva: « Sono convinto, diversamente da Küng, che Erasmo, tra Roma e Lutero, aveva visto giusto: la questione dirimente, che avrebbe portato con sé anche la riforma della chiesa, era quella della pace. Non è forse oggi la vera questione ecumenica?». Cioè, la pace è il vero ecumenismo non solo cristiano, ma interculturale: pace e pluralismo, perché l'umanità è una e plurale, è irriducibile sia al monismo (impero), sia alle sovranità assolute belligene. Ormai è chiaro a noi che sarà o “convivialità delle differenze”, o distruzione totale.


3 – Dal monologo al dialogo cosmopolitico
L'Europa moderna si è costruita come “monologo”, discorso unico sull'uomo, credendo di sapere e dire tutto sull'uomo, e di essere tutto l'uomo. Ma il momento attuale pone la comparsa e il problema dell' “Altro” (Ernesto Balducci, L'Altro. Un orizzonte profetico, 2a ediz., Giunti 2004), degli altri popoli e culture che vengono a noi. Questo problema è verifica della nostra umanità, pretesa universale. Si tratta di superare il monologo, entrare nel dialogo cosmopolitico, nel pluralismo culturale, nella “pluralità delle vie” verso il vero, il giusto, il buono, il bello.
In questo cammino abbiamo dei maestri: lo stesso Balducci, Raimon Panikkar, Pier Cesare Bori, le chiese in quanto salpano via dal continente europeo, le religioni non cristiane in quanto non sono più soltanto “espressioni geografiche”, ma forme possibili dello spirito umano cercatore sui confini. Radici di questa intelligenza ampia ne troviamo in Erasmo, in generale nell'umanesimo (Pico della Mirandola, Nicola Cusano) aperto alle varie forme dell'unica umanità.



4 – Erasmo è cristiano: allora, la pace vale solo in nome di Dio?
Ci chiediamo se la questione della pace è anche la questione di un assoluto. È una questione teologica? Perché io non posso ucciderti? Solo perché c'è un divieto e un castigo? Chi difende Abele da Caino? Soltanto la forza propria di Abele, se si arma? Oppure lo difende un dio, che ascolta il grido del suo sangue? E se non abbiamo alcun dio?
Una domanda: chi si interroga e si dispone in ascolto di un Vivente Altro, di una Vita-che-dà-vita e ci fa vivi (la parola comune “dio” non ci basta più, troppo equivoca e generica), di una Realtà che sollecita e chiama e interpella dalla “sponda altra” questa nostra umanità, quando e come intravede questo Altro?
Una risposta: Questo Altro non ci appare se non nell'Altro umano: il prossimo, l'ospite, il pellegrino, il profugo, il migrante, la vittima, il bisognoso, il differente, lo straniero. Se io non sono in pace, se noi non siamo, nelle strutture comuni di civiltà, in pace e giustizia con l'altro umano che ho di fronte, non ha senso – se non di tradimento - che pensi ad un Altro trascendente, più vivo di noi.
Prima di ogni superiore verità, c'è da trovare la verità della vita. L'uomo è uomo, è la verità di se stesso, soltanto nel riconoscere l'altro uomo.
C'è uno specifico del cristianesimo, tra i cammini spirituali dell'umanità: «Dio nessuno l'ha mai visto» (vangelo secondo Giovanni 1,18) : ce lo ha spiegato il «Figlio dell'uomo», che vive nella vita del Padre. Gesù di Nazaret, per chi ha creduto a lui, è l'uomo in cui vive, in carne umana, il Dio invisibile. E ancora (1 lettera di Giovanni 4,12): «Dio nessuno l'ha mai visto: se ci amiamo tra noi egli è qui, in noi».
Luigi Pintor (in I luoghi del delitto, Bollati Boringhieri, 2003, p. 15, e poi 77-78), fa l'anagramma delle parole di Pilato a Gesù (in latino): «Quid est veritas?». E viene fuori: «Est vir qui adest». Che cosa è la verità? É l'uomo che ti sta davanti, il tuo prossimo.
Se la domanda e la ricerca sul mistero di colui-che-chiamiamo-Dio ha un senso, ci rimanda all'umano. E l'umanesimo non è altro che una forma di civiltà centrata sul mistero intangibile inviolabile dell'uomo. Il mistero che nell'uomo supera l'uomo. In Erasmo troviamo un maestro che ci riconduce all'inizio, o alla ripresa, di una civiltà umanistica, oggi a rischio grave di smarrimento; un umanesimo ispirato al vangelo, ma non integralista: perciò Erasmo evita di schierarsi nella lotta di potere tra Roma e Lutero: non è il potere che porta la pace. Erasmo suggerisce linee avanzate, anche oggi.

