sabato 7 dicembre 2019

Recensione - L'Antibarbarie, di Giuliano Pontara

Otto passi fuori dalla barbarie
di Enrico Peyretti (9641 battute)

Gandhi non è soltanto quella curiosa figura di uomo mite e tenace, vestito di pochi panni, per essere uguale ai più poveri del suo paese (tanto che a Churchill – si dice – sembrava «un fachiro seminudo»). Può darsi che, conoscendolo meglio, troviamo in lui l'esperienza, il pensiero, la "grande anima" (Mahatma, lo chiamava il suo popolo), in grado di proporre una via d'uscita, una alternativa da elaborare, al gigantismo vorace e distruttivo del modello di consumi e di vita occidentale, oggi esteso al mondo. Un modello che, analizzato nei suoi termini più crudi ed essenziali, appare, agli occhi più critici, una forma di barbarie, nonostante la crosta brillante e presuntuosa, ed alcuni indubbi valori umanistici, che del resto Gandhi seppe cogliere .
Giuliano Pontara, da giovane, per non fare il soldato, evase dall'Italia e fece l'immigrato in Svezia. Lavorando come vice-bidello in una scuola, studiò da solo (Aldo Capitini gli correggeva i compiti per corrispondenza), prese la maturità classica a Roma, studiò filosofia a Stoccolma, fino a diventare docente universitario. Tra vari lavori di filosofia analitica e filosofia pratica (da noi si chiama morale), sviluppò il suo interesse per Gandhi, su cui ha prodotto molti studi e, già nel 1973, ha raccolto la migliore antologia italiana di scritti, Teoria e pratica della non-violenza, presso Einaudi, a cui lo presentò Bobbio.

Una spietata verità
Il volume appena uscito, L'antibarbarie, amplia, rivede e aggiorna una prima edizione del 2006 (ne pubblicammo una recensione su il foglio nel n. 336, novembre 2006, p. 7). Che cosa dice Gandhi al presente momento della società umana mondiale? Egli ha mosso una corrente di morale e di pensiero, lunga e ampia, che oggi affronta l'imbarbarimento notevole delle relazioni sociali e politiche. Osserviamo anche da vicino questa barbarie, nel "linguaggio di odio" nel nostro paese, nelle politiche come volontà di "pieni poteri" (non lontana dal niciano Wille sur Macht), nel nazi-populismo che scinde il genere umano in "sicuri e respinti". E sul piano internazionale, invece della necessaria solidarietà davanti ai comuni pericoli, nella sorte umana sempre più indivisibile, vediamo opposte politiche di influenza a scopo di speculazione finanziaria, di particolarismo suprematista, nella follia dei crescenti armamenti.
È proprio vero quel che diceva Jacques Ellul nel 1972: «La nostra, più che l'età della violenza, è l'età della consapevolezza della violenza»? Non sempre, ma dove questa consapevolezza c'è, attiva, costruttiva di antidoti e alternative, la scuola di Gandhi è viva e preziosa. In questa linea, Pontara, ricevendo da un suo maestro, Harald Ofstad, sintetizza l'essenza del nazismo permanente e attuale in otto componenti caratteristiche di questa micidiale ideologia:
1. la visione del mondo come teatro di una spietata lotta per la supremazia; 2. il diritto assoluto del più forte; 3. lo svincolamento da ogni limite morale; 4. l'elitismo (diritto di dominio che una élite si attribuisce in quanto “superiore”); 5. il disprezzo per il debole; 6. la glorificazione della violenza; 7. il culto dell'obbedienza assoluta; 8. il dogmatismo fanatico.

Pericolosi moderati
Accettiamo questa spietata verità sul sistema di vita in cui siamo? Oppure lo vediamo come il migliore dei mondi possibili, con qualche difetto riparabile? Per Martin Luther King, il Gandhi americano, i "bianchi moderati" erano più pericolosi del Ku klux klan (Lettera dalla prigione di Birmingham, 16 aprile 1963). Le persone moderate, «con una superficiale comprensione», indebolivano il movimento dei diritti civili e lo spingevano ad accettare un intollerabile status quo. Lo richiama Giovanni De Mauro, direttore di Internazionale (22-28/11/2019, p. 5), che cita il ricercatore statunitense Jamie Aroosi: «Oggi siamo in una situazione simile». Tanto basta per impegnarci a pensare a fondo.
Per 60 pagine, nel primo capitolo, Della barbarie, l'Autore illustra la realtà storica e le espressioni teoriche, fino alle assolutizzazioni teologiche, di queste otto «componenti essenziali dell'ideologia nazista»: atteggiamenti, eretti a princìpi, di lacerazione della convivenza umana.
Da questo punto, Pontara interroga ed esamina l'alternativa globale proposta e praticata nella scuola gandhiana: l'uomo Gandhi, il politico, il suo pensiero; i temi della verità, della religione, della tolleranza e del perdono nella sua riflessione ed esperienza; il valore e i limiti del rispetto per la vita; il concetto di violenza e una gestione dei conflitti emancipata da tale mezzo, nella necessaria coerenza tra mezzi nonviolenti e risultati umani, liberi da sofferenza inflitta e da nuova sopraffazione.
Gandhi è più scienziato sperimentatore che filosofo e politico. Nella ricerca di verità e giustizia professa un "fallibilismo" disposto a correggersi continuamente, pur teso ad una verità che sta oltre ogni concezione che la cerca e la approssima, nella pluralità delle vie culturali, civili, religiose. Egli dice di fare «esperimenti con la verità» (titolo di un mio libretto elementare su Gandhi), con fede in questa Verità che è Dio, che è l'unità suprema di tutte le cose, e che egli scrive sempre con la maiuscola. «È la mia devozione alla Verità che mi ha condotto alla politica» (scrive nell'Autobiografia).
Nell'analisi della linea gandhiana si incontra anche il suo appoggio eventuale alla lotta violenta, ma sempre nella intensa chiarificazione della strategia nonviolenta, e della trasformazione dei conflitti. Ognuno di questi problemi è trattato da Pontara con riferimenti all'esperienza storica del Mahatma, nella più ampia riflessione critica.
Tutto un capitolo, Una società del benessere di tutti, tratta il socialismo nonviolento di Gandhi. Crescendo da moderato a rivoluzionario, per l'attuazione dei diritti umani, che vede discendere dai doveri, egli ha individuato e avviato esperienze di politiche e di economie dell'autosufficienza, dell'autocontrollo, dell'autogoverno, alternative al superindustrialismo e allo sfruttamento, in un quadro di armonia con la natura e di condivisione sociale, di «benessere di tutti» (sarvodaya), di ricostruzione della società dal basso. La grande proprietà privata, che deve essere produttiva per i bisogni di tutti, deve essere gestita come "amministrazione fiduciaria".

