martedì 14 maggio 2019

Profezia e sapienza
negli scritti di Pier Cesare Bori

Enrico Peyretti


Per Servitium. Quaderni di ricerca spirituale, fascicolo su “Quali profeti oggi?”

Il binomio profezia-sapienza ricorre spesso negli scritti di Pier Cesare Bori (1937-2012), studioso fecondo di scienze esegetiche, di storia delle sapienze umane, di filosofia morale e diritti umani, docente nell'Università di Bologna dal 1970, e nel carcere Dozza coi detenuti maghrebini. Bori ha attinto alla radice comune della «pluralità delle vie», ha avuto fiducia nella «luce che illumina ogni uomo» (vangelo di Giovanni 1,9), ha attraversato muri e confini con spirito universalista.
Egli distingueva profezia (la luce, la rivelazione, l'aspetto contemplativo mistico-filosofico) e sapienza (la prassi illuminata, l'aspetto etico e pratico, che sperimenta la verità intuita). (Cfr Per un percorso etico tra culture, Carocci, 2003, p. 16). Scriveva con profonda convinzione: «Il futuro del cristianesimo dipende dalla mistica e dall'etica, l'una e l'altra radicalmente pensate nel rapporto sapienziale con culture diverse dal cattolicesimo» (Dall'immagine alla somiglianza. L'umano come progetto nella tradizione cristiana, Marietti 2013, p. 10).
Il suo pensiero su questo punto mi sembra nodale nei suoi studi e nella sua esperienza spirituale (della quale dà conto, alla fine della vita, in CV 1937-2012, Il Mulino 2012, un “curriculum vitae”, intensa autobiografia culturale e interiore, volume che contiene anche tutta la sua ampia bibliografia). Perciò ritengo utile raccogliere dai suoi scritti alcuni passi e frammenti che illustrano quel concetto.



La parola che eccede, l'esperienza che traduce

L'espressione più chiara di Bori su profezia e sapienza nella Bibbia mi pare in Per un consenso etico tra culture (Marietti 1995): «Nella Bibbia l'oggetto fondamentale, la “tradizione della legge”, il racconto del dono della legge e della sua ricezione, ci è significata sotto due punti di vista. Da un lato il punto di vista profetico, che esalta il ruolo della parola potente che si manifesta in tempi, luoghi eccezionali, con mediatori carismatici, i profeti appunto che “parlano al posto di”, eccedendo la tradizione, la cultura, il sapere esistente; dall'altro il punto di vista sapienziale, che riflette il bisogno che la parola eccezionale sia tradotta, attraverso l'opera di maestri, in conoscenza e in disciplina ordinarie, in esperienze comuni e comunicabili, in forza della preliminare convinzione che nella coscienza umana si diano una evidenza e una argomentabilità del bene, esternamente attestato dalla tradizione, e che bene e male ricevano anzitutto una retribuzione immanente» (pp. 38-39).
Nella Introduzione ai “testi antichi di tradizione scritta”, la cui lettura ha costituito il corso di Filosofia morale, raccolti nel libro Per un percorso etico tra culture (Carocci, seconda edizione 2003), Bori scrive: «L'aspetto imperativo è pure dominante nella cultura biblica, dove i profeti che si succedono presentano i voleri di Dio indipendentemente da ogni aspettativa umana. Ma l'alternarsi di profezia e sapienza, entrambe essenziali nella Bibbia, mostra la presenza di un'altra prospettiva, in cui ciò che risuona come imperativo dall'alto viene presentato come una voce che proviene da un bisogno umano, in cui il dono è presentato come la risposta ad un bisogno e il risultato di una ricerca comune a tutta l'umanità, e in cui la felicità è conseguenza normale dell'obbedienza» (p. 15). La profezia è la guida autorevole di Dio, che incontra il desiderio e la ricerca umana di bene, la sapienza.