Enrico Peyretti, 10 settembre 2018

venerdì 17 agosto 2018

Erasmo, umanesimo e cristianesimo della pace
Sintesi del saggio di Erasmo, Dulce bellum inexpertis (1515).
«La guerra piace a chi non la conosce»
di Enrico Peyretti, 12 aprile 2018
(pubblicato su Tempi di fraternità, www.tempidifraternita.it, 
a partire dal n. 6, giugno-luglio 2018)

Nella grande controversia del '500, sulla Riforma religiosa, influente sulla politica, Erasmo è stato accusato di viltà. Afferma Stefan Zweig che in realtà Erasmo «è rimasto più fedele all'umanità intera che non ad un singolo clan» (Stefan Zweig, Erasmo da Rotterdam, Bompiani 2016 (1934), p. 18)
Anche Hans Küng ha accusato Erasmo di «troppo poco coraggio paolino», e di «fuga» (in Teologia in cammino, Mondadori 1987, pp. 21-55, spec. 48). Ernesto Balducci, in una lettera del 21 gennaio 1989, mi scriveva: « Sono convinto, diversamente da Küng, che Erasmo, tra Roma e Lutero, aveva visto giusto: la questione dirimente, che avrebbe portato con sé anche la riforma della chiesa, era quella della pace. Non è forse oggi la vera questione ecumenica?».
Oggi è dunque da riaccendere l'attenzione e l'interesse per Erasmo come un padre della migliore modernità. «In Erasmo la lotta per la pace, il bene della pace, è davvero il pensiero dominante, il punto di raccordo e la radice di tutto il suo umanesimo cristiano, del suo cristianesimo evangelico» (Eugenio Garin, Erasmo, Edizioni Cultura della Pace 1988, p. 7)
Tra le opere di Erasmo per la pace il Dulce Bellum Inexpertis mi sembra quella di maggiore interesse per noi oggi. È uno degli Adagia, sviluppato in un trattatello, e contiene una analisi dell'antropologia e della politica di guerra, denuncia l'ignoranza della realtà da parte di chi promuove le guerre, porta argomenti non solo morali, ma anche di convenienza contro le guerre, con molto realismo, afferma la piena incompatibilità della guerra col Vangelo, cerca e propone un superamento non solo morale, ma anche nel sistema politico internazionale, della pratica della guerra legata ai poteri politici e alle culture.
Perciò scelgo, come mio contributo alla memoria comune, di ripercorrere in sintesi questo scritto del 1515, quando Erasmo ha 49 anni, come invito alla lettura diretta.
(Riassumo il testo – tra virgolette frasi salienti letterali - da Eugenio Garin, Erasmo, Ed. Cultura della Pace, Fiesole 1988, che tiene conto della traduzione di Silvana Seidel Menchi, con testo latino a fronte, nel volume da lei curato, con Introduzione di LXXI pagine, Erasmo da Rotterdam, Adagia. Sei saggi politici in forma di proverbi, Einaudi 1980).