Uscire dalla barbarie
Quello gandhiana non è il sogno di alcune anime belle, ma una linea da conoscere e considerare, nella fatica storica, oggi che la crisi ambientale e il capitalismo predatore impongono profondi ripensamenti per poter riuscire a salvarci dal disastro globale.
Così, nell'ultimo capitolo, Pontara traccia i punti di una «uscita dalla barbarie», le alte alaternative a quegli elementi essenziali di nazismo visti all'inizio:
1. il mondo come teatro delle forze costruttive; 2. il primato della democrazia; 3. la subordinazione della politica all’etica; 4. l’umiltà dell’egualitarismo; 5. l’empowerment dei deboli; 6. la dissacrazione della violenza; 7. la responsabilità della disobbedienza; 8. il fallibilismo.
Se accostiamo a specchio le due serie di punti vediamo quale rivoluzione culturale ci propone il lascito di Gandhi, che non manca di camminare in alcuni esperimenti di continua ricerca, educazione, azione.
Il libro di Pontara è stato presentato vivamente da Pietro Polito e da Matrco Revelli, il 4 dicembre, nel Centro Studi Sereno Regis (la cui biblioteca contiene le centinaia di libri di e su Gandhi). È seguita la discussione, dalla quale raccolgo solo alcuni punti.

Pluralità delle vie
Come volgere in positivo il termine "nonviolenza" e lo stesso "antibarbarie" (solo per meglio intenderci, pur sapendo che non si modifica il linguaggio corrente)? Nonviolenza può dirsi anche (forse meglio?) con "non-nocività", "in-nocività" (che non è innocenza, qualità di chi, pur accusato, non ha nuociuto). La violenza ha tante forme, materiali, psichiche, culturali, che tutte sono offese o danni all'umano. Il nonviolento gandhiano èvuole farsi sempre più capace di "non nuocere", non fare danno, non infliggere sofferenza, non disprezzare, e così cerca di alleggerire il mondo dal peso del dolore, anche caricandosene, se necessario per trasformarlo.
Nel linguaggio di Gandhi si trova "satyagraha", "forza della verità", che esprime il mezzo costruttivo di lotta, quella verità profonda che unisce tutte le cose, e dà la capacità anche di soffrire per comporre l'unità nella diversità, senza nulla sopprimere, come invece fa la violenza. E l'uscita dalla barbarie che cos'altro è se non ritrovare il fondamento umano? Ma cosa è umano? Come risolviamo l'amibiguità di male e bene, di miseria e grandezza, che è in tutti noi? Gandhi non è semplicista. Assume tutta la realtà, e lotta perché offesa, dolore, negazione, siano avvolte e risanate dall'azione che riconosce e costruisce. Non è forse una politica dell'amore, quella di Gandhi, se l'amore vuol dire rispetto, accoglienza e liberazione della vitalità in tutti?
In modi e misure diverse, le spiritualità e le religioni umane esprimono questa ricerca, tra limiti e contraddizioni. Ma tutte, nella visione di Gandhi e dei suoi discepoli, camminano su una pluralità di vie e unità di orizzonte. Che nessuna via offenda l'altra, ma, nell'apprendimento reciproco, nello stimolo della ricca e bella varietà, l'umanità cerchi la propria umanizzazione, uscendo dalla vergogna del disconoscerci e farci male.
Ma come riconosciamo, in noi e negli altri, l'umano, ciò che è degno di rispetto, inviolabile, perché supera se stesso, tende oltre e alto? «All of our humanity is dependent upon recognizing the humanity in others», dice Desmond Tutu.

Giuliano Pontara, L'antibarbarie. La concezione etico-politica di Gandhi e il XXI secolo. Edizioni Gruppo Abele, Torino 2019, pp. 347, euro 24,00

lunedì 2 dicembre 2019

Bozza per un articolo sulla immoralità e illiceità del possesso di armi nucleari.

Bozza per un articolo sulla immoralità e illiceità del possesso di armi nucleari.