E-statica e in- statica

Da alcune lettere del 1994 raccolgo dei passi significativi, pur nella forma immediata epistolare.
In questa trovo una interessante chiarificazione dei concetti: «A proposito di sapienza e profezia. La domanda potrebbe essere: qual è la situazione prototipica della profezia (di quella sapienziale ho già detto, è l'istruzione materna fondamentale). È la situazione della creatività, è quando il bambino dice parole sue, rispondendo all'affetto con quello che ha appreso, spesso attraverso il gioco, la cantilena, la poesia, l'indovinello… (Vedere Gunkel, I profeti). L'elemento essenziale è comunque un far proprio e trasmettere un sapere altrui in forma e forza propria (in una certa misura). Nel Nuovo Testamento: “ti sei procacciato una lode attraverso bambini e lattanti”; “ti lodo o Padre perché l'hai rivelato ai piccoli” (a questo punto egli è come loro: egli esulta, perché la rivelazione fatta a lui, è fatta anche e soprattutto ai piccoli); “esultò il bambino nel mio seno”. Forse l'elemento comune è l'”esultare”, agalliaomai (esultare, cfr. Grande Lessico del NT) sicuramente uno dei registri profetici (l'altro, opposto a quello euforico, è quello depressivo, lamentoso, o aggressivo: “ahimé”, o “guai!”). Si tratta comunque di diverse tonalità all'interno di un unico affetto (da evitare la svalutazione spinoziana dei sentimenti, dell'immaginazione)» (1° febbraio).
«Continuo a riflettere sulla profezia. Ho letto Gunkel, I profeti e “esultare” nel GLNT. L'elemento e-statico è centrale, quello che fa parlare a nome di Dio, la sapienza è in-statica, è parlare a nome della nostra esperienza e riflessione. Sono due modi di approccio alla legge, dall'esterno e dall'interno». (5 febbraio).
«Il punto fondamentale, la mia “scoperta” è che “il desiderio è desiderio di sapienza”, e cioè che “non c'è opposizione tra desiderio e disciplina”. Questo, se ho capito bene il Simposio, e basandomi sul rapporto madre-bambino, rende inutili tutte le preoccupazioni di Kant contro le motivazioni eudemonistiche» ( 18 maggio) .
In precedenza, riferendo l'intervento di un intellettuale ebreo nella sua lezione, trova «interessante lo sforzo di spiegare la categoria della rivelazione (per contrapposto alla filosofia e alla sapienza) come il momento iniziale, non razionale, l'innesco della riflessione. Coincide con le mie riflessioni sulla profezia (perfino il ricordo di Bergson)» (19 marzo).
Della «complementarietà e irresolubilità reciproca della profezia e della sapienza», parla nel resoconto di un convegno su “Il culto in spirito e verità” (26 maggio 1995)

La luce che illumina ogni uomo

Bori aderì alla Società degli Amici, i Quaccheri, nel 1993, «senza alcun bisogno di compiere una rottura formale con la Chiesa cattolica», perché «la duplice appartenenza è abbastanza normale tra gli Amici, oggi» (v. CV, pp. 130-131). Sui Quaccheri egli tenne una conferenza a Torino, il 22 maggio 2001, nel Centro Evangelico di cultura. Nei miei appunti, leggo: «L'Islam è una profetologia, il quaccherismo è profetismo cristiano». «Cristo profeta (da Dt 18, 15-22: “susciterò un profeta come te...”): nell'esperienza post-pasquale Cristo in persona viene a insegnare al suo popolo, non i pastori, neppure la Bibbia. Gv 1,9: Cristo è “la luce che illumina ogni uomo”».
Posso indicare in Universalismo come pluralità delle vie (Marietti 1820, Genova-Milano 2004) alcune pagine su Gesù profeta e altre su Gesù “più che profeta”. Come profeta si configura sulla linea della tradizione profetica ebraica, con l'autorità e la potenza di Dio, oltre la cultura etico-religiosa vigente, con un ruolo critico che richiama una concezione superiore della divinità, che propone un'etica al di là del ritualismo, con una speciale attenzione agli scartati, avvalorando con gesti terapeutici la propria missione, con diffidenza verso le mediazioni del potere politico e religioso, confidando nella potenza indifesa della parola affidata, a rischio della propria vita (pp. 63-65).

La giustizia diventa grazia

Ma altre pagine mostrano come «Gesù andò più in là». Rispetto all'ascetismo apocalittico di Giovanni, Gesù passa ad una aperta commensalità, si identifica con la Sapienza che grida per le strade e invita tutti al suo banchetto (Proverbi 1,20; 8,1 s; 9, 1-6). Le più antiche tradizioni vedono questo Dio della bontà misericordiosa in una figura femminile, la Sophìa, Sapienza divina. Il suo ambiente vitale è la comunione di mensa di Gesù con pubblicani, prostitute, peccatori. Al Gesù profeta, nella sua “andata verso il popolo” si affaccia un altro modello, quello sapienziale. La profezia di Gesù si fa sapienza quando alla radicalizzazione sino all'impossibile della richiesta morale si aggiunge l'abbandono assoluto al Padre. Il risultato paradossale è che i piccoli, gli ignoranti, quelli non “perbene”, gli ultimi, sono i più disposti a capire la profezia, a entrare nel ”Regno”. La radicalizzazione rende tutti trasgressori. Ma quando al “tu devi” corrisponde un “non posso” creaturale, questo diventa un appello irresistibile di cui il creatore si fa carico, e «la giustizia diventa grazia, l'inesorabile misericordia». Allora, il Regno è già qui e ora, il banchetto è “per tutti”. La parola profetica si fa carne: entrare nel Regno diventa aderire quasi fisicamente a questa persona (non senza problemi relativi al culto di Gesù e all'universalismo) (pp, 66-70).
Avrei altri riferimenti, in tema di profezia e sapienza, negli scritti di Pier Cesare Bori, a cui mi ha legato un'amicizia e un ascolto di otre 50 anni, ma mi limito ora a rinviare al suo già citato CV, scritto negli ultimi mesi di vita, dove si trovano diversi cenni sparsi su questo tema a lui caro.