OOOO

1. In molte cose l'inesperienza inganna.
2. Ciò è specialmente vero per la guerra, oggi trionfante (la fanno anche i cristiani, e preti e vescovi, e giuristi e teologi soffiano sul fuoco), al punto di capovolgere il giudizio su di essa, che è cattiva e dannosa.
Primo problema: da dove viene la guerra? É necessaria un'indagine filosofi­ca.
3. Guardiamo l'immagine dell'uomo: il corpo è fatto per l'amicizia, non per la guerra. La natura lo ha fatto nudo, inerme, tenero. Nasce bisognoso, debitore alla benevolenza altrui. È nato alla gentilezza e all'amore, ha braccia per abbracciare, e il gusto del bacio in cui le anime si incontrano, ha il riso e le lacrime. Solo all'uomo la natura ha dato il linguaggio e la ragione, per l'amicizia, e perché nulla si faccia per forza. Nulla più necessario dell'amicizia e nulla più dolce. La passione del sapere unisce più del sangue. Nell'uomo c'è una scintilla della mente divina, è immagine di Dio, per cui gode del bene, anche senza premio, perché l'uomo è caro all'uomo, e perfino gli animali se ne sentono protetti.
Ecco invece l'immagine della guerra: ha aspetti orribili, causa gli effetti più gravi: il combattente uccide colui che non l'ha offeso nemmeno con una parola. Anche i guai minori sono sempre terribili, danni fisici e materiali. Soprattutto, la guerra causa rovina morale, corrompe la vita. Una guerra genera altra guerra.
4. L'origine della parola bellum dice che è azione di uomini-belve, per di più fabbricanti di strumenti omicidi. Le belve combattono per pochi precisi motivi, e non si fanno guerra intraspecifica ed estesa, come facciamo noi. La Natura osserva stupita: perché l'uomo è degenerato in belva?
5. A tale straordinaria follia dell'uccidersi l'un l'altro si deve esser giunti per gradi. I mali si insinuano con la maschera del bene. Dapprima la difesa da bestie feroci, si dà gloria a chi meglio le uccide, anche oltre il necessario, così ci si abitua all'uccidere anche animali miti per mangiarli, e infine, nell'ira, anche a colpire uomini, con poca fatica. Eliminare l'avversario sembra giustizia, uccidere un tiranno dà gloria. Avvengono scontri fra gruppi, cresce la furia, si sviluppano le armi. La guerra dà gloria. Eppure c'erano anche limiti, regole, poi superate, per lucro più che per la gloria. Dal sangue umano sparso nascono gli imperi. I potenti ottusi e disumani non vogliono capire.
6. La guerra è dilagata, tutti contro tutti, e persino il cristiano contro il cristiano. Nessuno se ne meraviglia, nessuno condanna. C'è chi applaude, e chiama santo ciò che è diabolico, e benedice la guerra - «Dio combatterà per te» - e ne fa un sacramento. Falsificano i profeti, la preghiera, la croce. Abbiamo sentito da monaci, teologi, vescovi, prediche bellicose. Si scontrano eserciti con l'insegna della croce, che da sola ammonisce. Si fa Cristo spettatore e autore dell'empia reciproca strage. La guerra è il regno del demonio, un qualsiasi postribolo sarebbe meglio, e noi vi trasciniamo Cristo. Per cause lievi, ci facciamo più feroci dei pagani e dei barbari. Per di più, sono istigatori, esortatori e complici i rappresentanti di quel pontefice1 che dovrebbe pacificare e unire tutti coloro (come i vescovi) che salutano il popolo con l'augurio di pace: «Pax vobis».
7. Dopo il confronto tra l'uomo e la guerra, paragoniamo ora la guerra con la pace: la cosa più scellerata e miserabile con la più felice e la migliore. La pace è l'amicizia reciproca di molti. Se l'amicizia tra due persone è tanto dolce e gradevole, quanto sarà felice l'amicizia tra regno e regno, tra popolo e popolo! I beni, quanto più sono diffusi, tanto più vantaggio recano. «Con la concordia le piccole cose crescono, con la discordia anche le grandi vanno in malora». La pace è madre e nutrice di tutte le cose buone. Ma appena esplode la crudele guerra, eterno Dio, quale immenso oceano di malanni sommerge tutto! È tanto più facile nuocere che fare del bene! «Tacciono le leggi», si ride della gentilezza dei costumi, ci si fa gioco della religione. La gioventù si corrompe, i vecchi imprecano contro una vita troppo lunga. Nessun conto si fa più degli studi liberali.
«Le guerre, forse, si potrebbero sopportare, se ci rendessero solo disgraziati, e non anche malvagi e perfidi,2 e se la pace ci facesse solo più felici, e non anche migliori. Empio, perciò, è chiunque provoca la guerra». Tutti i mali naturali che possono capitarci, e che non possiamo evitare, ci rendono solo disgraziati, ma non malvagi. La guerra è il male più atroce e pernicioso, che da solo tutti li comprende e li supera. Mentre i benefici della pace si diffondono per moltissimi, se c'è un bene dalla guerra ne godono pochi e per di più indegni. La salvezza e ricchezza dell'uno è morte e miseria dell'altro. Non so se mai una guerra sia finita così bene da non far pentire il vincitore, se è saggio. Possiamo ritenere sano di mente chi, potendo ottenere la pace con poca spesa, si procura la guerra a prezzo di tanti mali? Il danno morale della guerra è più grave di quello fisico3