«L’uso dell’energia atomica per fini di guerra è immorale, come allo stesso modo è immorale il possesso delle armi atomiche, come ho già detto due anni fa. Saremo giudicati per questo dalle nuove generazioni.. Come possiamo parlare di pace mentre costruiamo nuove e formidabili armi di guerra? E mentre giustifichiamo determinate azioni illegittime con discorsi di discriminazione e di odio?», ha detto papa Francesco a Hiroshima.
A Nagasaki ha detto: «La corsa agli armamenti spreca risorse preziose che potrebbero invece essere utilizzate a vantaggio dello sviluppo integrale dei popoli e per la protezione dell’ambiente naturale. Nel mondo di oggi, dove milioni di bambini e famiglie vivono in condizioni disumane, i soldi spesi e le fortune guadagnate per fabbricare, ammodernare, mantenere e vendere le armi, sempre più distruttive, sono un attentato continuo che grida al cielo». La spesa per gli armamenti è giunta, dicono gli analisti, a 1800 miliardi di dollari, nel 2018.
Le armi, che si giustificano contro gli attentati, sono dunque esse stesse un attentato. E non solo perché costano moltissimo agli stati che devono provvedere alle necessità vitali degli umani e alla custodia della terra, ma perché procurano fortune criminali a chi le fabbrica e le vende, imprenditori privati e gli stati stessi.
Giovanni XXIII disse «la guerra è fuori della ragione». Francesco aggiunge una nuova definizione alla pace: «La vera pace è disarmata», perché «le armi, ancor prima di causare vittime e distruzione, hanno la capacità di generare cattivi sogni, (...) falsano la psicologia dei popoli. La vera pace può essere solo una pace disarmata».
Le armi, specialmente le più minacciose, corrompono l'animo dei popoli. Lo diceva anche il pensiero più razionale: «Il possesso della forza (Gewalt) corrompe inevitabilmente il libero giudizio della ragione». (Immanuel Kant, Per la pace perpetua, Secondo supplemento: «..weil der Besitz der Gewalt das freie Urteil der Vernunft unvermeidlich verdirbt»).
Compito primo della politica è salvare la vita. E oggi la vita si può salvare solo con una politica per la Terra, dettata da una Costituzione mondiale, cosmopolitica.
Ma è proprio per salvare la vita – dicono – che le politiche fino ad oggi si sono affidate alle armi. Così sono entrate nella follia, che è l'escalation della minaccia, in quantità e in potenza. Ma oggi la sorte umana è comune, indivisibile: quel che poteva valere nella logica parziale di una fazione di umanità (gli stati illusoriamente "sovrani"), oggi non vale più. Nessuno si difende da un altro con mezzi distruttivi, senza minacciare a se stesso la propria distruzione.
E prima della distruzione fisica, la logica della minaccia è distruzione morale, della stessa dignità del soggetto minacciato, tanto quanto del minaccioso.
Simone Weil: «La forza che uccide è una forma sommaria, grossolana della forza», ma ce n'è un'altra più sorprendente: «Quella che non uccide ancora. Ucciderà sicuramente, o ucciderà forse, ovvero è soltanto sospesa sulla creatura che da un momento all'altro può uccidere; in ogni modo muta l'uomo in pietra». E' il potere di «mutare in cosa un uomo che resta vivo. E' vivo, ha un'anima; è, nondimeno, una cosa. (...) L'anima non è fatta per abitare una cosa: quando vi sia costretta, non vi è più nulla in essa che non patisca violenza». «Si tratta di un'altra specie umana, un compromesso tra l'uomo e il cadavere», contraddizione che strazia l'anima. La condizione delle vittime, degli schiavi, «è una morte che si allunga, si stira per tutto il corso di una vita». Questa morte artificiale e organizzata è solo la punta più visibile e orrenda della violenza, che si ramifica nel profondo in tutte le forme di dominio.
Simone Weil legge nell'Iliade un'altra verità: «Tanto spietatamente la forza stritola, altrettanto spietatamente essa inebria chiunque la possieda o creda di possederla». (Simone Weil, L'Iliade poema della forza, 1939, in La Grecia e le intuizioni precristiane, Rusconi, Milano 1974).
Altrove scrive: «L'esercizio della forza è un'illusione. Nessuno la possiede: essa è un meccanismo». «Vincitori e vinti sono fratelli nella stessa miseria». (Giancarlo Gaeta, Simone Weil, Fiesole 1992, p. 137, cita Quaderni III, Adelphi, Milano 1988, p. 158).
«Tutto ciò che è sottoposto al contatto con la forza è avvilito, comunque avvenga il contatto. Colpire e essere colpiti è un'unica e medesima impurità» (Gaeta, op. cit. p. 124, cita L'ispirazione occitanica, 1940, trad. di Giancarlo Gaeta, in «In forma di Parole», II, 1983, pp. 90-112).
Ma, si dice guardando alla storia,, è stata proprio la Mutua Distruzione Assicurata (MAD = pazzo) che ha evitato l'apocalisse nucleare durante la Guerra Fredda. Sì, ma quante sono state le situazioni di rischio estremo, evitate fortunosamente, per un pelo? Si conosce il caso di Stanislav Petrov, il 26 settembre 1983, ma quanti altri? Affidarsi al caso o alla saggia prudenza? Se è nadata bene nel passato, si può sfidare l'apocalisse nel futuro prossimo?
Il 7 liglio 2017 l'assemblea dell'Onu ha votato il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW), che rende illegittimo il possesso di queste armi. Per entrare in vigore, c'è bisogno della ratifica di cinquanta stati. La Santa Sede è il primo stato che ha aderito. Fino al 25 novembre, sono 34. L'Italia non ha aderito Una campagna di base insiste da due anni al motto «Italia, ripensaci!». La Campagna internazionale contro le armi nucleari ICAN è Premio Nobel per la Pace 2017.
Bene, con tutto ciò in Italia stazionano, sotto controllo Usa, 70 ordigni nucleari nelle basi Usa di Ghedi, a Brescia, e Aviano, Pordenone.  É prevista, nel 2020, una loro progressiva sostituzione con nuovi modelli, B61-12, adatti ad essere trasportati con i caccia bombardieri F35, al cui acquisto il governo ha da poco rimosso ogni limite. (https://www.cittanuova.it/armi-atomiche-italia-cambiare-possibile/).
Il possesso e detenzione di armi atomiche è politica morale e saggia? Detenere un'arma a scopo di deterrenza, e non di uso, è in sostanza un falso: non c'è alcuna deterrenza nei confronti dell'avversario pericoloso, se non c'è la disponibilità all'uso di quell'arma. E questo vale, in misura terribile, anche per le armi nucleari. Perciò il loro semplice possesso è immorale, come dice papa Francesco, perché è effettiva minaccia di enorme strage, che nessuna tensione politica può giustificare [ ]

sabato 30 novembre 2019

Meditazione sul tempo, 1 dicembre 2019

Domenica 1 dicembre 2019 - Avvento - Meditazione sul tempo
Mi pare che il tempo spirituale dell'avvento guardi ben oltre l'attesa del giorno della nascita di Gesù (convenzionalmente fissata nel soslstizio d'inverno). Mi pare che suggerisca di raccogliere da buone fonti qualche riflessione sul tempo.
Dio viene in Gesù in modo eminente, nella “pienezza dei tempi”, e viene sempre.
Come pensiamo Dio? Nel passato, all'origine (sì, anche) ma alle nostre spalle? Oppure lo pensiamo di fronte, all'orizzonte, che ci viene incontro?
Il tempo viene: ogni giorno è l'occasione nuova: non solo quella eccezionale, ma sempre l'occasione quotidiana: il tempo è una sorgente continua, non una cascata che va giù.
Ogni giorno e ogni momento sono importanti, decisivi: il “momento buono” (kairos) è sempre ora, davanti a noi.
Attendere lui, non solo la sera di Natale. Il vero natale è nascere e rinascere noi con lui ogni giorno. Vivere in avanti, anche da vecchi. Il bello deve ancora venire.
È bello ricordare, ma non con nostalgia (= dolore del ritorno impossibile), non voltati indietro. Chi muore, diciamo che “è tornato” alla casa del Padre. Forse meglio: è “arrivato” alla casa del Padre
Diventare “come bambini”: guardare avanti, crescere, andare incontro, scoprire le novità, con curiosità, sempre in movimento, anche inciampando! Così si cammina!Avere desideri! «Il tuo desiderio è la tua preghiera» (S, Agostino). Siamo esseri aperti, chiamati: «Il mio essere ha sete di te, o Dio!» (salmi).
Vivere è muoversi, cambiare, andare incontro all'avvenire che viene. Facciamoci trovare vivi dalla morte: «Attraversare la morte da vivi» (Carlo Molari)
La fede guarda avanti, non è una dottrina fissa: è fiducia, passi nuovi, tutta rivolta in avanti, è sporgersi in fuori, oltre la sicurezza.
«La Scrittura cresce con chi la legge» (S. Gregorio Magno): cioè, si capisce meglio, in modi nuovi. Fedeli e nuovi. «Lo Spirito vi guiderà in tutta la verità» (Gv 16,13). La fede cambia per essere fedele, come la vita cresce sempre: siamo sempre noi e siamo sempre altri. La Scrittura non è un libro chiuso: «Se non l'avessimo, potremmo scrivere noi la Bibbia, perché abbiamo lo stesso Spirito» (Gregorio Magno, sottolineato da Benedetto Calati).
La tradizione è preziosa, ma non è fissa, non è una statua morta, come pensano i conservatori-ripetitori, che si oppongono a papa Francesco e al Concilio. Disse papa Giovanni all'apertura del Concilio: «Una è la sostanza dell'antica dottrina della fede, altra è la formulazione del linguaggio con cui viene trasmessa» nelle diverse epoche e culture. «La Scrittura cresce con chi la legge», cioè dice cose nuove, cambia perché è viva. Ciò che è morto non cambia mai.
Avvento vuol dire: tutto comincia ora, continuamente è un inizio. Vivere è vita più vita. Vivere è nascere sempre, anche con fatica, sbagli, cadute e riprese, e scoperte.
Avvento vuol dire: Dio viene. Ci dà sempre nuova vita.
Più cresce la vita, più è vinta la morte. Gesù risorge perché è molto vivo, infinitamente vivo. Ucciso davvero, ma la morte non poteva trattenere una vita così viva. Questo è dato anche a noi. La vita viene, non si perde, perché Dio viene.