La presenza diffusa e il sofferto divieto delle immagini

Vorrei però chiudere questi appunti con una confessione travagliata di Pier Cesare, in una sua lettera dell'agosto 1994. «Quel che mi rimprovero in questi giorni – o meglio rivolgo verso di me il rimprovero che immagino mi rivolgerebbero gli amici che appartengono al cristianesimo tradizionale – è di non sapere più pregare Gesù, ma di rivolgermi solo a Dio, o meglio al suo spirito, alla sua vita, alla sua sapienza, alla sua luce. In questo momento infatti mi sembra più giusto pensare a una presenza diffusa dello spirito di sapienza e di profezia attraverso la storia: Mosè, Gesù, Mohammed. Non posso più pensare che solo Gesù sia il logos, e penso che questo esclusivismo, necessario forse in altri tempi (tempi miei e tempi di storia del cristianesimo) sia oggi ingiusto e dannoso. E perciò mi pare in coscienza più giusto e coerente ricorrere – quando ne sento il bisogno, e sono più che mai bisognoso – a formulazioni più comprensive, che non escludono però il pensiero e la comunione con Gesù come maestro ed esempio più vicino. E tuttavia quel che intellettualmente è chiaro, emotivamente è una perdita che cagiona scrupoli e sofferenza. Ma – mi dico – è la sofferenza del divieto delle immagini cui presto o tardi ogni percorso spirituale deve arrivare. Devo pensare a questo come un travaglio di distacco e di crescita».

«»«»«»«» «»«»«»«» «»«»«»«» «»«»«»«» «»«»«»«» «»«»«»«»

martedì 7 maggio 2019

Dissacrare i confini, costruire contatti
 
Seminario “I confini della disobbedienza”, 6 maggio 2019, Polo del Novecento, Torino
Promosso dall'Istituto di Studi Storici Gaetano Salvemini e dal Centro Studi Sereno Regis

Intervento di Enrico Peyretti: “Dissacrare i confini, costruire contatti”

Intendo il tema datomi come interrogazione su quanto obbedire e quanto disobbedire ai confini. Quindi: "dissacrare" i confini , e però valorizzarli come limite e come punti di incontro: da con-fini a con-tatti (territoriali, culturali, personali)
Riflettendo sui confini, vediamo: 1) limiti del potere 2) confini sul territorio 3) confini tra noi persone 4) confini dentro di noi persone
1 – I confini del potere
ll confine più importante è quello posto al potere: nessun potere legittimo è illimitato; nessuno ha tutto il potere sugli altri; il potere esercitato senza limiti è prepotenza, offesa, violenza. Il potere, di fatto, tende ad espandersi, a sopraffare: il primo problema relativo al potere, nella vita politica, è dargli dei limiti chiari.
Lo stato costituzionale di diritto è tale perché nessun potere è assoluto, nemmeno il potere del popolo: art. 1 Cost. “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
La democrazia è tale non solo perché il potere è del popolo, ma perché il popolo non può fare quello tutto quello che vuole: non può opprimere le minoranze, non può condannare a morte, né a pene che siano “trattamenti contrari al senso di umanità” (art. 27 Cost.)
Sovrano vuol dire “superiorem non recognoscens”: ma nessuno è al di sopra di tutto, nemmeno il popolo. Populismo e sovranismo sono la pretesa di opprimere altri (all'interno o all'esterno) perché ogni potere senza regole e limiti è ingiusto.
Nemmeno il potere della maggioranza è assoluto: sarebbe “dittatura della maggioranza” (Tocqueville). La democrazia non consiste nel dare tutto alla maggioranza, ma nel mantenere la libertà e le possibilità delle minoranze. La democrazia non è tanto “comanda la maggioranza”, quanto “la maggioranza non stracomanda sulle minoranze”.
La democrazia è un sistema intelligente, perché tutela e coltiva sempre le alternative, dal momento che niente, neppure la migliore giustizia, è definitiva e completa. La giustizia è più della legge, perché è l'obiettivo e il limite della legge. La giustizia non è individuata sempre dalla maggioranza, ma dal lavoro continuo, ininterrotto, illimitato, della ragione e della coscienza, nel dialogo umano universale, libero, critico, sperimentale, correttivo, amante dell'umanità.
L'unica cosa al mondo che non ha limiti e confini è questa ricerca e autocorrezione continua. Il cammino verso la giustizia, per vederla e praticarla, è il cammino umano infinito. È la dimensione infinita della finitezza umana. Quindi la nostra alta dignità.
Nessuno che ha una funzione di potere può disobbedire ai confini del potere. Chi ha una funzione di potere deve obbedire ai confini del potere.