8. Già l'inizio di una guerra è pieno di spese e di danni. Chi può elencare i disagi che «gli stupidissimi soldati» sopportano al campo (e se li vanno a cercare!). «Servire i capi, prendersi legnate: non c'è schiavitù peggiore di quella del soldato». Poi, si va a uccidere crudelmente, o a essere miseramente uccisi. «Affliggiamo noi stessi con tanti malanni, per poter affliggere gli altri». Potremmo ottenere la pace con un decimo delle pene, delle spese, e del sangue che la guerra richiede. Coi pericoli e il lavoro per abbattere un castello, potevi costruirne un altro molto più bello, e senza pericoli. È roba da matti accettare un grande malanno sicuro, quando è ancora incerta la sorte della guerra 4.
9. Ma se i pagani possono essere stati travolti da questa follia infernale, come mai noi cristiani abbiamo impugnato la spada contro cristiani? È peggio di un fratricidio. I cristiani sono uniti da legami più forti di quelli naturali. Cristo riconobbe come suo un solo precetto: l'amore. Che cosa, più della guerra, è contro l'amore? Cristo ai discepoli non lascia niente altro che la pace. Al Padre chiede soprattutto che essi siano tutt'uno con lui. In tutta la sua dottrina non trovi altro che pace, mitezza, le beatitudini proclamate, il disprezzo di ciò per cui il mondo si batte: la ricchezza, la superbia. Vietò di resistere al male. Tutta la sua vita fu mansuetudine, e così vinse sul mondo. Così insegnano anche gli Apostoli. E allora, perché sì gran tumulto di guerra tra i figli della pace? Cristo è la vite, noi i tralci; la chiesa è corpo di Cristo capo, e noi le membra: dovremmo essere immagine in terra della città del cielo. E invece vi si trovano turpitudini che Cristo condanna, forse peggiori che fra turchi e saraceni.
10. Come si è insinuata questa peste nel popolo cristiano? Col pretesto di sconfiggere gli eretici si insinuò il gusto ambizioso della disputa. Si giunse al punto di mettere al centro della teologia Aristotele, in modo che la sua autorità è quasi più santa di quella di Cristo. Distorciamo i precetti di Cristo, ma non discutiamo gli oracoli aristotelici. Cercare di combinarli è come mescolare l'acqua col fuoco. Abbiamo distorto la dottrina evangelica per metterla d'accordo col diritto romano. Il quale insegna che vim vi repellere licet, approva i traffici e l'usura, esalta la guerra giusta, cioè se dichiarata dal principe, non importa se bambino o idiota. La dottrina di Cristo è talmente corrotta da dialettici, sofisti, matematici, filosofi, giuristi, che se arriviamo a consultare i libri sacri, imbevuti dai dogmi di tutti costoro, deformiamo le leggi di Cristo. Come se la sua dottrina non potesse essere di tutti, come se potesse accordarsi con la sapienza dei filosofi. Abbiamo, noi cristiani, preteso onori, trattenuto ricchezze dateci per i poveri, fino a ritenere che il ricco sia il migliore. Abbiamo onorato la ricchezza più dei pagani. Ad onori e ricchezze parve convenire anche un certo potere, al punto che il vescovo non si sentiva vescovo se non possedeva un potere temporale. Infine, abbandonato ogni pudore, abbiamo raggiunto e superato i pagani in ambizione, lusso, tirannide.
11. Quando mai i pagani si sono fatti guerra con la crudeltà con cui i cristiani combattono tra loro? Quante stragi abbiamo visto in questi pochi anni! E poi ce la prendiamo con i turchi, a cui, con le nostre lotte fratricide, diamo lo spettacolo a loro più gradevole. Serse, Alessandro Magno, che Seneca chiama «briganti furiosi», combattevano più umanamente di noi, non avevano le nostre macchine belliche, i loro motivi non erano inconsistenti come i nostri. Nelle storie dei pagani trovi condottieri che preferirono vincere il nemico con la generosità, col parlare, prima che con le armi. Noi, pseudocristiani, non perdiamo occasione di guerra. C'erano regole, cerimonie del “feciale”, per moderare la violenza dello scontro. Catone il vecchio scriveva al figlio militare di chiedere al comandante il permesso di incontrarsi col nemico. Il giuramento militare toglieva la facoltà di uccidere, appena dato il segnale di ritirata. «Nessuno credeva lecito uccidere, a meno che non fosse costretto da necessità». Oggi, fra noi pseudocristiani, è detto uomo forte chi uccide e deruba un cittadino disarmato della nazione nemica. Si chiamano soldati quelli che, per i soldi, vanno a combattere da una parte o dall'altra, e non ci fanno orrore come ci fa il boia. Chi ruba una veste è un infame, chi depreda tanti innocenti in guerra è annoverato fra i cittadini dabbene. Il soldato più feroce diventa il capo nella guerra successiva. I monarchi cristiani sono peggiori dei monarchi pagani, che civilizzavano le provincie conquistate. Noi imitiamo e superiamo solo ciò che era pessimo nei pagani.
12. In che modo noi difendiamo questa così grande follia? Dicono: se la guerra non fosse lecita, Dio non avrebbe mandato gli ebrei contro i nemici. Sì, ma combattevano solo contro stranieri ed empi, e noi tra cristiani! Se ci piace tanto l'esempio degli ebrei, perché non ci tagliamo anche il prepuzio, non immoliamo vittime, e non prendiamo parecchie mogli? La guerra è loro permessa, come il ripudio, per la «durezza» del loro cuore. Ma Cristo ordinò di riporre la spada: ai cristiani è lecita solo la guerra bellissima contro la cupidigia, l'ira, l'ambizione, la paura della morte, i veri nemici della chiesa. «Solo questa è la guerra che genera la vera pace». Alcuni intendono le due spade come i due poteri, civile ed ecclesiastico, rivendicati dai successori di Pietro. Ma Cristo disarmò Pietro, proibendo quella guerra che prima sembrava lecita. Cristo non approvò la difesa con le armi, ma insegnò solo la pazienza. Mandò i suoi dai tiranni armati solo del bastone da pellegrino e dalla bisaccia. I martiri non si sono mai serviti della spada. Si accampano poi varie formule rabbiniche per giustificare chi fa guerra, chi la dirige, chi la giustifica, e si svalutano gli insegnamenti di Cristo: così si dà avallo religioso alla cupidigia dei principi, e si fa di Cristo un banditore di guerre. Cristo indica il fine dello sforzo morale, non dà le misure del permesso e del vietato5. Oggi passa per eretico chi esorta a fuggire la guerra, e per campione di ortodossia chi toglie forza al Vangelo. «Ma un dottore davvero cristiano non approva mai la guerra; e se, forse, in qualche momento la ammette, lo fa suo malgrado, e con dolore».