Noi siamo di sinistra

Noi siamo di sinistra. Che non è affatto essere neo-stalinisti. Tutto il contrario. Lo stalinismo non era di sinistra, perché imponeva una terribile diseguaglianza fra la nomenklatura e il popolo, e dava un pane duro facendolo pagare al prezzo inaccettabile della libertà.
L'irrinunciabile triade della modernità – libertè, égalité, fraternité – non può essere mutilata di nessuna delle tre colonne-obiettivi-valori.
Sono tre nomi di verità antiche come l'umanità, alte come lo spirito, nuove come l'avvenire.
La libertà e l'eguaglianza si sono comportate come sorelle nemiche: l'una toglie all'altra. Ma se diventano sagge, imparando dalla fraternità, vedono che si è liberi solo se si è uguali in dignità e valore, e mezzi per vivere; e si diventa uguali se si è liberi dall'egoismo insano che ruba agli altri, e se gli altri sono liberi come noi.
C'è una verità nel mito del monogenismo in Adamo: siamo tutti dello stesso ceppo, e nessuno può dire all'altro: mio padre è più grande del tuo.
Nazionalismi e razzismi sono nanismo politico: il problema degli uni è il problema di tutti.
La sorte umana è ormai unica. La cosmpolitica si articola in buon vicinato, e il vicinato è intelligente se opera nella causa comune.
La «fraternité sans terreur», indicata da Sartre, si incontra con la nonviolenza attiva praticata e insegnata da Gandhi.
La politica diventa arte della convivenza umanizzata quando ha il coraggio di emanciparsi dal potere come dominio, dalla violenza e dai suoi strumenti: la menzogna per ingannare, le armi per terrorizzare.
L'economia si umanizza quando non ingrassa il capitale che divora le vite, ma quando il lavoro e l'ideazione nutrono ogni vita e hanno cura della terra che ci dà vita.
La cultura e le religioni animano la convivenza con la visione e il sentimento della profonda comunione umana.
Noi vogliamo vivere la cittadinanza locale e cosmpolitica, facendo le nostre scelte più lontano possibile da nazionalismi, xenofobia, razzismo, e poteri concentrati, non distribuiti; e vogliamo sostenere il più possibile politiche costruttive di libertà, eguaglianza, fraternità.
Noi siamo di sinistra.

mercoledì 27 novembre 2019

La festa della sorpresa
Enrico Peyretti – 450° articolo pubblicato su Rocca (n. 21, 1 novembre 2019), Assisi (www.rocca.cittadella.org)
Noi diciamo “compleanno”, cioè: «hai completato un altro anno; ce l'hai fatta; avanti!». E insieme ai complimenti, ti auguriamo di vivere ancora, e anche meglio: «Ad multos annos!».
Tedeschi e inglesi dicono “giorno della nascita”, cioè natale. Quella tua data è il tuo natale. È festa perché sei nato. Non c'eri, eri niente, e poi sei nato. Lo straordinario non è che sei vivo, pur invecchiando. Lo straordinario è che sei nato, comparso dal nulla. Biologicamente lo sappiamo: i gameti dei tuoi genitori. Loro potevano desiderare un figlio, una figlia, ma di te persona unica, originale, nessuno poteva sapere nulla. Nessuno è uguale a te, né prima, né dopo. Per questo ti facciamo regali: è la festa di una sorpresa.
L'origine è novità, è mistero. Non ti appartiene. Tutto il seguito, fino ad oggi, sei tu. Ma la tua origine non sei tu. Tu sei e resti mistero, che non si può dire. Il fenomeno è afferrabile, l'origine no.
Noi non possiamo risalire alla nostra nascita, all'origine, o (se volete) all'Origine. L'origine ci è data. Noi siamo dati: dati a noi stessi, e all'esistenza. Siamo creati, dice la tradizione, quindi contingenti, per nulla necessari. Poi, siamo novità unica, preziosa, inviolabile. Siamo anche creatori, aggiungiamo realtà, cambiamo le cose, e noi stessi. Possiamo fare mille cose, eccetto la nostra origine. Appare quando appariamo noi, ma non possiamo risalire a toccarla, a prenderla, a definirla.
Raimon Panikkar dice che abbiamo tutti una fede costitutiva, apertura esistenziale, cicatrice permanente, come l'ombelico nel corpo, la firma della mamma. Se respiriamo e viviamo è per fede in quel fatto unico, primo: il nostro essere posti, l'essere nati, è un valore. Qualunque cosa facciamo, noi poggiamo su quella base, ci fidiamo di essa.
Solo in una vita così disgraziata da maledirla (come Giobbe: «Maledetta la notte che ha detto: è stato concepito un uomo!»), solo allora (forse) non abbiamo fede. Ma se nel prossimo minuto continui a respirare, tu hai fede nella vita, nelle possibilità di quell'evento originario fuori dal nulla. Se lotti per emergere dalla malasorte, per un po' di felicità, è perché credi nella tua origine. La puoi chiamare in tanti modi: Dio, la natura, il caso, l'evoluzione, l'ātman, il brahman, il vangelo, come pensi tu, con il linguaggio che hai trovato. In tante lingue e visioni dici quella radicale gratitudine e sorpresa che ti costituisce nella dignità, nel diritto, nell'impresa di vivere. La scienza che vede e tocca, parla del seguito, ma l'inizio è mistero, è quel silenzio che precede la parola, l'invisibile terreno da cui nasce il tentativo di dire ciò che non si può né si sa dire. Abbiamo e non abbiamo la nostra origine. Le crediamo.
Questa fede coincide con la vita, prima di essere detta con una parola, una immagine, una credenza, una storia, un simbolo, ed è fede universale. Lasciamo che quella origine mai vista sia detta e pensata in tanti modi: le vie per guardare lontano, all'ultimo - o al primo - orizzonte, sono tante, e tutte mormorano un tentativo, e nessuna lo afferra, nessuna lo de-finisce. Vie gloriose delle sapienze umane, tutte vie balbettanti, eppure luci sul cammino.
Festeggiamo il tuo compleanno, il tuo natale, la tua origine, che di nuovo ci sorprende, anche se sei già carico di anni. E non allontaniamoci, non allontanarti tu dalla tua nascita. Cammina oltre, dovunque puoi, ma non allontanarti da là. Diventa sempre bambino. Tu, come tutti noi, sei quell'origine, che però non puoi afferrare e stringere. Perciò la festeggiamo. Siamo tutti ricchi e poveri di quella scintilla, ognuna unica e nuova. Tu, io, tutti siamo figli, una fraternità di generati. Stiamo cercando chi siamo, anche dopo tanti compleanni. Se siamo fatti di origine, di inizio, di aggiunta, di inedito, e se abbiamo proseguito ad aggiungere, ad essere vivi, se è davvero così, che cosa ancora si compirà fino in fondo a questa sorpresa che è la vita?