2 – Confini sul territorio
Erano dichiarati “sacri” i confini della Patria, perciò ad essi si sacrificavano vite umane, per difenderli, o per allargarli con la conquista. Ritornano falsamente sacri, ora che li si difende contro profughi e migranti. Mentre i profughi hanno bisogno di noi, noi abbiamo bisogno dei migranti.
È venuta l'ora, nel mondo unificato materialmente, che i confini siano alleggeriti, siano dissacrati e naturalizzati, perché viene il tempo della vicinanza e della convivenza. È una malvagia politica quella che indurisce i confini, li rende spinosi e taglienti, cementificati, e chiude i porti – queste braccia aperte, che sono sempre stati e restano sacri per natura, come le vite che vi cercano rifugio; queste aperture da qui ad ogni orizzonte – negandovi l'approdo a chi ha bisogno: crimine di lesa umanità.
È difficile dire quanto questa provincializzazione e disumanizzazione del potere, e la sua falsità, superi le violenze politiche della storia passata. Importante, davanti a una tale politica, è soffrire e reagire: soffrire com-passione per gli esclusi, reagire con in-sofferenza e in-dignazione verso gli escludenti, e con la loro condanna politica.
Oggi, una reazione sana compare, comincia la resistenza Si moltiplicano le analisi sulla manovra cinica che ha gonfiato una falsa paura negli strati deboli e impoveriti, contro i più poveri. Ma più importanti sono le prassi civili di accoglienza, di apertura mentale e cordiale alla nuova inevitabile positiva vicinanza e convivenza dei popoli.
La vicinanza è accresciuta, per necessità, dalle tirannie e dalle guerre che scacciano i poveri dalle loro case e terre, dal degrado della terra, che affama, e spinge dove si spera di vivere meglio; ma è dovuta anche – in positivo - alla comunicazione tra i popoli e al dialogo tra le culture e le forme di vita.
I confini duri, esaltati, tagliano l'umanità come il machete nel genocidio in Rwanda. Il confine più duro è il “fronte” di guerra, dove una parte nega e colpisce l'altra. Ma oggi la guerra non è più su un confine territoriale, è universalizzata, dal cielo alla terra, da vicino e da lontano, contro tutta una terra abitata: è guerra contro i popoli. La distruttività è totale, minacciati siamo tutti. Il confine di guerra è dovunque, la guerra è nella volontà di potenza e di rapina, è nei calcoli disumani, nella tecnocrazia senza scopi umani.
Si può sperare, si deve sperare attivamente - se riusciremo ad evitare la catastrofe nucleare e ambientale, e a spegnere gli spiriti di odio - che l'umanità proceda all'unità nella diversità, all'universalismo diversificato, alla pluralità delle vie verso il compimento umano.
Ma ora, nell'immediato, bisogna disobbedire alle politiche crudeli, soprattutto liberare i poveri dall'inganno del pifferaio che li scatena contro altri poveri, per usarli come servi del suo potere. Dare al popolo un nemico, quello che sta di là dal fiume, serve ad adescarne gli istinti più rozzi, ignoranti della nuova realtà. Il tema politico è più che mai: quale umanità? Forse, se ci aiutiamo tutti, riusciremo. La politica è il vivere insieme, quindi è coscienza di umanità, prima che potere, prima che azione.
Ai confini induriti, inferociti, bisogna disobbedire, in nome dell'unità umana: molteplice e dialettica, ma unità. Questo è il prodigio e il valore della civiltà planetaria: liberamente insieme nella libera diversità.