13. Si fanno obiezioni a favore del diritto di guerra. È diritto di natura e consuetudine respingere la forza con la forza. Risposta: ma il vangelo va oltre, ci comanda di fare del bene a chi ci fa del male. Obiettano ancora: queste cose riguardano gli Apostoli. No: riguardano tutti quelli che sperano in Cristo. Chi si ride di lui combatte per il denaro e il potere, ma questa è morte più che vita. Ci obiettano casi di papi e padri della chiesa a favore della guerra. Rispondiamo: è tradizione non univoca; e comunque, perché seguire esempi equivoci, divergenti dalla parola chiara di Cristo? Dicono ancora che, come è lecito giustiziare un reo, sarà lecito punire una città con la guerra. Ma in giudizio c'è il primato della legge; la guerra è giudizio in causa propria, e la pena va su migliaia di innocenti. I vantaggi della guerra sono per i briganti. In tribunale si punisce uno per il bene di tutti; in guerra sono puniti tutti, benché inno­centi. In conclusione: meglio pochi colpevoli impuniti che condannare, con loro, tutti gli innocenti. E ancora ci dicono: la guerra è diritto dei prìncipi. Per uno come me è rischioso discutere troppo arditamente degli affari dei principi. Dirò solo che tutti avrebbero qualche diritto da rivendicare. Il governo è amministrazione, non possesso. Non si ha diritto sugli uomini, liberi per natura, come sul bestiame. Il diritto dei prìncipi viene dal consenso del popolo, che può toglierlo. È un diritto che i prìncipi rivendicano per sé, non per la giustizia.
14. In ogni caso, la guerra non conviene. Se non hai animo di principe abbi almeno l'animo del mercante, che considera un guadagno cavarsi da un pericolo con una piccola perdita. Se consideri vantaggi e svantaggi, «ti accorgi che è molto meglio una pace ingiusta di una guerra giusta». Chi andrebbe a pescare con un amo d'oro? Piuttosto che spargere sangue cristiano, lascerei a chiunque ogni suo preteso diritto. E poi, che bisogno c'è di correre subito alle armi? Il mondo è pieno di personalità sagge, di assemblee e senati istituiti dai nostri padri: perché non rimettere al loro arbitrato le bizze dei principi?
Più degno di rispetto è l'argomento della difesa della chiesa. Ma il popolo è la chiesa. E la dignità della chiesa non sta nei soldi dei preti, e la chiesa non è nata e cresciuta su guerre e stragi, ma sul sangue dei martiri.
15. A me, poi, non sembra da approvare il nostro continuo preparare la guerra contro i turchi. Sarebbe una misera religione cristiana se la sua salvezza dipendesse da questo. Non si fanno buoni cristiani, così. «Quel che la spada dà, la spada toglie». Vuoi convertire i turchi a Cristo? Mostra non ricchezze, eserciti, potenza, ma i caratteri del cristiano: vita pura, volontà di far bene, anche ai nemici, sopportazione delle offese, disprezzo del denaro e della gloria. Queste sono le armi per assoggettare i turchi. Ora, invece, combattiamo i malvagi da malvagi. Dirò arditamente: se togliamo il nome della croce, siamo solo dei turchi contro altri turchi. Una religione militare va difesa con la guerra. Perché non fidiamo nel presidio di Cristo? Ma chiedono: perché non posso sgozzare quelli che ci sgozzano? Io rispondo: non puoi tollerare che qualcuno sia più scellerato di te? «Credi davvero che sia da cristiani trucidare quelli che noi consideriamo empi, ma che pure sono uomini per la cui salvezza Cristo è morto?». Il diavolo si rallegra due volte, perché è stato ucciso un uomo, e perché a ucciderlo è stato un cristiano. Molti che vogliono apparire cristiani fanno ai turchi il maggior male possibile, li maledicono come eretici e dimostrano così di essere loro i più veri eretici. Chi vuol essere ortodosso cerchi con miti argomentazioni di far ricredere chi è nell'errore. Se gli antichi predicatori del vangelo avessero avuto con noi l'animo che noi abbiamo coi turchi, dove saremmo noi, che siamo diventati cristiani per la loro tolleranza? «Aiuta i turchi, e, se puoi, da empi rendili pii; se non puoi, prega, e io riconoscerò in te l'anima del cristiano».