lunedì 24 giugno 2019

La "Regola d'oro"

LA "REGOLA D'ORO"

Da sistemare l’ordine cronologico
Da integrare con file su P C Bori

Raccolgo qui le 36 formulazioni che ho rintracciato, nelle religioni e nelle sapienze di tutta l’umanità, della regola fondamentale e universale dell’etica umana. Consiglio anche di vedere nel libro di Pier Cesare Bori, Per un consenso etico tra culture, seconda edizione, Marietti 1995, la nota 206 a p. 106.
Una prima raccolta parziale fu pubblicata su il foglio n. 226, Torino, gennaio 1996 (www.ilfoglio.info) e poi in Servitium, Quaderni di ricerca spirituale, (s.egidio@servitium.it), n.152, marzo/aprile 2004, fascicolo Riconoscimento e disprezzo, pp. 103-108. Aggiornamenti e correzioni 20 giugno 2010, 17 dicembre 2011.

Induismo

«Ecco la somma della vera onestà: tratta gli altri come vorresti essere trattato tu stesso. Non fare al tuo vicino ciò che non vorresti che egli poi rifacesse a te. Tratta tutti gli altri come tratteresti te stesso».
(Mahabharata XIII.113-8.115-19).

«Questo è il centro del dovere: non fare agli altri ciò che causerebbe dolore se fatto a te»
(Mahabharata 5: 1517).

«Non ci si dovrebbe comportare con gli altri in un modo che sarebbe sgradevole a noi stessi; questa è l'essenza della morale».
(Mahabharata 13, 148.8).

Sri Shankaracharya (il maggiore esponente della filosofia advaita, non-dualismo), afferma che lo yogi, nonviolento verso gli altri, deve identificare il sé di tutti gli esseri con il proprio, deve fare agli altri solo ciò che gradirebbe lui stesso ed evitare ciò che non vorrebbe fosse fatto a sé.
(Sri Shankaracharya, Commento alla Bhagavad Gita, VI.32)

Ebraismo

«Non fare a nessuno ciò che non piace a te».
(Bibbia, libro di Tobia, 4,15).

«Ama il prossimo tuo come te stesso».
(Legge ebraica in Levitico, 19,18; cfr anche 19,34).

«Ciò che è odioso a te, non farlo al tuo vicino»
(Hillel, Talmud, Shabbath 31a)

Filosofia cinese
«La Via non è lontana dall'uomo. Se l'uomo segue una via lontana dalla natura umana, questa non può dirsi la Via. (…). Chi ha il senso della lealtà e della reciprocità non è lontano dal giungere alla Via: ciò che non vuole sia fatto a sé non fa agli altri».
(Confucio, Chung-Yung, L'invariabile mezzo, n.13).

«Il sapiente ha detto: la mia dottrina è semplice, e il suo significato è facile da penetrare. Essa consiste nell'amare il prossimo come se stessi».
(Confucio, Lun-yü, I Dialoghi, cit. in Lev Tolstoj, Pensieri per ogni giorno, Introduzione e traduzione di Pier Cesare Bori, Edizioni Cultura della Pace, Fiesole 1995, p.121. Nuova edizione, Piano B edizioni, Prato 2016, p. 139). (1)
(1) E' giusto avvertire che Tolstoj compilò questa raccolta di pensieri sapienziali con un interesse non tanto storico-letterario quanto essenzialmente formativo, per cui i testi sono da lui non solo tradotti ma spesso interpretati e parafrasati. Ma la cura filologica non è assente, essendo anzi richiesta dal carattere e dallo scopo stesso dell'opera, che non nasce dalla voce di Tolstoj, ma da voci di ogni tempo, lingua, cultura, religione. Cfr Introduzione di Pier Cesare Bori, pp .7-10 della prima edizione, pp. 5-9 della seconda .

«Dominare se stessi quanto è necessario per onorare gli altri come se stessi e comportarsi con loro come vogliamo che gli altri si comportino con noi: ecco quel che si può chiamare dottrina della virtù dell'umanità. Non c'è nulla di più elevato».
(Confucio, testo non rintracciato, cit. in Tolstoj, op. cit. p.167 della prima edizione, p.193 della seconda)

«Ching-Kung interrogò sulla carità. Confucio rispose: "(...) Nel comandare al popolo comportati come se offrissi il grande sacrificio; ciò che non vuoi sia fatto a te non fare agli altri"».
(Confucio, Lun-yü, I Dialoghi, 12,2).