3 - Confini tra noi persone
Ecco un cammino per noi: lo straniero diventa un vicino, il confine si chiama vicinato. Ogni con-fine è un con-tatto, occasione di incontro. Il limite mio e il limite tuo com-baciano. Dobbiamo rispettarci, e possiamo anche toccarci, uscire dalla miseria della distanza e chiusura.
Questo vale anche per i nostri corpi, che si toccano felicemente quando riconoscono il limite e il rispetto, l'alterità. L'alterità ci dà consistenza più che estraneità. La violenza fisica, criminale, sessuale, è disobbedienza al confine-diritto personale, che è sacro, in quanto superiore ad ogni volontà di potenza.
Lo scontro è la negazione dell'incontro. Il nemico mi nega nel mio essere, mi annulla, come io annullo lui. Fare fronti di inimicizia, fare nemico il diverso, chiamare “invasione” l'incontro, è tagliare l'umanità: non rompe solo la comunità dei popoli, ma la nostra personale umanità. La quale si nutre alla fonte dell'umanità universale, madre di tutti noi, fisicamente, culturalmente, spiritualmente.
I confini personali distinguono ma con-giungono, con-giungono ma non con-fondono. Io devo limitarmi perché tu viva, per non invaderti, “occuparti”; e così tu devi limitarti per non “prendermi”, occuparmi, conquistarmi. Libertà e solidarietà sono una congiunzione articolata, come la “insocievole socievolezza” vista da Kant, come le articolazioni del nostro corpo, capacità di differente azione. Né l'una né l'altra sono tutto. Sono tutto insieme.
Io vivo grazie a te, se mi riconosci e ti fermi davanti a me. Tu vivi grazie a me se ti riconosco e mi fermo davanti a te. Mi fermo, ti fermi, dove ci incontriamo, dove facciamo un insieme di liberi non solitari, nel dialogo e nella collaborazione.
Ci dice Emmanuel Levinas: si ha coscienza di sé solo nell'incontro con l'altro. Il volto dell'altro è specchio del mio. Non vedo e non ho coscienza del mio volto, del mio essere, se non vedendo e riconoscendo il tuo. Un esempio banale, un po' comico: io vedo nel volto del mio coetaneo il mio invecchiare, che non vedo in me stesso.
Tra me e te c'è un confine, che rispetto, che non valico, ma ecco che io mi ritrovo anche di là dal confine, riconoscendomi in te. E viceversa. Differenti, abbiamo in comune l'essere umani. Su questo si basa l'universale “regola d'oro”, il principio etico presente, in formulazioni assai simili, in tutte le civiltà, le morali, le religioni: “Tratta gli altri come vorresti essere trattato tu. Non fare agli altri quel che non vorresti che fosse fatto a te”. La ragione di questo respiro per vivere, è l'uguaglianza di valore tra tutti noi, attraverso tutte le possibili differenze; è l'unità nell'alterità.
Sul tema dei confini e contatti tra le culture, tra le spiritualità umane, ci limitiamo ora a segnalare quella linea di pensiero universalista-pluralista, fondamento della pace plurale, espressa da alcune maggiori voci, attraverso tempi e luoghi, nelle culture greco-romana, cinese, indiana, biblica, cristiana, islamica, rinascimentale, riformata-evangelica, moderna pluralista, gandhiana, ecumenica (un autore che ha ricapitolato e promosso questo pensiero è Pier Cesare Bori, Per un percorso etico tra culture, Carocci 2003; Pluralità delle vie, Feltrinelli, 2000; Universalismo come pluralità delle vie, Marietti 2004).
I confini – territoriali, culturali, sociali, interpersonali – sono indicatori delle ricca colorata varietà umana. Usare i confini come taglienti e negatori vuol dire offendere l'umanità in ciascuna persona e in ciascuna forma di civiltà umana.
In questo cammino di civilizzazione, l'Italia può vantare il grande art. 3 della Costituzione, che afferma l'uguale dignità delle persone, senza alcuna discriminazione, senza tagli che ammettano alcuni ed escludano altri. Se c'è qualcosa di sacro (senza uso di questo termine) nella nostra Costituzione, è questo art. 3, così forte che impegna la Repubblica, cioè la politica, cioè obbliga ogni governo, a «rimuovere gli ostacoli» che di fatto limitano questo valore, perciò sono indebiti confini dell'eguaglianza: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge», con esclusione di ogni discriminazione. Le discriminazioni escluse sono tali che qui si deve intendere “cittadini” non in senso nazionale, di sangue, né burocratico, di registrati allo stato civile, come non è da intendere i cittadini uomini e non donne, ma nel semplice significato di esseri umani.
Tanto è vero che, poiché troviamo tra le distinzioni escluse costituzionalmente anche la razza, anche le condizioni personali e sociali, dobbiamo giudicare che una politica governativa, come l'attuale, che riduca a reato la condizione dello straniero non registrato, che respinga migranti bisognosi di riparo e li sequestri fuori dai “porti chiusi”, che respinga profughi in paesi che li maltrattano gravemente, sia una politica che viola profondamente l'art. 3 della Costituzione, perciò davvero una politica illegittima, da contrastare, a cui resistere e dkisobbedire, in forma democratica e nonviolenta, cioè con la forza della non-collaborazione.
E ciò, nonostante il consenso popolare contrario al patto costituzionale. Così come nessun consenso popolare potrebbe introdurre la pena di morte, esclusa dall'art. 27 Cost. (tolta anche con la legge 25 ottobre 2007 l'eccezione crudele delle leggi militari di guerra).
Ecco, confine - nel senso di limite invalicabile che l'Italia si è dato in Costituzione, e che non possiamo superare senza violare qualcosa di veramente sacro - è la discriminazione tra gli esseri umani, perciò la riduzione dei diritti personali inviolabili degli stranieri. Davanti a tale violazione la politica deve retrocedere. Superare questo confine è perdere senso umano. Come la ringhiera del balcone è il vero salutare confine del mio spazio abitabile, vivibile. Non mi impedisce: mi protegge. Il divieto costituzionale protegge la civiltà etico-politica italiana dal precipitare nell'imbarbarimento neo-fascista e nazional-razzista.
I limiti delle possibilità pratiche di accoglienza di profughi e migranti sono comprensibili, ma non è giustificabile, davanti alla legge fondamentale della Patria, che si riducano volontariamente quelle possibilità, mancando a doveri di solidarietà nella Patria umana, che costituiscono la civiltà di un popolo.
Ai confini escludenti e respingenti bisogna disobbedire. Ai confini punti d'incontro bisogna collaborare.