Oggi molti ordini di monaci vogliono apparire colonne della chiesa, ma quanti darebbero la vita per diffondere la fede? Se avessero i costumi di Domenico, di Francesco, degli Apostoli! Oggi quelli che si vantano vicari e successori di Pietro ripongono tutta la loro fiducia nelle sole possibilità umane. Vivono in modo che è più facile che si corrompano loro stessi più che rendere migliori gli altri. Servono la tirannide dei principi, vanno a caccia di quattrini, si mostrano attivi a censurare proposizioni eretiche, regnano con danno del popolo cristiano più che estendere con loro rischio il regno di Cristo. «Quelli che noi chiamiamo turchi sono inn gran parte quasi cristiani, probabilmente più vicini al vero cristianesimo della maggior parte dei nostri». Togliamo la trave dal nostro occhio prima della pagliuzza dall'occhio del fratello. Chi ci presterà fede se tutta la nostra vita è preoccupazione del mondo? Cristo non spezza la canna incrinata (Matteo 12,20) e noi, invece, «ci apprestiamo a distruggere in guerra Asia e Africa, anche se ci vivono tanti cristiani o quasi cristiani. Perché non cerchiamo di riconoscerli, di averne cura, di renderli migliori con la dolcezza? In realtà, se vogliamo solo estendere i nostri domini, perché coprire col pretesto di Cristo una cosa tanto profana?».
Qualcuno dirà: Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi? Ma questo vale per chi confida solo in Dio, e non nelle armi. Cristo Gesù dice: Chi di spada ferisce, di spada perirà. Allora, imbracciamo la spada del vangelo e lo scudo della fede. «Accadrà così che vinceremo veramente allorquando saremo vinti». Ma supponiamo di vincere la guerra. Chi mai ha visto fare dei veri cristiani col ferro, la strage, gli incendi? «È minor male essere turchi o giudei sinceri che cristiani ipocriti». «Io preferisco un turco autentico a un falso cristiano». «Per trasformare i turchi in cristiani cattivi e falsi, noi renderemo ancora peggiori tanti cattivi cristiani». Ho un sospetto che la guerra contro i turchi sia annunciata per spogliare il popolo cristiano, che sopporti la tirannide dei principi civili ed ecclesiastici.
Non condanno del tutto la guerra contro i turchi, se sono loro ad assalirci. Voglio che la guerra in nome di Cristo sia condotta con animo cristiano e mezzi cristiani. I turchi vedano che sono invitati alla salvezza, non braccati come prede. La nostra professione di fede sia semplice e davvero apostolica, senza troppe aggiunte umane. Su pochi punti il consenso sarà più facile e duraturo. Di tutto questo dirò più ampiamente nel libro Antipolemos6, che scrissi a Roma, dedicato a Giulio II.
Quasi tutte le guerre dei cristiani nascono da stoltezza o malvagità di giovani principi, infiammati da stupide storie, istigati dagli adulatori, eccitati da giuristi, teologi e vescovi. Cominciano per leggerezza e devono poi imparare, a prezzo di tante sventure, che «la guerra va fuggita in ogni modo». In tempo di pace, le leggi e le istituzioni pongono limiti alla volontà dei principi. In guerra, il capriccio di pochi è il potere supremo. Poi nascondiamo le nostre colpe sotto formule onorevoli: la difesa della religione, il diritto canonico, i patti infranti, … Ma non ottengono mai quello che vogliono e piombano in altri guai. E se finisce nel migliore dei modi è merito della fortuna, che, potente in tutto, nella guerra è potentissima. Se l'orgoglio ti spinge alla guerra, devi implorare dei barbari, uomini colpevoli di ogni genere di misfatti, perché è con gente simile che si combattono le guerre: così ti devi umiliare all'ultima feccia dell'umanità. Se è il guadagno che ti spinge, fai bene i tuoi calcoli. Fai guerra per lo Stato? Ma è per la guerra che gli Stati vanno in malora. Se ami davvero i tuoi, chiediti: perché espongo a ogni malanno questa gioventù così fiorente? Perché privare tante spose dei mariti, e tanti figli dei genitori? Perché sostenere qualche dubbio diritto col sangue dei sudditi? Sarebbe stato prudente considerare tutto questo, sarebbe stato cristiano fuggire e scongiurare un evento tanto diabolico, tanto lontano dalla vita e dalla dottrina del Cristo.
«Se poi la guerra non si potrà evitare in nessun modo, data la malvagità dei molti, quando nulla più resterà di intentato, quando per amore della pace si sarà fatto tutto, l'unica cosa che rimarrà ancora sarà adoperarsi perché l'infame impresa sia fatta da infami, e si concluda col minor spargimento possibile di sangue».
Se, infatti, ci adopereremo per essere davvero cristiani, se avremo l'innocenza, l'amore, la pazienza, se sapremo superare con i benefici l'ingiuria recataci, «quale mai guerra potrebbe scoppiare tra noi per motivi inconsistenti? Se invece Cristo è una favola, perché non lo eliminiamo francamente?». Se riconosciamo il suo magistero, allora mostriamolo, e non con scritte e insegne, ma con la nostra vita. «Facciamo nostra la causa della pace, perché Cristo a sua volta riconosca i suoi». Si adoperino i pontefici, i principi, le città. Se il popolo si agita, sia ricondotto all'ordine da principi, che devono essere nello Stato come l'occhio nel corpo e la ragione nell'anima. Se invece sono i principi a turbare la pace, compete alla saggezza e autorità dei pontefici ricomporre i disordini. «Ma non siamo ancora sazi di guerre, che non finiscono mai, e non sentiamo il desiderio della pace?». Lo esige il mondo stanco di sventure, ci invita Cristo, ci esorta il pontefice Leone decimo, vero vicario in terra del pacifico Gesù Cristo. Egli si adopera perché la chiesa fiorisca non già per ricchezza e potere, ma per i propri pregi. La gloria della guerra circondi pure Giulio: «non sta a gente come me dire quanto tutto questo convenga a un pontefice. Dio solo sa che la sua gloria è legata al dolore e alla morte di moltissimi uomini. Ben più vera gloria darà al nostro Leone la pace restituita al mondo». 
 