«Tzu-kung domandò: "Vi è una parola su cui si possa basare la condotta di tutta la vita?". "Essa è shu, reciprocità - rispose Confucio. - Ciò che non vuoi sia fatto a te non fare agli altri"».
(Confucio, Lun-yü, I Dialoghi, 15,23).

«Il principe non tratta gli inferiori nel modo che gli dispiace nei superiori».
(Commento di Tseng-Tzu al Grande studio di Confucio, n. 10).

«Sicuramente questo è il massimo della bontà: non fare agli altri ciò che non vorresti che essi facessero a te».
(Confucianesimo, Analetti 15,23).

«L'uomo buono deve compatire le cattive tendenze degli altri; rallegrarsi della loro eccellenza; aiutarli se sono in distretta; considerare i loro successi come i suoi propri e così i loro insuccessi».
(Taoismo, Thai-Shang, 3).

«Guarda al guadagno del tuo vicino come fosse tuo, ed alla sua perdita come se fosse la tua perdita»
(T'ai Shang Kan Ying P'ien, 213-218).

«Mettersi al posto degli altri» (Zuhang-zi) (segnalatomi da Pier Cesare Bori, nel diario che ci scambiavamo, in data ….. da rintracciare)

Giainismo
«L'uomo dovrebbe comportarsi con indifferenza nei confronti di tutte le realtà mondane e trattare tutte le creature del mondo come egli stesso vorrebbe essere trattato».
(Sutrakritanga I.11.33).

Buddhismo
«Uno stato che non è gradevole o piacevole per me, non deve esserlo neppure per lui; e uno stato che non è gradevole o piacevole per me, come posso io pretenderlo per un altro?».
(Samyutta Nikaya 5, 353.35-354.2).

«Tutti tremano al castigo, tutti temono la morte, tutti hanno cara la vita: mettendoti al posto degli altri, non uccidere, né fa uccidere».
(Buddha, Dhammapada, I versi della legge, 10, 129-130).

«Non ferire gli altri in modi dai quali anche tu ti sentiresti ferito».
(Udana-Varga 5,18).

Zoroastrismo
«Buona è soltanto quella natura che non fa agli altri ciò che non è buono per lei».
(Zoroastrismo, Dadistan-i-Dinik 94,5).

Latinità
«Tratta l'inferiore come vorresti essere trattato dal tuo superiore».
(Seneca, Lettere a Lucillo, lettera 47, sul trattamento umano degli schiavi).

«Il bene maggiore è operare secondo la legge della propria ragione. Ma questa legge ti comanda incessantemente di fare il bene degli altri, come il massimo bene per te stesso».
(Marco Aurelio, cit. in Tolstoj, Pensieri per ogni giorno, op. cit., p. 79 prima edizione, 89 seconda edizione).

«Gli uomini sono nati l'uno per l'altro»
(Marco Aurelio, Ricordi [Eis eautòn], VIII, 59 e in altri luoghi)

Ebraismo
«Una volta un pagano (...) disse: "Convertimi, a condizione di imparare tutta la Torah nel tempo in cui si può stare ritti su di un solo piede". (...). Hillel lo convertì dicendogli: "Ciò che a te non piace non farlo al tuo prossimo! Questa è tutta la Torah, il resto è commento; va' e studia"».
(Ebraismo, Shabbat 31a, cit. in R. Pacifici, Midrashim, Marietti, Genova 1986, p.177-8).

Cristianesimo
«Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. Questa è la legge e i profeti».
(Gesù di Nazareth, Vangelo secondo Matteo 7,12; 22, 39 e Vangelo secondo Luca 6,31).

«La legge trova la sua pienezza in una sola parola: amerai il tuo prossimo come te stesso».
(Lettere di Paolo ai Galati 5,14 e ai Romani 13,9).

«Quanto vuoi che non sia fatto a te, anche tu non fare ad altri».
(Didachè, insegnamento cristiano della fine del primo secolo, 1,3).

Islam
«Nessuno di voi è un credente fino a quando non desidera per il suo fratello quello che desidera per se stesso».
(dagli hadith (detti) del Profeta Muhammad, in Detti e fatti del Profeta dell’Islam raccolti da al-Buhari, a cura di V. Vacca, S Noja e M. Vallaro, Utet, Torino 1982, cap. II; e in 40 Hadithe di an-Nawawi, in H. Küng-K.J. Kuschel, Per un'etica mondiale. Dichiarazione del Parlamento delle religioni mondiali, Rizzoli, Milano 1995, pp.78-79).

Modernità
«Mettersi al posto degli altri».
(Voltaire, Lettere inglesi, n.42).

«Agisci in modo che la regola della tua volontà possa valere in ogni tempo come principio di una legislazione universale». Oppure: «Agisci in modo da trattare l'umanità, nella tua come nell'altrui persona, sempre come fine, mai come semplice mezzo».
(Immanuel Kant, 1724-1804, Critica della ragion pratica, Laterza, Bari 1974, p.39, e Fondamenti della metafisica dei costumi, La Nuova Italia, Firenze 1973, pp. 95-96, 103-104, cit. anche, come espressione di etica universale, in Hans Küng, Progetto per un'etica mondiale, Rizzoli, Milano 1991, p.82-83).

Fede Baha'i
«Benedetto chi a sé preferisce il fratello».
(Tavole di Bahà'u'llàh, iniziatore della fede baha’i).

Contemporanei
«Anche Lei attribuisce al laico virtuoso la persuasione che l'altro sia in noi. Ma non si tratta di una vaga propensione sentimentale, bensì di una condizione fondante».
(Umberto Eco, in dialogo con Carlo Maria Martini, Liberal, febbraio 1996, e Adista, 17 febbraio 1996, p. 9; ora in U. Eco - C. M. Martini, In che cosa crede chi non crede?, Atlantide ed., 1996 e in U. Eco, Cinque scritti morali, Bompiani 1997, p. 85).

«Tutti gli uomini dotati di ragione e di coscienza devono assumere responsabilità, in spirito di solidarietà, nei confronti di ciascuno e di tutti: cioè famiglie, comunità, razze, nazioni e religioni. Ciò che tu non vuoi che ti venga fatto non farlo a nessun altro».
(Dichiarazione Universale dei Doveri dell’Uomo, art. 4; proposta dall’InterAction Council all’Onu; Die Zeit, 3 ottobre 1997; il foglio, n. 244, Torino, dicembre 1997).