4 – Confini dentro di noi
Ma il tema non è solo politico. C'è un confine anche dentro di noi. Io stesso sono altro da me, ospite, migrante, estraneo a me stesso” (Carlo Bolpin “Io straniero a me stesso”, rivista Esodo n.1, 2019). Qualcuno mi avverte: guardiamo anche il Salvini che è in noi. Co-scienza, ri-flessione, de-cisione: sono atti di ritorno su noi stessi, atti di controllo e di scelta sul confine tra ciò che vogliamo e ciò che non vogliamo essere, tra ciò che dobbiamo o non dobbiamo essere; sono atti di controllo sul vero o il falso di noi stessi, sulla differenza tra umano e disumano, tra giusto e ingiusto in noi, perché la decisione intima personale si rifletta anche, mediante la collaborazione morale, nell'ethos comune e nella politica.
Se non chiariamo il confine personale interno, non abbiamo accesso alla coscienza umana universale. Allora si ricorre a identitarismi parziali e contrapposti, a falsi universali, per esempio, all'idea del suprematismo razziale bianco, oggi rappresentata da uomini di potere tanto quanto dai terroristi. Dal barbaro nazista Blut und Boden («sangue e suolo», «sangue e terra») al rozzo “America first”, “Prima gli italiani”, “Prima l'Italia” c'è la continuità di una miserabile riduzione umana, che tutti ci offende.
La coscienza umana universale, assimilata nelle coscienze personali, è la più profonda garanzia del rispetto anche dei propri diritti e dignità, dei diritti e della dignità del proprio popolo, cultura, civiltà. Io mi sento ben riconosciuto e rispettato nella mia dignità e diritti, se avverto che tu hai coscienza della dignità di ogni altra persona umana, prima di me. Così, la tua garanzia del mio rispetto per te, ben prima che nella legge, sta nella mia coscienza del valore di ogni persona.
Oggi - nell'incontro dei popoli, nel comune planetario rischio dei danni ambientali irreparabili, e delle guerre alimentate dai suprematismi e dal libero criminale mercato di armi - l'opera politica e civile più necessaria è abbassare i confini escludenti, gettare ponti di conoscenza, di riconoscimento e di accoglienza solidale, tra le culture, tra le persone, perché il destino umano è sempre più comune, inseparabile. A questo argine universale alla disumanizzazione, è nostro stringente dovere, e anche sana convenienza, obbedire attivamente.
Enrico Peyretti, 6 maggio 2019

lunedì 15 aprile 2019

19 04 16 martedì + Giovanni 13, 21-33. 36-38  +  Solitudine e abbandono


[21] Dette queste cose, Gesù si commosse profondamente e dichiarò: "In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà".
[22] I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapendo di chi parlasse.
[23] Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù.
[24] Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: "Dì, chi è colui a cui si riferisce?".
[25] Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: "Signore, chi è?".
[26] Rispose allora Gesù: "È colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò". E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone.
[27] E allora, dopo quel boccone, satana entrò in lui. Gesù quindi gli disse: "Quello che devi fare fallo al più presto".
[28] Nessuno dei commensali capì perché gli aveva detto questo;
[29] alcuni infatti pensavano che, tenendo Giuda la cassa, Gesù gli avesse detto: "Compra quello che ci occorre per la festa", oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri.
[30] Preso il boccone, egli subito uscì. Ed era notte.
[31] Quand'egli fu uscito, Gesù disse: "Ora il Figlio dell'uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui.
[32] Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito.
[33] Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete, ma come ho già detto ai Giudei, lo dico ora anche a voi: dove vado io voi non potete venire.
[36] Simon Pietro gli dice: "Signore, dove vai?". Gli rispose Gesù: "Dove io vado per ora tu non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi".
[37] Pietro disse: "Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!".
[38] Rispose Gesù: "Darai la tua vita per me? In verità, in verità ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m'abbia rinnegato tre volte". 