1 Erasmo allude a Giulio II, che l'11 novembre 1506 vede entrare trionfalmente a Bologna. Sulle guerre di questo papa scrive l'Antipolemos, opera perduta. Giulio II muore nel 1513. Compare il dialogo Julius exclusus e coelis, attribuibile ad Erasmo.
2 Qui Erasmo anticipa quel chiaro pensiero di Kant in Per la pace perpetua: «La guerra è un male perché fa più malvagi di quanti ne toglie di mezzo». Così è tolta ogni giustificazione morale della guerra, come capace di togliere un male.
3 Cfr Primo Mazzolari: «La guerra è più che un pericolo, è un crimine» (Tu non uccidere, p.19 ed. 1965) .
4 La irrazionalità della guerra, specialmente nei nostro tempo, è stata proclamata nel modo più icastico da papa Giovanni XXIII: «È pura follia – alienum a ratione - pensare che. nell'era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia» (Pacem in terris, 11 aprile 1963, n. 67).
5 Qui Erasmo dimostra una concezione non giuridicistica e casuistica, ma spirituale e dinamica, della morale cristiana. A questa comprensione è arrivata la teologia morale grazie al rinnovamento evangelico del Novecento.
6 Opera andata perduta.


lunedì 30 luglio 2018

Se un bene ti ha baciato

Se un bene ti ha baciato
Da un messaggio ricevuto, di cui sono grato: "Umberto Galimberti (filosofo, Monza 1942) nel suo testo “Paesaggi dell’anima”, Feltrinelli, 2017, Capitoli dal 25 al 31, ci offre una illuminata panoramica su un tema di particolare interesse sociale: l'educazione". Copio alcune righe di Galimberti e le commento:
<< Rispetto al dolore che inchioda, stringe e costringe, la felicità....lambisce, balena,dispare, per questo la felicità appare come un bene transitorio, mentre il dolore si rivela condizione più abituale e consueta”. Pur tuttavia, la felicità lascia una traccia positiva, profonda, perché “è quella pienezza....che nel momento in cui la si possiede, se ne è, in effetti, posseduti”. “L’uomo non sa di essere felice, si sente felice, coglie il fatto che la felicità possa diventare uno “sfondo possibile” >> (Galimberti).
    Perciò, se una volta hai ricevuto un bene, se hai intravisto un bene, il dolore non ti uccide più, dal dolore risorgi, anche se ti ha crocifisso. Se hai conosciuto un bene, ora sai che è più vero del male, dell'offesa, del dolore. Lo sai non con la mente, che a volte ha motivo di dubitare: lo sai nel tuo essere. Se hai conosciuto un bene, ti sembrerà poi di averlo perduto, ma esso si è fatto in te il suo spazio, la sua nicchia inviolabile. Anche se lo senti vuoto, questo spazio è una presenza in te, un richiamo, una vocazione: è una voce che chiama te, ed è la tua voce che chiama il bene.
    Come dice Galimberti, la felicità, il bene, non lo possiedi, ne sei poseduto, come ti possedette il grembo di tua madre, come ti possiede l'aria che ti circonda e ti dà vita, e il cielo a cui alzi gli occhi per procedere a vivere . Possedere, suona subito a noi come schiavizzare. Invece, c'è un possedere che è abbracciare per dare vita, senza dominare, e c'è l'altro possedere che domina e soffoca la vita.
    Infelice chi non ha mai visto un bene, e adora il dominio come legge mortale della vita: "O si domina, o si è dominati", legge diabolica. Forse alla fine della sua vita di cattivo (che vuol dire: prigioniero), ne scoprirà il vuoto, il nulla. Ma il vuoto è invocazione di vita, come il primo respiro del neonato, quando questo uomo nuovo, che ricomincia sempre l'avventura umana (qualunque cosa ne faccia poi), riempie i polmoni ancora vuoti e inaugura la comunione con tutto ciò che è, prende l'universo in sé e si consegna all'universo. Forse il cattivo (se mai c'è un uomo tutto cattivo) nasce quando muore e gli si aprono gli occhi.
    Che cosa sia il bene, la felicità, lo sappiamo tutti, anche se nessuno ne ha la parola che la definisce. Infatti, è infinita. Intima e infinita. Abbraccia gli estremi della nostra miseria e della nostra grandezza, è il minimo e il massimo. La vita insieme, anche la politica, agitata da mille tempeste e dolorose falsità, non è altro, in sé, che questa ricerca di giustizia, introduzione al bene.
    Questo Bene che siamo e sappiamo, e non abbastanza sappiamo e siamo, tante culture lo hanno chiamato Dio. Poi hanno fatto spesso di questa parola a doppio taglio un a droga spacciata a caro prezzo, e persino uno strumento di dominio e un'arma omicida. Anche la parola "bene" è servita a tanti inganni, a tanto male. Le parole sono fragili appoggi, nel nostro zoppicare. Ma noi sappiamo ciò che cerchiamo e ascoltiamo dietro le parole, vivendo, nel silenzio della vita, che è come il silenzio delle radici di una pianta. La fede non è una dottrina ripetuta e definita, e guai se sgarri, ma è una bocca che si apre a respirare vita e riceve vita come in un bacio. Diceva, infatti, il grande monaco dom Benedetto Calati, risolvendo la pericolosa ambiguità di quel nome: "Dio è un bacio" .
    E. P.