«La Regola d’Oro può allora enunciarsi cosi’: “Agisci verso gli altri in modo che gli altri possano agire nello stesso modo verso chiunque”. Ciò implica in primo luogo e anzitutto l’imperativo categorico seguente: “Non agire verso gli altri in modo tale che se gli altri agissero nello stesso modo la vita sarebbe impossibile”. E questo esige anzitutto da ciascuno che egli rinunci a esercitare la violenza verso altri. Così, solo la nonviolenza può fondare l’universalità della legge morale alla quale devono conformarsi gli esseri ragionevoli».
(Jean-Marie Muller, Il principio nonviolenza. Una filosofia della pace, Prefazione di Roberto Mancini, Traduzione di Enrico Peyretti, Plus, Pisa University Press, 2004, p. 79-80)

---------------- Tre note -----------------------------------------


1. Kant e la Regola aurea (29 luglio 2007)

Pier Cesare Bori, nell’articolo L’insegnamento di morale religiosa nelle carceri, in L’ospite ingrato, Semestrale del Centro Studi Franco Fortini, (ospiteingrato@prometeo.lett.unisi.it), Biblioteca della facoltà di lettere e filosofia, via Fieravecchia 19, 53100 Siena, n. 2 / 2006, Il disagio nella civiltà cristiana, alle pp. 51-56, Edizioni Qoudlibet, Macerata 2006, a p. 54 scrive:
«Uno strumento efficace è la cosiddetta Regola d’oro. (...) Conosciamo i limiti della regola. Sappiamo che va distinta dall’imperativo categorico kantiano perché la regola d’oro si riferisce a un punto di vista individualistico e utilitaristico (per questo Kant la ritiene “triviale”). La regola riceve il suo pieno significato solo al termine di un processo pedagogico in cui la persona ha la possibilità di conoscere meglio se stessa e i suoi bisogni (...)».
Riferisce poi l’essenziale della riflessione confuciana sulla Regola d’oro, che distingue tra due componenti: zhon, che significa la lealtà alla propria comunità, e shu, l’idea dell’amore e della cura dell’altro nella sua corporeità. Nella sintesi di queste due componenti, shu ha sempre il primato (da Q.J. Wang, Golden Rule and Interpersonal care, «Philosophy East and West», 49/4, 1999).

----------------
2. La critica di Paul Ricoeur:
«La regola appare suscettibile di due interpretazioni: una interessata, l'altra disinteressata. Solo il comandamento può decidere in favore della seconda contro la prima». (Amore e giustizia, Morcelliana 2000, p. 41, ma da p. 36 a p. 45, ripresa dal curatore nella sua Postfazione, alle pp. 54-58). Nella prima interpretazione, in base al principio dell’equivalenza, potrebbe essere avvicinata alla legge del taglione (Albrecht Dihle, citato a p. 37)
A p. 37 Ricoeur fa notare come in Luca 6,32-35 il comandamento della sovrabbondanza segue subito, quasi per correggerla, l’enunciazione della regola d’oro nel v. 31.

3. Ho ripreso queste e altre riflessioni sulla regola d'oro nel libro Elogio della gratitudine (Cittadella editrice 2015, pp. 53-57),


Enrico Peyretti

(ultima revisione 28 gennaio 2017)

martedì 28 maggio 2019

Bori commenta Simone Weil "Ogni religione è l'unica vera"

Bori commenta Simone Weil: «Ogni religione è l'unica vera»
di Enrico Peyretti

Inviato 25 maggio 2019 a <daniela.deleo@unisalento.it> direttrice della rivista del Salento “Rivista scientifica Segni e Comprensione”.
Pubblicato su il foglio n. 466, novembre 2019 (www.ilfoglio.info)

