mercoledì 24 gennaio 2018

Giuliano Pontara - QUALE PACE?
Sei saggi su pace e guerra, violenza e nonviolenza,
giustizia economica e benessere sociale Ed. Mimesis 2016, pp. 158, euro 16,00

Pubblicato su Filosofia, Rivista annuale – Quarta serie – Anno LXII – 2017, pp. 175-177 (www.mimesisedizioni.it)

Questa raccolta di scritti sulla pace, presentata in una decina di città italiane, è una nuova bella occasione che l'Autore, già meritorio per tanti lavori filosofici e raccolta di testi su nonviolenza e pace, ci offre alla riflessione profonda su aspetti vari e seri del problema pace. Con rigore analitico, e con accurati dati quantitativi dei fenomeni, l'Autore sviluppa diversi problemi.
Pontara prende in esame l'opinione di Steven Pinker: «Può darsi che oggi viviamo nell'era più pacifica dell'esistenza della nostra specie» (nel libro Il declino della violenza, Mondadori 2013, originale 2011). Dopo una rapida rassegna delle guerre in corso, dei terrorismi, dei sistemi di torture, dei conflitti ambientali, delle tendenze naziste attuali (esaminate in L'antibarbarie, Edizioni Gruppo Abele, 2006), Pontara sostituisce al criterio di calcolo di Pinker (numero di vittime in relazione alla popolazione mondiale, molto più numerosa che in passato) quello meglio proporzionato, oggi usuale (il numero di morti su 100.000 persone l'anno), in base al quale la guerra 1939-45 risulta la più violenta della storia umana. Inoltre, le violenze in corso minacciano direttamente anche le generazioni future, sicché è assai dubbio l'ottimismo di Pinker e assai certo il pericolo aggravato dalle nuove tecnologie, dalla massiccia industria bellica, dal rischio di guerra nucleare.
Dunque, quale pace? Le “paci” che abbiamo studiato a scuola sono la volontà del vincitore imposta al vinto: sono vere paci, o sospensione della guerra, eppure reale sollievo da grandi sofferenze? Per Pontara la pace è la proprietà di sistemi sociali che potrebbero essere conflittuali e riescono ad evitare conflitti armati (cfr p. 27). Tra le due nozioni di pace, quella più larga, o pace negativa, cioè assenza di guerra, e la nozione più esigente e più stretta, cioè pace positiva, assenza di ogni forma di violenza (diretta, strutturale, culturale), Pontara sceglie di adottare la prima nozione larga, in quanto più utile all'analisi, visto che la seconda nozione stretta implica un giudizio di valore, una concezione determinata della giustizia. Ciò è probabile che susciti discussione, perché la peace research internazionale (che ha in Johan Galtung il maggiore esponente) è più orientata verso la seconda nozione: pace come assenza di ingiustizie e di culture violente. Però Pontara ammette che la questione del superamento della guerra è legata alla riduzione sia delle gravi ingiuste diseguaglianze (interne ai popoli, e mondiali), che riducono la mobilità e la fiducia sociale e dunque la qualità della vita, sia delle gravi minacce all'ambiente vitale.
Anche Bobbio, a cui l'Autore dedica un capitolo, prediligeva il concetto di pace come antitesi della guerra, ritenendo utopia un mondo senza alcuna forma di violenza. Ma anche la politica di potenza armata e minacciosa è una forma di guerra, diceva già Hobbes, e anche Kant (sugli eserciti permanenti causa di guerre). «Finché esistono stati esiste la guerra», dice Pontara in una discussione sul suo libro. Bobbio vedeva in uno stato mondiale federale e democratico la possibilità di pace permanente. Ma questo obiettivo è insidiato dalle diseguaglianze economiche mondiali e dalle minacce all'ambiente naturale. Le regole democratiche e l'equa distribuzione delle risorse economiche favoriscono la gestione senza violenza dei conflitti sociali. Per Bobbio realisticamente la nonviolenza possibile si realizza nella democrazia. Ma è vero che tra loro gli stati democratici non fanno guerre? Ne hanno fatte molte contro stati non democratici – dunque, queste democrazie sono coerenti con l'universalità dei diritti umani? - e ci sono anche vari esempi di guerre tra democrazie (almeno formali) (cfr p. 68). È vero che vivere in democrazia induce i cittadini a rinunciare alla violenza verso altre democrazie? Si può sperare, ma nel nuovo millennio, fino al presente, assistiamo ad una preoccupante “recessione di democrazia”.
La nonviolenza è un'alternativa? In attesa di uno stato mondiale democratico, che tolga pretesti di conflitti bellici (ma sarebbe sufficiente?), vanno considerate, come fa Pontara, le possibilità dimostrate da lotte nonviolente nella liberazione da dittature e imperialismi. Bobbio vide, come pochi filosofi, l'importanza storica della nonviolenza gandhiana, conosciuta tramite Capitini, ma non ne fu fautore fiducioso, dato il suo realismo pessimista, sebbene impegnato a pensare.
«È eticamente giustificato violare diritti fondamentali di alcuni al fine di tutelare quelli di altri?» (p. 36). È la questione angosciante delle “guerre umanitarie”, delle “missioni di pace”, dovendo tener conto che la guerra moderna è sempre più “guerra totale” per la sua grande distruttività. Può giustificare tali guerre la tradizionale dottrina del 'doppio effetto', quello voluto e quello concomitante, non voluto? La risposta non è facile. La proporzione tra le vittime previste, quelle risparmiate e quelle collaterali causate, può essere un criterio morale? Questo criterio giustifica, nel recente film Il diritto di uccidere, l'uccisione preventiva di alcuni terroristi pur uccidendo un numero minore possibile di innocenti. Ma Pontara, esaminate tre versioni della dottrina etica dei diritti umani (quella assolutistica, quella del doppio effetto, quella conseguenzialistica), conclude, con sette ragioni forti, che la guerra moderna, in ogni sua forma, non è giustificabile (p. 48-50). Solo la pace – disarmo, transarmo, difesa civile, diplomazia civile, nonviolenza attiva - è la via alla pace.
Il lettore che ama lasciarsi interrogare leggerà con interesse il capitolo sul situazionismo, sulla “banalità” sia della violenza sia della nonviolenza, cioè sul fatto che le circostanze e la situazione influiscono sulle nostre scelte. In quale misura? Un bel tema di ricerca e di riflessione.
Da tutti i suoi studi di filosofia morale, Pontara dimostra di avere come criterio morale l'utilitarismo classico, per il quale il giusto è nel maggior bene di ciascuno, insieme al maggior bene di tutti. Il valore che lo guida è la volontà di ridurre la sofferenza di tutti gli esseri senzienti, compresi gli animali e i posteri non ancora nati. Nel pensiero confuciano, il sentimento dell'umanità si esprime nel bu ren, “non sopportare le sofferenze altrui”, valore che è espresso anche nell'universale “regola d'oro”: agire o non agire verso gli altri in base al principio che ogni altro vale come me nel diritto che ha di essere rispettato nella sua sensibilità e nella sua cultura umana.
Enrico Peyretti, 3 febbraio 2017

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