domenica 17 giugno 2018

Sulle migrazioni - Sei punti per riflettere ed orientarci, 17 giugno 2018
1- Prima l'umanità. Non prima questo o quel popolo, ma l'umanità, l'unica umanità, il cui intero valore è in ogni essere umano. La dignità di ogni persona consiste nel riconoscimento della stessa incalcolabile dignità in ogni altra persona.

2- Le diseguaglianze nelle possibilità di vivere degnamente, se dipendono dall'ambiente locale, sono da rimediare con lo spostamento, l'accoglienza, la solidarietà economica tra le popolazioni umane, mentre l'esclusione egoista aggrava l'ingiustizia di quelle diseguaglianze.
3- Quando le diseguaglianze nelle possibilità di vivere degnamente dipendono da precedenti azioni umane - guerre, colonialismo, sfruttamento, commerci iniqui, saccheggi dell'ambiante, economie della diseguaglianza, e simili - le popolazioni impoverite hanno diritto a soccorsi efficienti, a risarcimenti giusti, oppure a rifugiarsi ed essere accolte in regioni di vita migliore. I paesi più ricchi di spazi e di mezzi, specialmente se sono autori di storie di conquista, sono debitori verso le popolazioni più bisognose.

4- Le migrazioni per bisogno e per ricerca di vita migliore sono un grande fenomeno umano di questi anni, dappertutto. Non sono soltanto un problema complesso, ma anche una risorsa e una opportunità, perché avvicinano i popoli, le culture, le esperienze, le spiritualità, le arti e le capacità di lavoro, e perché  ringiovaniscono popolazioni invecchiate e di troppo bassa natalità. L'incontro pacifico e intelligente di diverse civiltà umane, è sviluppo di cultura, di spirito, e di capacità umana, è realizzazione di umanità.

5- Affinché gli spostamenti di popolazioni si svolgano in modo umano e possibile occorre informazione precisa sulle mete e sulle situazioni ricercate, ad evitare illusioni ed errori; occorre assistenza internazionale a chi intende spostarsi; occorre organizzazione solidale delle istituzioni e del volontariato no profit; occorre la lotta civile ad ogni criminale sfruttamento del bisogno; occorre accoglienza solidale, generosa, organizzata, nei paesi di arrivo; occorre rispetto dei diritti umani senza discriminazioni e altrettanta coscienza dei propri doveri; occorre che tutte le persone riconoscano la comune umanità, nella responsabilità reciproca.
6-  Ogni politica agisce sempre nel possibile e ha bisogno del consenso, ma l'educazione e la cultura umana hanno sempre da rettificarne e allargarne lo sguardo e la volontà, verso una realizzazione crescente della nostra qualità umana, che avviene con la pratica del reciproco riconoscimento e sostegno tra persone e popoli, per un  più degno vivere di tutti. L'umanità è unica nella bella varietà, e unico è il suo destino: chi se ne trae fuori è un ramo secco.
Enrico Peyretti

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