«Ogni religione è l'unica vera»: su questa formula provocatoria di Simone Weil, scrisse un saggio importante Pier Cesare Bori (1937-2012), l' intraprendente e acuto studioso dell'universalismo religioso e culturale. Lo pubblicò in Filosofia e teologia, 8 (1994), pp. 393-403, e in versione ridotta in
Testimonianze, 12 (1994), pp. 45-52. Ne parlò in una conferenza a Torino, nel gennaio di quell'anno, della quale resi conto in Rocca, 15 febbraio 1994. Il saggio di Bori esce ora nuovamente, insieme allo scritto di Simone Weil, del 1942, Lettera a un religioso (Castelvecchi, 2019, purtroppo in una edizione spoglia, priva di ogni presentazione sulla filosofa francese e su Bori, e con alcuni errori di stampa, alle pp. 47, 57, 82, 84, 87, 90).
La formula è scelta da Bori come insegna di quell'universalismo che, per Simone Weil, è un imperativo del tempo presente. Per Bori, la Lettera a un religioso permette anche di vedere quale sia il cristianesimo della Weil.
«Ogni religione è l'unica vera» si legge in un Quaderno del 1941, in polemica contro l'«ortodossia totalitaria della Chiesa», che è «mancanza di fede», scrive la Weil. «Ogni religione è l'unica vera, nel senso che, nel momento in cui la si pensa, è necessario applicarle così tanta attenzione, come se non vi fosse nient'altro». Allo stesso modo, ogni paesaggio, ogni poesia, ogni bellezza è l'unica, è tutta la bellezza, se vi poniamo l'attenzione piena. Al contrario, «la “sintesi“ delle religioni implica una qualità di attenzione inferiore», dice con riferimento a quegli esperimenti, che vanno dalla gnosi antica, al Rinascimento, fino a Tolstoj. Nell'attenzione l'oggetto diventa unico. Una cosa perfettamente bella, è l'unica bellezza. Ogni oggetto è unico.
Oggi l'universalità deve essere esplicita, nel linguaggio e nella maniera di essere (è questa la vocazione culturale di Bori, che ne trova belle radici anche nella Weil). Il comandamento dell'amore è anonimo, perciò universale. L'universalismo non è una superlingua. Cambiare religione è come cambiare lingua per uno scrittore, e può essere funesto.
Viene a proposito un confronto con Gandhi, che, contrario ad ogni proselitismo, ammetteva il cambiamento di religione come approdo spirituale autonomo, ma esortava ciascuno ad approfondire la propria fede per giungere alla «vera Religione», a quel centro comune di tutte le fedi, che sono tutte vere perché hanno ognuna un punto di vista sulla verità. Del cristianesimo e dell’islam Gandhi diceva: «Considero tutt’e due le religioni ugualmente vere quanto la mia. Ma la mia mi soddisfa pienamente (...). La mia costante preghiera è pertanto che il cristiano e il musulmano diventino un migliore cristiano e un migliore musulmano» (Young India, 4 settembre 1924).
Per la Weil, la religione cattolica contiene esplicitamente verità che altre religioni contengono implicitamente, e queste contengono esplicitamente verità che nel cristianesimo sono soltanto implicite. Il cristiano meglio istruito può imparare molto sulle cose divine anche da altre tradizioni religiose, sebbene la luce interiore possa fargli percepire tutto attraverso la propria tradizione. E tuttavia, se le altre religioni sparissero, la perdita sarebbe irreparabile. «I missionari ne hanno già fatte sparire troppe», scrive la Weil al religioso cattolico al quale confida le ragioni per cui quando legge il vangelo sente che quella fede è sua, ma quando legge il Catechismo del Concilio di Trento le sembra di non avere niente in comune. Perciò non volle il battesimo, pur sentendosi sulla soglia della chiesa cattolica.
Simone Weil cercava di aprire il cristianesimo dall'interno attraverso la lettura simultanea di fonti cristiane e non cristiane. L'indologo Max Müller (che forse influì su di lei) osservava che per ognuno la religione è come la lingua materna, né eguale né rivale di altre lingue, ma da vedere come parte di un vasto insieme. Per vedere bene il cristianesimo nella storia universale, tra le religioni dell'umanità, bisogna paragonarlo non solo con il giudaismo ma con le aspirazioni religiose del mondo intero.
La Weil vede una identità profonda, essenziale, tra le religioni, al di sotto della differenza linguistica, come vede Gandhi. Essa si riferisce a Giovanni 1,9: «... la luce che viene con ogni uomo». Lei intende con piuttosto che in. Questo versetto è fondamentale nella spiritualità dei Quaccheri, a cui Pier Cesare Bori aderì nel 1993, pur senza rinnegare la chiesa cattolica di origine.
Quel versetto evangelico contraddice, per Simone Weil, la teoria cattolica del battesimo. Il Verbo abita in segreto in ogni persona, battezzata o no. È luce, da fuori, che disperde la “tenebra”; ed è seme, innato, che è nesso di continuità tra ordine naturale-creaturale e ordine della grazia, tra Vecchio e Nuovo Testamento. Il cristianesimo può impregnare tutto senza essere totalitario solo se riconosce che la luce naturale è la luce soprannaturale discesa nella natura; che il profano è ispirato dal sacro; che l'arte, la bellezza, discende ed è mossa dalla fede. L'illuminazione è necessaria e sufficiente, anche se non è necessaria l'identificazione della luce del Verbo nel Gesù storico, attraverso la Chiesa. Si va al Padre solo mediante il Verbo, ma non è necessario dare un nome al Verbo, forse neppure a Dio. Per la salvezza è necessario e sufficiente il Logos, lo Spirito, la Luce, che nasce con ogni uomo. Riconoscere il Cristo in Gesù è frutto del Logos stesso, ma non è necessario che accada per ognuno, e comunque può accadere anche fuori e prima della Chiesa e del cristianesimo.
Troviamo una grande professione di fede di Simone Weil: «C'è una realtà fuori del mondo, cioè fuori dello spazio e del tempo, fuori da ogni portata delle facoltà umane. A questa realtà corrisponde al centro del cuore dell'uomo questa esigenza di un bene assoluto che vi abita sempre e che non trova alcun oggetto in questo mondo». È la luce del Prologo di Giovanni, luce del Bene (come quella che attira fuori dalla caverna di Platone). La conoscenza essenziale, la verità essenziale, riguardo a Dio, è che Dio è il Bene. Tutto il resto è secondario . «Dio solo è buono» (Marco 10,18). Il Bene è al di sopra dell'Essere.
Questo pensiero è talmente contrario alla natura che può sorgere solo in un'anima divorata dal fuoco dello Spirito Santo (idea già trovata nei pitagorici, prima di Platone, che non lo apprende da Mosè). Questa categoria del Bene permette alla Weil di criticare la storia di Israele e la storia cristiana, e lo stesso testo biblico, dove c'è la forza, l'idolatria sociale-nazionale di Israele. In Agostino l'idea del bene dipende da un regime teologico ed ecclesiologico, in Simone Weil invece giudica la teologia, Israele e la Chiesa.
Il suo è un cristianesimo critico. La pietra di paragone dell'armonia tra individui e collettività, tra persone e chiesa, è la situazione dell'intelligenza: «La funzione propria dell'intelligenza esige una libertà totale, che implica il diritto di negare tutto, e l'assenza di ogni forma di predominio». Perciò è necessario un cristianesimo in cui la verità e la veracità non siano subordinate all'adesione religiosa, ma siano esse il principio normativo. Non c'è il cristiano e gli altri, ma solo la verità e l'errore.
Su cristianesimo e veracità, Bori richiama la famosa opposizione tra Dostoevskij (preferire Cristo, più della stessa verità) e Tolstoj, che, nella Risposta al Sinodo, scrive: «Chi comincia con l'amare il cristianesimo più della verità amerà poi la sua setta o chiesa più del cristianesimo e finirà per amare se stesso più di ogni altra cosa». Simone Weil denuncia un «totalitarismo della fede» per cui «l'intelligenza deve essere imbavagliata». I mistici accettano l'insegnamento della Chiesa non come verità, ma come un velo dietro cui si trova la verità. Cioè intendono i dogmi non come teoremi ma come metafore. Ci sarebbe una religione dei mistici e l'altra religione. Le tendenze mistiche, razionalistiche, critiche, attorno al cristianesimo, coprono un'area molto vasta (tipico Spinoza). Bori osserva: «Forse è qui la casa spirituale di Simone Weil, e forse qui occorrerebbe ritornare ad imparare».
Quale universalismo dovrà impregnare il nostro linguaggio e il nostro modo d'essere? Non un universalismo di una sola verità, non di chi non ha radici e passione di verità; ma quello di chi aderisce alla propria tradizione, alla luce che ne trae, mentre riconosce la presenza della stessa luce in altre tradizioni.
Conclude Bori dicendo che Simone Weil si allinea ad altri mistici che hanno trasceso dall'interno il proprio limite culturale. Per esempio Al-Hallaj: «Le religioni sono molti rami di un'unica fonte. Non pretendere dunque dall'uomo che ne professi una, ché così si allontanerebbe dalla fonte sicura». E l'induista Kabir Das : i nomi del Signore sono tutti verità; Egli attira tutti i diversamente devoti, che non osano avventurarsi fuori dal tempio e dalla moschea; Egli non dimora nel tempio né nella moschea: «Egli è presente in ogni cosa e in essi stessi».
Enrico Peyretti

«»«»«»«»«»