Ha lavato i piedi ai discepoli, e ha detto di lavarci i piedi a vicenda. Ha detto che chi accoglie lui accoglie colui che lo ha mandato. Sta prendendo commiato, sa che l'ostilità del potere religioso lo colpirà. Ma il primo colpo non è fisico, è morale: sa, con profonda pena, che uno dei suoi lo tradirà consegnandolo. Sa che anche Pietro, generoso a parole, si dissocerà da lui quando lo vedrà accusato, nelle mani del potere ostile. "Voi mi cercherete e non mi troverete" vuol dire anche che la prima tortura sarà la solitudine e l'abbandono. Ma, nelle parole che Giovanni ci riferisce, è anche consapevole che il Padre a cui obbedisce gli sta già dando gloria. Giovanni avvicina molto passione e gloria, morte e vita. Ma, per Gesù come per noi, c'è un tempo che è solo di dolore e offesa. Solo la fede, nella memoria di Gesù, ci fa guardare oltre.

domenica 14 aprile 2019

19 04 15 Giovanni 12, 1-11 +  "La fede è uno spreco"

[1] Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti.
[2] E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali.
[3] Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell'unguento.
[4] Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse:
[5] "Perché quest'olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?".
[6] Questo egli disse non perché gl'importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro.
[7] Gesù allora disse: "Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura.
[8] I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me".
[9] Intanto la gran folla di Giudei venne a sapere che Gesù si trovava là, e accorse non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti.
[10] I sommi sacerdoti allora deliberarono di uccidere anche Lazzaro,
[11] perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù. 

 

Non trovo di meglio che copiare qualche riga dal commento di Ernesto Balducci, già citato, in un paragrafo intitolato "La fede è uno spreco": <<...  la gratuità del culto ispirato dalla fede e, oggettivamente, l'irriducibilità del mistero del Cristo a qualunque progetto di redenzione sociale>>. <<La fede è uno spreco, un di più calcolabile soltanto in termini di perdita>>. <<La contemplazione del Cristo, la silenziosa adorazione della sua regalità messianica sono, nella chiesa, come un profumo effuso, una dedizione sottratta agli impegni generosi che la liberazione dei poveri esige>>.  <<Il credente sa già che l'amore per i poveri non va posto come alternativa alla preghiera "inutile">>.  <<Il senso ultimo della vita non è nelle funzioni socialmente apprezzabili, è un dono di sé assolutamente estraneo alla meccanica dei progetti umani, come un profumo prezioso che si diffonde attorno>>. Interessante che sia Balducci a dire questo. Si potrebbe anche discutere: in Matteo 25 la vita buona e salva, in Cristo, è dimostrata dal soccorso al bisognoso, senza fede esplicita in lui. Ma è bello sapere, da quel testo come da questo, che la fede non è un dovere, ma una bellezza, come la musica e la poesia, gratuite, non-utili, libere. Maria unge i piedi di Gesù per puro amore e bellezza, in libertà, non per dovere.

venerdì 12 aprile 2019

19 04 12  +  Giovanni 10, 31-42  + Levarselo di torno

[31] I Giudei portarono di nuovo delle pietre per lapidarlo.
[32] Gesù rispose loro: "Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre mio; per quale di esse mi volete lapidare?".
[33] Gli risposero i Giudei: "Non ti lapidiamo per un'opera buona, ma per la bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio".
[34] Rispose loro Gesù: "Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dei?
[35] Ora, se essa ha chiamato dei coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio (e la Scrittura non può essere annullata),
[36] a colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo, voi dite: Tu bestemmi, perché ho detto: Sono Figlio di Dio?
[37] Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi;
[38] ma se le compio, anche se non volete credere a me, credete almeno alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me e io nel Padre".
[39] Cercavano allora di prenderlo di nuovo, ma egli sfuggì dalle loro mani.
[40] Ritornò quindi al di là del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava, e qui si fermò.
[41] Molti andarono da lui e dicevano: "Giovanni non ha fatto nessun segno, ma tutto quello che Giovanni ha detto di costui era vero".
[42] E in quel luogo molti credettero in lui. 

 

Leggiamo il vangelo ogni giorno, come il cibo. Infatti, è pane di vita. I giudei qui rappresentano il mondo che non crede, che rifiuta Gesù, vuole lapidarlo, levarselo di torno, perché dice di essere la presenza di Dio. La religione vuole tenere Dio molto in alto, fuori, oggetto di omaggi, non criterio di vita quotidiana, non presenza nella carne. La lunga, dura controversia, dal cap. 8, riprende qui. E' la passione culminante, per ora in parole, che diventerà condanna fisica. Come in ogni processo siamo chiamati a decidere da che parte è la giustizia. Ne va di noi stessi.

giovedì 11 aprile 2019

 
19 04 11 + Giovanni 8, 51-59  +  Vita che non muore


[51] In verità, in verità vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte".
[52] Gli dissero i Giudei: "Ora sappiamo che hai un demonio. Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: "Chi osserva la mia parola non conoscerà mai la morte".
[53] Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto? Anche i profeti sono morti; chi pretendi di essere?".
[54] Rispose Gesù: "Se io glorificassi me stesso, la mia gloria non sarebbe nulla; chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: "È nostro Dio!",
[55] e non lo conoscete. Io invece lo conosco. E se dicessi che non lo conosco, sarei come voi, un mentitore; ma lo conosco e osservo la sua parola.
[56] Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e se ne rallegrò".
[57] Gli dissero allora i Giudei: "Non hai ancora cinquant'anni e hai visto Abramo?".
[58] Rispose loro Gesù: "In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono".
[59] Allora raccolsero pietre per scagliarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio.

 

Nella teologia dell'evangelista, Gesù dice che la vita che il suo messaggio comunica a chi l'ascolta e lo vive, è vita che non muore. Gli replicano che lui stesso è mortale, come Abramo e i profeti.  "Chi pretendi di essere?". "Non mi glorifico da me stesso. Quello che voi dite vostro Dio, e non lo conoscete, è Padre mio, e mi glorifica, perché lo conosco e vivo la sua parola". "Io sono, prima che Abramo fosse". Stanno per lapidarlo per bestemmia, ma non è ancora la sua ora estrema. Ha usato l'"io" divino di Esodo 3,14. "La verità di Gesù non consiste nell'inerte tradizione di fatti remoti, ma nella sua indefettibile presenza, la stessa di cui vive oggi la chiesa" (Ernesto Balducci, nel suo commento, Oscar Mondadori, 1973)

martedì 9 aprile 2019

19 04 10  +  Giovanni 8, 31-42  + La maggiore verità accresce libertà


[31] Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: "Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli;
[32] conoscerete la verità e la verità vi farà liberi".
[33] Gli risposero: "Noi siamo discendenza di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi tu dire: Diventerete liberi?".
[34] Gesù rispose: "In verità, in verità vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato.
[35] Ora lo schiavo non resta per sempre nella casa, ma il figlio vi resta sempre;
[36] se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero.
[37] So che siete discendenza di Abramo. Ma intanto cercate di uccidermi perché la mia parola non trova posto in voi.
[38] Io dico quello che ho visto presso il Padre; anche voi dunque fate quello che avete ascoltato dal padre vostro!".
[39] Gli risposero: "Il nostro padre è Abramo". Rispose Gesù: "Se siete figli di Abramo, fate le opere di Abramo!
[40] Ora invece cercate di uccidere me, che vi ho detto la verità udita da Dio; questo, Abramo non l'ha fatto.
[41] Voi fate le opere del padre vostro". Gli risposero: "Noi non siamo nati da prostituzione, noi abbiamo un solo Padre, Dio!".
[42] Disse loro Gesù: "Se Dio fosse vostro Padre, certo mi amereste, perché da Dio sono uscito e vengo; non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha mandato. 

 

Proprio quelli che avevano creduto in lui (ultimi versetti del brano di ieri), non accettano di sentirsi dire: "la verità vi farà liberi". Siamo già liberi! protestano. Non so se capisco cosa vuol dire Gesù nella replica. Li accusa di essere nel peccato, cioè (forse) nell'autosufficienza di chi crede di non avere bisogno. Gli hanno creduto, cioè forse sono disposti ad ascoltarlo perché parla da parte del Padre. Ma ora, la loro religione sicura non ha bisogno di una libertà data da una maggiore verità. Peccato è anche la religione quando crede di essere tutto. La controversia si fa acuta: voi cercate di uccidermi, perché vi ho detto una verità maggiore di quella di Abramo. C'è un cammino della fede: non aver bisogno di accrescerla e cambiarla sviluppandola nella storia della salvezza, è avere una fede ferma, chiusa. Abramo ha cominciato, ora voi continuate!